Sarah Pellizzari Rabolini AMARSI ANCORA

Descrizione

La vita di Giorgia scorre tranquilla e serena. Un lavoro che ama e una relazione stabile con Carlo, fatta di rassicuranti ritualità e una quotidianità che la fanno sentire protetta. Certo non sono sempre rose e fiori tra loro, ma Giorgia sembra aver trovato un equilibro con se stessa, grazie anche alle sue grandi passioni: lo yoga, la meditazione e la biodanza, che le hanno fatto trovare uno spazio prezioso per esprimere la propria spiritualità e diversità rispetto alla meticolosa razionalità di Carlo. Ma è proprio quando tutto fila liscio che la vita riserva le sorprese più inaspettate. Ed è quello che succede a Giorgia quando una sera incontra casualmente Pietro, l’ex che non vedeva ormai da tempo e da cui era stata lasciata all’improvviso. Ora Giorgia non ha scampo. Deve fare i conti con un passato che sperava di aver archiviato, con sensazioni ed emozioni nuove e vecchie che rimettono in discussione certezze faticosamente costruite, ma soprattutto con un Pietro completamente cambiato e un Carlo disposto a tutto pur di non perdere ciò che ama. Non sarà facile per Giorgia venirne a capo, perché, per superare il dubbio, dovrà ripensare all'amore e scoprire quello più autentico per lei e la sua anima.

