Gilda Ruiz Vieni da me all’alba

Vieni da me all’alba
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Descrizione

Davìd mi era era entrato nei pensieri, nel cuore, sotto la pelle, nel suo miscuglio di avventuriero ed eroe romantico che sfida la morte e vive sul filo del rasoio per un ideale. ...e così mi aveva riempito la mente e l'anima. Davìd era anche bello ed era capace  con le sue parole di accendere il mio desiderio. Perché mi vedeva bella, desiderabile, e il suo desiderio me lo dimostrava. Ma si accontentava di me per due ore all'alba ogni paio di mesi... per il resto lo desideravo nell'attesa. Perchè la mia vita reale era in un momento difficile, terribilmente difficile. Oggi mi rendo conto che è stata una storia unica, ma anche come tante, perché il desiderio si fonda sull'appagamento momentaneo di un bisogno che perdura, sul lenire con balsamo una ferita e riaprirla in una continua estenuante nuova attesa... per me, ma, forse, per tutti.

Primo capitolo

 

CAPITOLO 1

 

Gilda

Sono accovacciata dietro il lavatoio. Sento il freddo del marmo nelle mani, nella faccia. Sono accovacciata per cercare di frenare il tremito, la paura, per non vomitare. Non mi sto nascondendo. A che servirebbe.

Lui si è buttato sul letto. La spalliera di legno alto, scuro, tutta decorata mi impedisce di vederne la testa. Vedo solo il corpo che sembra come morto.

Improvvisamente lo vedo muoversi e buttare via il materassino. Rimbalza sul pavimento.

La mia testa è scissa in due.

Una parte guarda il materassino e ne osserva tutti i dettagli, riflette sulle sue dimensioni, sul colore, su come ci siamo divertiti a usarlo oggi in spiaggia. L'altra metà è vuota, o meglio, è piena di orrore. Un orrore puro, senza colore, senza sapore, senza odore. Una voce dentro di me continua a ripetere ossessivamente Devi pensare, devi pensare, devi pensare, devi pensare, devi pensare... devi pensare in fretta. Come un mantra, come una preghiera. E piano piano l'orrore smette di essere una massa solida, che invade tutto. Comincia a diventare più fluido e attraverso le sue fluttuazioni vedo altre parole, altre frasi.

Mi ucciderà. Si sta riposando per ritrovare forza ed energia. Gli ingranaggi nella mia testa si muovono lentamente, come arrugginiti. Non capisco. Non so niente di questo. Forse per uccidere ci vuole forza ed energia. Se hai sonno non puoi uccidere, se sei stanco non puoi uccidere, se hai fame e sete non puoi uccidere. Per questo sono ancora viva? Ha esaurito tutte le sue energie per ammazzare Umberto? Per stordirlo e buttarlo nel pozzo? Per buttargli le pietre addosso perché affogasse come un topo? Per scacciarmi quando cercavo di fermarlo? Per dirmi di non urlare?

 «Non urlare.»

 Il suo tono era così duro che non aveva neanche il senso di una minaccia. Era un tono che diceva: Le tue urla sono inutili, inutilmente irritanti per me, non cambieranno niente di quello che ho deciso di fare, rendono solo questo orrore ancora più sgradevole. Nella mia testa le urla sono continuate incessanti, ma forse erano mute perché lui non mi ha detto più niente. Ha continuato il suo lavoro di assassino, come una sordida routine, qualcosa già fatto altre volte, un lavoro che sembra non piacergli, ma che sa fare bene.

Guardo il suo corpo che ho amato oltre ogni immaginazione, che conosco in ogni minimo dettaglio, che ho esplorato con adorazione a ogni nostro incontro. Mi prende uno struggimento. Gli occhi mi si riempiono di lacrime. Lacrime così incongruenti, così fuori luogo, senza senso. Sono qui, immersa nell'orrore e ancora il mio cuore piange e sanguina per questo amore.

Mentre mi asciugo la faccia con il palmo della mano, vedo la porta del bagno. È aperta. E dietro si intravede la finestra spalancata sulla campagna.

Non c'è nessun ragionamento. Mi alzo e vado nel bagno. Sono scalza, non produco alcun rumore. Come fossi già morta, come fossi un fantasma. Lui è sempre lì, sul letto, non si muove. Lo immagino immobile nel buio che ormai invade la stanza, con gli occhi aperti. A decidere cosa fare di me.

