Cloe Incanto L’ESTATE STA FINENDO L’AMORE NO

L’ESTATE STA FINENDO L’AMORE NO
Disponibilità
1000
Prezzo 2,99€
Oppure scaricalo da
Descrizione

Nel piccolo Paese di montagna è arrivata l’estate. Le panchine sono state ridipinte di un bel verde squillante, i villeggianti tagliano l’erba e i barbecue sono comparsi nei giardini. All’apparenza sembra la solita estate.

Primo capitolo

I
Il Paese era famoso perché fra quei calanchi aveva villeggiato per quasi trent’anni il Pittore.
Non un imbrattatele qualunque, ma un artista il cui nome era noto anche oltre oceano. Per anni aspiranti pittori, che parlavano lingue incomprensibili, avevano raggiunto il Paese, guardandosi attorno spaesati. Osservavano le case dimesse, tormentati da un vento fastidioso che impediva quasi di camminare e faceva lacrimare gli occhi, chiedendosi se quello fosse davvero il luogo da cui il Maestro aveva tratto ispirazione.
Si posizionavano lungo i calanchi o all’inizio del viale con i cavalletti, le tele, i pennelli, i colori e un’aria professionale dipinta sul volto. Battevano in ritirata dopo aver inseguito le tele intonse portate a zonzo dal vento o aver riprodotto fedelmente il paesaggio, senza carpirne la vera essenza.
Per scoprire il fascino del Paese ci voleva l’occhio fino come sosteneva Il Saggio, vecchietto dall’aria mite e i capelli bianchi, che frequentava abitualmente l’unico bar di quel minuscolo agglomerato di case sperduto sulla montagna.
I calanchi, costellati da solitari cipressi o minuscoli boschi di querce, che si stendevano a perdita d’occhio, possedevano un fascino non percepibile al primo sguardo.
D’estate si riempivano di ginestre e sulla; macchie di giallo e rosso si stendevano a perdita d’occhio.
In autunno tutte le tonalità dell’ocra, del marrone e del rosso vermiglio ricoprivano gli alberi dei boschetti sullo sfondo di un grigio argilloso che brillava sotto i tiepidi raggi del sole.
Durante l’inverno si ricoprivano di neve, spazzati da un vento gelido. Quando la neve si scioglieva, rivoli argentati rivestivano le pareti spoglie.
A tratti le nuvole basse formavano un letto di nebbia che sommergeva i calanchi come un mare e faceva perdere il senso dell’orientamento.
Nelle pieghe dolci dei loro pendii nascondevano la storia. Camminando lungo i crinali argillosi si potevano vedere i luoghi dove i nazisti avevano rastrellato gli abitanti dei paesi della vallata, trucidandoli senza pietà.
Lapidi a ricordo spuntavano all’improvviso dietro fili d’erba smeraldo d’estate o letti di foglie durante l’autunno.
Lungo quelle gole, nelle piccole grotte seminascoste da rovi, i partigiani avevano trovato riparo, nascondendosi su quelle montagne amiche con un sogno nelle tasche vuote.
Se vagavi con lo sguardo a est potevi abbracciare i calanchi del partigiano Lupo e della Brigata Stella Rossa. Gli stessi dove oggi correvano daini, cinghiali e dove gli istrici con le loro robuste unghie scavavano tane per l’inverno.
A distanza di anni emergevano ancora tracce dal passato.
I villeggianti tornando dalle loro escursioni raccontavano di aver visitato anfratti usati come rifugi in tempo di guerra; qualche bambino del Paese, scavando per gioco, aveva trovato alcune monete con il profilo del Duce stampato sopra.
Il vento spazzava i calanchi tutto l’anno, regalando un senso di estraneità che rendeva unico quel luogo.
Un vento violento, che spirava a tratti, impediva i voli degli aquiloni e strappava dai fili il bucato steso ad asciugare.
Di giorno fischiava attutendo rumori, ronzando come uno sciame di calabroni, e trasportava parole di innamorati, rumori di automobili, il rotolare di foglie secche lungo il viale, rincorrendo secchi, alzando gonne, sospingendo bambini in bicicletta.
Di notte ululava, come un branco di lupi: un ululato continuo, sinistro, che impediva di dormire e muoveva strani pensieri.
D’estate pareva placarsi, la brezza leggera faceva tintinnare la bottiglia vicino al bicchiere, concedeva refrigerio, muoveva piano le pagine dei giornali.