Primo capitolo

RIVEDERSI «Non pensavo di rivederti…» Giorgia non ci aveva pensato troppo e aveva premuto invio. Poi era rimasta a fissare il display dell’I-phone per qualche secondo, e mentre continuava a massaggiarsi le mani, come a scaldarle, e a toccarsi i capelli nervosamente, sentiva il cuore che le batteva fortissimo. Aveva di nuovo quella frizzante paura di emozioni proibite; pensare a Pietro, ancora lui, la terrorizzava e l’affascinava insieme. Scrivergli, ristabilire un contatto: non lo voleva fare. Non lo doveva fare. Se l’era promesso. Ma rivederlo era stato così intenso che non aveva resistito e mentre digitava quella frase, semplicissima, sperava che lui non rispondesse, che fosse già ripartito, fosse lontano. Invece era comparso subito il fumetto grigio: anche Pietro stava digitando qualcosa. Ci aveva messo qualche minuto ad arrivare quel messaggio. Pietro aveva scritto e cancellato, riscritto e riletto e infine aveva premuto invio: «Tu sei bella come sempre. Possiamo vederci per parlare?» Giorgia aveva quasi lanciato il telefono sul comodino. Pietro aveva del coraggio! Aveva provato a non rispondergli, ma poi ci aveva ripensato. Del resto, era passato del tempo e di lui non aveva saputo più nulla. In fondo la loro storia non era che un lontano ricordo e ormai niente poteva scalfirla. Ma sì, lo avrebbe incontrato, senza alcun problema. «Quando vuoi» e nel chiudere la frase aveva aggiunto un emoticon con il bacio a forma di cuore. Lui era lì, incollato al cellulare come lei. Aveva scritto: «Mi fa effetto ricevere un tuo messaggio dopo tanto tempo.» La Giorgia di un tempo avrebbe scritto: «Pietro, Pietro… anche a me. Tu mi fai sempre effetto.» Ma la Giorgia di oggi non lo avrebbe mai detto e così si era limitata a fare la dura, come destata improvvisamente da un bellissimo sogno e catapultata nella realtà. Anche se non poteva negare che rivederlo le aveva aperto i cassetti della memoria e del cuore, gli aveva risposto indifferente: «Cosa vuoi?». Pietro sapeva di essere in debito, sapeva di dover dare delle spiegazioni, ma si era limitato a scriverle: «Vorrei parlarti di noi». Così si era ritrovato la risposta immediata e ferma di Giorgia: «Non esiste più un NOI». E lui aveva insistito: «Quando ci vediamo?» Giorgia aveva tentato in tutti i modi di dimenticarlo. Pietro aveva cambiato il suo modo di vivere le storie, di approcciarsi agli uomini, di intendere lo stare in coppia. Il periodo del «dopo Pietro» era stato come una convalescenza. Come se, malata d’amore, Giorgia avesse trovato un modo per prevenire la sofferenza. Da allora viveva a dieta d’affetti, anche se un compagno l’aveva. Giorgia era infatti fidanzata con Carlo, il cugino di Luisa, sua amica storica. In una serata romantica, in cui lui l’aveva portata a cena e insieme avevano passeggiato per le vie di Arona, le aveva infilato al dito un anello rigorosamente con brillante. E nell’attesa delle nozze, che comunque non avevano ancora fissato, erano andati a vivere insieme. Scegliendo Carlo, Giorgia aveva deciso di vivere nella più assoluta tranquillità e stabilità. Lui era un commercialista, tutto lavoro e poco divertimento, nonostante qualche volta svelasse un lato estroverso e simpatico. Era sportivo e allegro, amava molto uscire con gli amici, ma ultimamente preferiva stare orizzontale sul divano, con la scusa di rimanere tranquillo a casa, loro due soli. Il tempo della poesia sembrava svanito abbastanza in fretta, spesso litigavano e le differenze caratteriali tra loro si erano fatte sentire sempre più, giorno dopo giorno. Ogni volta di fronte alle divergenze, lei trovava il compromesso, cedeva, lo assecondava, nonostante le rimanesse per giorni quel senso di inadeguatezza, di sconfitta che proprio non le calzava addosso. Era come se si facesse andare bene quel modo di stare assieme, pur di continuare la loro relazione, perché Carlo era davvero uno bravo, non c’erano dubbi sulla sua persona e di questo lei aveva bisogno. Era meglio sentirsi vinta, inadeguata, ma con lui, che tutte quelle cose da sola. In fondo Carlo era fatto così, e nel suo essere assolutamente ordinario, normale, era un uomo gentile e le era stato vicino nei momenti di difficoltà. Era un ragazzo riflessivo e razionale, dedito al lavoro, che mal sopportava le vere passioni di Giorgia: lo yoga, la meditazione, le cure omeopatiche, la medicina naturale, la forza del pensiero creativo, Sai Baba e qualche altro santone indiano che solo lei conosceva. Per non parlare, poi, della sua primaria e vitale passione per la biodanza. A Carlo, Giorgia si limitava a spiegare che era una “meditazione in movimento” e si dispiaceva per questa semplificazione: la biodanza era molto di più. Era il silenzio e l’energia positiva di ogni persona, era la condivisione e l’istinto, il respiro e la pace interiore. Da quando Pietro aveva preso la sua strada e lei si era trovata sola, Carlo, da vero preciso, cocciuto, testardo e razionale era stato un faro in una notte buia. Si era sentita persa senza di lui, come se in un anno, venisse a mancare la primavera. Ma ora