Entro nel bagno, scavalco il davanzale della finestra, mi butto giù e cado nell'erba. Fa caldissimo, ma l'erba è umida. L'estate salentina continua implacabile, indifferente.

Alzo gli occhi per guardare la luna. L'ho fatto così tante volte in vita mia. Ogni sera quando porto fuori la spazzatura guardo la luna e penso a lui, lontano. E immagino che stia guardando la mia stessa luna, che abbia un pensiero per me.

Anche in questo momento penso a lui. Comincio a camminare. Devo arrivare alla strada, capire dove mi posso rifugiare. Questa campagna salentina è solitaria, lunghe strade dritte che corrono verso il mare, ulivi a perdita d'occhio, terra rossa. Non so dove andare. Devo trovare una casa, qualcuno. Poi mi rendo conto che nessuno mi aprirà. In campagna, in piena notte, una donna seminuda, scalza, che bussa alla porta di un casolare. Neanche io aprirei.

Cammino accanto alla prima fila di ulivi, non voglio rimanere sulla strada. Ho paura che lui stia venendo in macchina a cercarmi. Calpesto rametti taglienti, sassolini. I piedi mi fanno male e mi vengono in mente le sue parole. I guanti e gli scarponi sono importantissimi per un soldato. Avere mani e piedi sani è fondamentale. Può fare la differenza fra vivere ed essere ucciso.

Forse per questo morirò. Quanta strada ancora potrò fare prima che i piedi mi facciano così male da costringermi a fermarmi?

Vedo in lontananza i fari di un'automobile. Mi accuccio dietro un olivo. L'auto si allontana. Non è lui. Riprendo il cammino. Spero sia la direzione giusta, verso il paese. La paura mi toglie lucidità. I pensieri si accavallano scomposti, forse andrà in albergo e ucciderà gli altri amici, oppure tornerà indietro, andrà a casa mia e ucciderà mio figlio. Il solo pensarlo mi gela il sangue. Non riesco a scacciare questo pensiero. “Devo andare a denunciarlo, devo farlo arrestare, fermarlo prima che faccia altro male”.

Continuo il mio cammino disperato. Il dolore per quello che è successo e la coscienza che non lo rivedrò più mi pesano sulle spalle, sono un macigno. Lo rivedrò solo se mi prende e mi uccide.  Quasi sarebbe meglio andasse così.

La luna è quasi tramontata. Sono costretta a salire sulla strada perché è troppo buio per camminare fra gli ulivi.

Finalmente in lontananza vedo una luce. Non capisco di che insegna si tratti. Forse un distributore di benzina. Spero sia qualcosa aperto anche di notte. Sono così spossata che mi sembra che la luce invece di avvicinarsi si allontani sempre di più.

A un tratto sento il rumore di un motore. Com'è che non si vedono le luci? Dev'essere lui. Sta camminando a fari spenti nel buio per sorprendermi. Mi butto a terra e mi faccio rotolare nel terrapieno. Rimango così, con la testa appoggiata alle braccia, come dormissi. Mi aspetto da un momento all'altro che le sue mani mi afferrino, che le sue braccia mi stringano. Ma non succede. Non è lui. È una specie di trattore, qualche contadino abituato a queste strade buie.

Mi riposo un po'. Sono stremata. Mi ritorna continuamente alla mente l'immagine della stanza. Del pozzo con dentro il cadavere. Per più di un'ora ho continuato a pensare che dovevo cercare di tirarlo fuori. Come se fosse possibile sopravvivere tanto tempo senza respirare. Mi sono sentita in colpa di non riuscire a fare niente. E rivedo la scena come in un film. Lui sul letto, il cadavere nel pozzo, io accovacciata dietro il lavatoio.

Mi sento svuotata di ogni energia.

Fisso lo sguardo nel buio, mi sembra di vedermi riflessa in questa oscurità, una pallida sagoma, quasi solo un contorno.

Dal profondo emergono improvvisamente ricordi, sensazioni, emozioni.

 


 

 

Specifiche

  • Isbn: 978-88-9347-077-3
  • Anno di pubblicazione: 2018

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