Dimenticavi il vento gelido dell’inverno, quello sfacciato dell’autunno e ti illudevi che il vento fosse amico, poi una folata gelida sfiorava il tuo corpo e i ricordi dell’inverno passato riaffioravano nitidi.
Il Pittore conosceva gli umori del vento, i tramonti infuocati, i calanchi imbiancati. Camminava per ore, in compagnia solo dei suoi pensieri, con le mani in tasca, le spalle dritte, il naso aquilino a fendere l’aria. Sapeva cogliere l’anima scontrosa e regale di quel paesaggio selvaggio e donarle l’eternità.
Quando gli abitanti del Paese fermavano lo sguardo sui suoi quadri, su quei tratti all’apparenza indecisi, eppure così perfetti, riconoscevano angoli del loro mondo e provavano un’emozione che gonfiava il petto e saliva in gola a fermare il respiro.
Il Pittore era morto da anni e la sua casa trasformata in un monumento alla sua memoria.
Nulla era stato modificato dall’ultima volta che aveva trascorso le vacanze in Paese.
La casa si poteva visitare, anche se non c’era nulla da vedere: solo un tavolo con il piano laminato e un letto singolo senza comodino.
Il Pittore amava la vita frugale, senza smancerie, senza suppellettili inutili. Rude e spoglio come i calanchi che tante volte aveva dipinto.
Quei calanchi che, come ogni estate, si lasciavano accarezzare dagli sguardi dei villeggianti seduti sulle panchine del viale.
Sguardi ammirati da tanta selvaggia bellezza.
Il Paese vero e proprio era costituito da un gruppetto di case raccolto attorno a un incrocio di strade e spuntava all’improvviso alla fine del lungo viale.
Chi lo vedeva per la prima volta restava deluso da quelle case basse, un po’ arcigne, con troppi comignoli sui tetti.
L’entrata scenografica del viale confondeva le idee. Eppure sia il viale che le case dimesse rappresentavano appieno il Paese.
Un paese senza banca, pompa di rifornimento e negozi per fare shopping, composto da una chiesa, un negozio alimentare, la farmacia, il bar e un gruppetto di case.
Un paese all’apparenza umile, ma dotato di vitalità, caparbio e indistruttibile come i suo abitanti.
Il bar era nato prima delle case stesse. Posto all’incrocio di tre strade poco trafficate, permetteva di avere sotto controllo l’intera vallata.
Tutti frequentavano il bar: gli abitanti del Paese, i villeggianti, i ragazzi sulla soglia dell’adolescenza e le vecchiette da mercato.
Scampato a un bombardamento durante la Seconda Guerra Mondiale, fin dagli anni Trenta era di proprietà della famiglia Vecchi: padri, figli e nipoti.
Negli anni Settanta il nipote proprietario in quel momento, Osvaldo, aveva sposato una straniera, una bella ragazza del Sud Italia con lunghi capelli corvini e occhi di brace, di nome Concetta.
La moglie di Osvaldo aveva sempre faticato a integrarsi fra la gente del Paese che parlava in dialetto stretto e bestemmiava senza ritegno.
Concetta odiava la gente, odiava il clima, quel vento eterno che entrava in ogni anfratto del corpo e solo nei mesi estivi si trasformava in brezza. Avvertiva la mancanza incolmabile dell’odore salmastro del mare e il frangersi delle onde. Gli odori della sua terra, la sabbia fra le dita.
Quando Osvaldo, dopo una grassa risata, era stramazzato sul bancone del bar, Concetta aveva capito che poteva riprendersi la sua libertà.
Dopo aver seppellito il marito nel piccolo cimitero dalle lapidi bianche, aveva venduto il bar alla famiglia Roversi, che da anni sperava di diventarne proprietaria, ed era tornata al paese natio.
Così era iniziata la dinastia dei Roversi: padri, figli e nipoti. Al momento i proprietari erano Gaspare e Giusy.
Per non incorrere nello stesso errore fatale di Osvaldo, Gaspare aveva sposato Giusy, una ragazza del paese.
Robusta e sempre allegra, Giusy considerava il bar casa sua e, nel corso degli anni, aveva convinto il marito ad apportare alcune migliorie.
Al piano superiore, dove Osvaldo e Concetta avevano abitato per anni, Giusy e Gaspare ricavarono sei camere per ospitare i villeggianti che avevano iniziato ad apprezzare quel Paese all’apparenza privo di attrattive.
Oltre alla novità delle camere, cambiarono gli scuri e le porte, costruirono il gioco delle bocce e un’improvvisata pista da ballo da usare per le feste di paese.