il vero fuoco era lei, il movimento e l’energia. Questo Giorgia lo aveva iniziato a percepire piano piano sempre più nitidamente. Lei era il falò della tradizione popolare, che il trenta gennaio scalda la terra contadina e dà inizio alla bella stagione. Insieme avevano cominciato a costruire un rapporto solido, concreto e che le dava stabilità. Tra alti e bassi erano una coppia serena, con una vita tranquilla e normale. Giorgia lavorava in un negozio come optometrista: le piaceva moltissimo il contatto con la gente e ciò che le persone le raccontavano. Quando provava le montature degli occhiali, si stupiva ogni volta della varietà di colori che poteva avere l’occhio umano. Il lunedì mattina quando il negozio era chiuso, sistemava casa e andava a fare la spesa. All’inizio della loro relazione, il sabato, lei e Carlo, uscivano insieme con gli amici per un cinema, una pizza, un semplice aperitivo e due passi in centro. Ma ultimamente accadeva sempre più raramente. La domenica era il giorno del pranzo dai genitori di lui e poi si trasferivano per il tè da quelli di lei. Le feste comandate si passavano rigorosamente in famiglia, con i genitori di entrambi, gli zii e il resto dei parenti che si presentavano nel pomeriggio per la tombola. Anche le vacanze estive venivano programmate sempre nello stesso posto: a Pietra Ligure, dove, da generazioni, la famiglia di Carlo aveva una casa. Ma Giorgia aveva chiesto e ottenuto di poter visitare ogni estate almeno una capitale europea, una città della Toscana, o di passare un weekend alternativo alle terme. Accettava la rassicurante ritualità di Carlo, ma cercava anche di ritagliarsi dei suoi spazi per soddisfare il suo bisogno di “respirare”, come lo chiamava lei. A volte, infatti, si sentiva ingabbiata. Uno di questi spazi, assolutamente vitali, era il giovedì. Giorgia riteneva fosse importante avere un momento tutto per sé, da non condividere con nessuno, se non con se stessa. Diceva a Carlo che andava in palestra, ed era vero, ma non gli esplicitava che faceva biodanza, anche perché le due parole, palestra e biodanza, le sembravano il bianco e il nero, una contraddizione: lo zucchero scambiato per il sale. Carlo lo sapeva e apprezzava che Giorgia non lo dichiarasse, soprattutto in pubblico. Quasi lo infastidiva quel suo essere così alternativa, come se fosse una fattucchiera. Giorgia dal canto suo non ci faceva più caso e si prestava al gioco delle mezze verità. Se aveva mal di testa si limitava a dire che avrebbe preso “qualcosa”, senza specificare che avrebbe tentato prima la tisana alla menta e poi l’olio essenziale di lavanda. Il tuo “qualcosa” ti ha fatto passare il mal di testa o preferisci il mio “qualcosa”?» le ricordava Carlo dopo qualche ora, sventolandole sotto il naso la Cibalgina. Ma non lo diceva con tono duro. Anche quello era quasi un rituale, più piacevole di altri, e tutto finiva con una semplice risata o nell’indifferenza (ma in entrambi i casi lei non cedeva alla Cibalgina). Carlo era molto, troppo razionale, pensava che tutte quelle cose erano delle emerite cazzate. Si era già espresso in questi termini più di una volta. Conosceva bene l’amore di Giorgia per le discipline olistiche e le rispettava a suo modo, ma a volte faceva, comunque, sentire Giorgia inadeguata. Come se nel loro rapporto ci fosse sempre una sorta di squilibrio. Per questo il giovedì era il giorno sacro. Il giorno in cui lei usciva dalla sua gabbia e prendeva fiato. Nelle serate del giovedì rinasceva, si sentiva libera e leggera, capace di dominare i suoi istinti rabbiosi, accarezzare la calma interiore e rigenerarsi completamente. Si sentiva Giorgia, così com’era. Non poteva condividere con Carlo questi momenti, non poteva raccontargli nulla di ciò che viveva con le compagne del corso. Si sentiva «non capita», lui l’avrebbe giudicata come una appena uscita da un film sui figli dei fiori, come una roba assurda e pure fuori moda. Così lei aveva deciso che non avrebbe reso partecipe Carlo delle sue serate del giovedì, non avrebbe detto di sé e di tutto ciò che la faceva sentire davvero bene. Il giovedì era il momento anche per stare con Luisa. Si davano appuntamento verso le undici nel solito locale dopo le rispettive palestre o pseudo tali. Era in quell’occasione che Giorgia aveva rivisto Pietro. Al Di Vino Giorgia e Luisa erano di casa. «Ciao sono in ritardo?» aveva detto Giorgia salutando l’amica che l’aspettava fuori dal locale. «No, ma ti ho aspettato qui perché dentro c’è più casino del solito. C’è una cena di compleanno con trenta persone». Il Di Vino, infatti, era pieno di gente, ma loro avevano il tavolo sempre riservato, per assicurarsi di non rimanere al banco, in piedi, dopo le ultime fatiche della giornata, fatiche consumate per di più a saltare, sudare e bruciare grassi nel tentativo vano di buttare giù qualche etto. Era stata cicciottella e mai avrebbe voluto tornare in quei panni. Luisa andava in palestra, quella vera! E si vedeva: il giovedì era stanchissima, eccitata e tonica! Profumava di bagnoschiuma e crema per il corpo al