D’inverno il bar da fuori pareva semiabbandonato con gli scuri accostati per evitare che il vento li scardinasse.
La realtà era molto diversa.
Gli abitanti del Paese trascorrevano lì il tempo libero, fra calici di vino e partite a carte.
Rinchiusi nel bar come gli eschimesi nei loro igloo assaporavano il gusto di stare in compagnia, per poi tornare a godersi la solitudine delle loro case.
D’estate il bar rifioriva a nuova vita.
Giusy, ogni estate, disponeva tavolini colorati, sedie di plastica e ombrelloni che venivano chiusi in tutta fretta quando la brezza si trasformava in tramontana.
Un anno la grandine ruppe la tela degli ombrelloni, trasformandoli in formaggio groviera.
Gli avventori passarono il tempo a spostare le sedie per evitare di venire trafitti dai raggi del sole.
L’anno seguente Giusy li cambiò, ma la tela dei vecchi ombrelloni fu utilizzata per ricoprire le sedie da giardino.
Il bar possedeva anche la televisione a colori, un modello obsoleto, perennemente acceso, che funzionava come il cinema muto: gli urli dei giocatori di biliardo coprivano la voce di chiunque parlasse.
Solo un concerto di Pavarotti, trasmesso in diretta tv, fu in grado di ammutolire tutti.
Il biliardo era stato installato da Osvaldo, che aveva rinunciato a una parte del magazzino per ricavare lo spazio necessario.
Lo stesso biliardo che faceva bella mostra, nella stessa stanza, a distanza di anni. Il panno era così consunto che si vedevano le venature del legno in trasparenza e il segnapunti, considerato oggetto da collezione, era richiesto, con insistenza, da un museo in città.
Al bar non solo si giocava a biliardo, ma si leggevano giornali, si scambiavano opinioni e si consumavano interminabili partite a carte e biliardino.
Qualcuno, come l’Incantatore di Bisce, si incaponiva a ripetere all’infinito un solitario dall’esito improbabile.
L’Incantatore di Bisce aveva guadagnato il titolo di incantatore una mattina, di tanti anni prima, quando era riuscito a incantare una biscia, sospetta vipera, mentre si trovava nel bosco in compagnia del Soprano.
Tutti e due condividevano la passione per la raccolta dei funghi, le lunghe passeggiate fra il frusciare setoso degli alberi e il cinguettio degli uccelli.
Le vipere si incontravano spesso lungo i sentieri, immobili su un sasso a scaldarsi ai tiepidi raggi del sole o sotto i rovi di more.
Alcune persone erano state morse e ricordavano il terrore di non arrivare in tempo all’ospedale, altre non c’erano più per poter raccontare quello che avevano provato in quel momento.
Il Soprano, al contrario dell’Incantatore di Bisce, era un uomo che non passava inosservato e doveva il suo soprannome a meriti acquisiti in tutt’altro campo.
In Paese si mormorava che la sua capacità di fare godere le donne durante l’amplesso era tale che queste iniziavano a lanciare strilli degni di un soprano.
Quel giorno nel bosco di donne non ce n’erano. Solo l’Incantatore di Bisce e Il Soprano. Il rettile, comparso all’improvviso, aveva sbarrato loro il sentiero e alzato minaccioso la testa. L’Incantatore lo aveva fissato a lungo negli occhi fino a quando l’animale aveva abbassato la testa ed era strisciato via.
Il Soprano, che aveva girato il mondo e visto di tutto, giurò di non aver mai conosciuto qualcuno in grado di incantare le vipere.
In Paese cominciarono a chiamarlo Incantatore di Bisce, anche se gli scettici sui poteri dell’Incantatore non mancavano e qualcuno, scherzando, sosteneva che se avesse posseduto un simile dono l’avrebbe usato per incantare quella serpe della moglie Mafalda, che urlava tutto il giorno improperi sull’inettitudine del marito e sulla sua testa fra le nuvole.
L’Incantatore di Bisce non si curava dei giudizi della gente. Quando qualcuno gli chiedeva se davvero potesse ipnotizzare le vipere rispondeva di essere in grado di ipnotizzare anche le persone.
Un giorno qualcuno si offrì volontario e si ritrovò a camminare su un piede solo e a imitare il verso della gallina.
Gli scettici continuarono a credere che si fossero messi d’accordo, ma da quel giorno l’Incantatore di Bisce trovò altre persone curiose pronte a sperimentare i suoi poteri.
Poteri non infallibili se alcuni si ritrovarono a perdersi nei suoi occhi calmi, ma a rimanere ben saldi nel mondo reale.