sandalo. Giorgia, invece, poteva essere perfetta per la pubblicità di un luogo paradisiaco, tanto era calma, rilassata e serafica. Aveva passato l’ultima ora a stirare i muscoli, a tenersi in equilibrio su un piede solo, respirare, ma soprattutto a danzare. Danzava come un uccello sopra le nuvole, che vede dall’alto la propria vita, la osserva dal di fuori, la analizza come se quella non fosse la sua, danzava come se fosse una freccia, precisa e rigida alla ricerca del suo obiettivo, danzava leggera come una nuvola, alla ricerca della sua forma, in balia delle emozioni che la musica le suscitava, danzava con le altre donne del corso in una ronda fatta di emozioni, rispetto ed energia. Giorgia sentiva grande beneficio, perché lo stress della giornata davvero volava via, i pensieri scendevano giù, come diceva Karina, la sua insegnante di biodanza. Lei guidava Giorgia e le ragazze del corso, partendo da una tematica, una storia, un’emozione e su questa impostava la sessione. «Oggi siete delle viaggiatrici in cerca di un tesoro: faremo delle danze per scoprire che il vero tesoro è dentro ciascuna di noi». Il locale era avvolto da una luce gialla evanescente, i tavoli erano in legno e bassi con delle sedie dagli schienali sinuosi e lavorati. Su ognuno c’erano delle tovagliette di carta da salumiere, le posate avvolte nei tovaglioli, una piccola lanterna con la candela e dei calici da vino accanto a quelli più bassi per l’acqua. «Ciao ragazze, il vostro posto questa sera è laggiù, ho spostato i tavoli per via del compleanno» aveva detto Elisa, la proprietaria, che ormai si era abituata alla loro presenza e ogni giovedì riservava loro un posto più tranquillo, ideale per fare due chiacchiere tra amiche. Ed era proprio mentre si stava avviando nell’angolino nascosto del locale, che aveva sentito la voce di Pietro: «Giorgia?». Probabilmente lui l’aveva notata appena varcato la soglia del Di Vino e aveva avuto qualche frazione di secondo per decidere se fermarla o lasciarla andare. Lei invece era assolutamente impreparata. Aveva detto un «Ciao!» seguito da un abbraccio vigoroso e due baci sulle guance che ormai erano diventate rossissime. L’emozione aveva preso il sopravvento, anche se gli effetti della biodanza la rendevano comunque tranquilla e sicura. «Cosa fai di bello qui? Come stai?» Lei si era limitata a dire che era lì con Luisa, che lavorava da un ottico e che stava bene. Poi aveva chiesto a Pietro come andava, a lui, che non vedeva da tempo, e di cui, forse, non avrebbe voluto sapere nulla. «Bene, sono a Busto Arsizio per qualche settimana». «Bene, ci vediamo» aveva detto velocemente Giorgia, pronta alla fuga. «Dai, hai sempre lo stesso numero? Posso telefonarti? Visto che sono qui, Matteo mi ha invitato al suo compleanno», indicando il tavolo degli ex amici che l’avevano salutata. Lei aveva fatto un cenno di risposta, poi rivolgendosi a Pietro aveva sussurrato: «Mi dovrai dare il tuo numero, perché io invece l’ho cancellato». Le tremavano le mani, mentre digitava i tasti sull’I-phone per memorizzare il numero di Pietro. In realtà, con tutte le volte che lo aveva chiamato, gli aveva inviato messaggi, e chattato con lui, se lo ricordava perfettamente, ma si era promessa di non comporlo mai più. Non si sentiva fiera del comportamento che aveva tenuto in passato, ma il senso di colpa non l’aveva comunque sfiorata, se non pochissime volte. Qualunque cosa avesse fatto, l’aveva fatta per amore. Al tavolo con loro c’era anche Morena, accanto a Matteo e molti altri amici della compagnia. Morena, al solito, era bella e sofisticata, elegante e senza neanche mezzo capello fuori posto. Le aveva mandato uno sguardo di saluto e poi aveva allontanato Giorgia dal suo orizzonte visivo, come quando si manda via un pensiero. Giorgia, invece, era in tuta da ginnastica, quasi senza trucco, i capelli raccolti come le era capitato, la testa piena di musica ed energia. Finché Pietro era stato lontano, dimenticarlo le era sembrato possibile. O almeno, il tempo sembrava aver mitigato un po’ le ferite. Ma lui ora era qui, anche solo per poco tempo. Ma c’era ancora, anche Morena. Rivederlo e rivederli aveva riacceso quella fiammella fioca dentro di lei, che aveva di nuovo ripreso ad ardere. Giorgia era curiosa di sapere. Al tavolo con Luisa, non aveva voluto parlare di Pietro, anche se l’amica glielo aveva chiesto. «Non vorrai scrivergli o vederlo? Ti abbiamo raccolto con il cucchiaino» e certamente il plurale era riferito a lei e suo cugino Carlo, che avevano curato Giorgia come si fa con gli uccellini feriti. «E poi c’è ancora Morena…» aveva concluso Luisa quasi a rammentarle che lei sapeva che sul petto nascondeva la lettera scarlatta incisa. «Qualunque cosa voglia, è davvero fuori tempo massimo» aveva detto a Luisa per farla star tranquilla. Ma già al rientro, Giorgia non aveva ascoltato nessuno se non se stessa, come era abituata a fare, e aveva mandato a Pietro quel messaggio. Era come un’ape di fronte al suo miele.

Specifiche

  • Anno di pubblicazione: 2015

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