“Non tutte le persone possono essere ipnotizzate” spiegava paziente l’Incantatore di Bisce, “alcune menti oppongono resistenza”.
Questi insuccessi alimentavano il gruppo degli scettici, ma non impedivano ai molti di mormorare “però non si può sapere…chissà…”.
Nel frattempo l’Incantatore di Bisce era diventato un’attrazione turistica per i villeggianti che trascorrevano le vacanze in Paese durante l’estate.
L’Incantatore di Bisce sedeva sempre su una delle panchine gemelle, quelle a metà del viale che guardavano la vallata, dando le spalle alla strada.
Con i suoi occhi calmi fissava un punto indefinito nel cielo o le curve sinuose dei calanchi.
Seduto sulla panchina, si notava appena dalla strada: mingherlino, le spalle cascanti, quasi calvo, si mimetizzava con l’ambiente circostante. Se voltava la testa e i suoi occhi calmi si posavano su di te provavi un senso di inquietudine o di tranquillità, mai di indifferenza.
Martina, la nipote della Bice, che aveva da poco compiuto tredici anni, provava un misto di attrazione e paura nei confronti dell’Incantatore di Bisce.
Martina veniva dalla città e tutti gli anni trascorreva l’estate in Paese, a casa dei nonni paterni. Magra, di quella magrezza tipica dell’età, portava i capelli corti, non si truccava e non credeva alle maledizioni, ai filtri d’amore o alle fatture.
I suoi genitori le avevano insegnato che si trattava di dicerie da paese.
I maghi, le streghe, le guarigioni miracolose non esistevano, si trattava di invenzioni della nostra mente, di residui del passato.
“Lo sai come sono i paesi” ammiccava suo padre, strizzando l’occhio.
“Come sono i paesi?” si chiedeva Martina osservando l’Incantatore di Bisce.
Lei di paese conosceva solo quello. Lo conosceva bene però. Trascorreva lì ogni estate da quando era nata. Anche le sue cugine, Carlotta e Valentina, venivano in vacanza dai nonni.
Ogni estate, insieme ai bambini del Paese, Manuele, Daniela e Ilaria, formavano un gruppo variegato sulla soglia dell’adolescenza.
Incontrastati padroni del Paese durante l’estate, scorazzavano con le loro biciclette lungo il viale, raccoglievano more nei boschetti che costellavano i calanchi e si sfidavano a interminabili partite a biliardo, mangiando gelati.
Come molte altre mattine, anche quella mattina Martina pedalava con indolenza sulla sua bici rosso magenta, quando vide l’Incantatore di Bisce seduto su una delle panchine gemelle e diminuì l’andatura, con l’intenzione di tornare verso casa, poi tolse le mani dai freni e lo superò a testa bassa.
Martina temeva che l’Incantatore di Bisce le chiedesse di fermarsi. Non voleva perdersi dentro i suoi strani occhi. Da quando la sua amica Daniela si era lasciata incantare era più svagata del solito.
Martina alzò la testa solo quando la panchina non era più nel suo campo visivo. Un motorino la superò e il ragazzo che guidava le fece un cenno con la mano.
Martina arrossì fino alla radice dei capelli e rimase a fissare la nuca del ragazzo fino a quando non sparì in fondo al viale, dimenticandosi dell’Incantatore di Bisce e anche della sua amica Daniela.
Il cuore le batteva all’impazzata mentre passava davanti alla casa della Pina, che la vide rossa in viso come un peperone e capì all’istante la causa: aveva visto passare Saverio in motorino. Quel ragazzo con il ciuffo ribelle e i grandi occhi neri stava facendo strage di cuori.
Pina sorrise, ripensando ai suoi sedici anni passati fra preghiere e tovaglie da ricamare.
Non era nata in Paese, ma in un luogo poco lontano da lì, un piccolo abitato sul crinale di un calanco.
Ad appena sei mesi era rimasta orfana: i suoi genitori erano morti soffocati dalle granaglie dentro un silos.
Li avevano seppelliti dopo aver tentato di togliere i chicchi di granturco dagli orifizi, senza troppo successo. Sulle loro tombe adesso germogliavano pannocchie alte due metri che Pina faceva estirpare dal custode del cimitero e ogni estate rispuntavano più vigorose di prima, ombreggiando le tombe limitrofe.
Pina era stata allevata dalle suore del convento sopra il Sacro Monte, un monastero in bilico su uno strapiombo che si poteva ammirare dal campo di bocce dietro il bar. Era stata una bambina tranquilla e giudiziosa e a diciotto anni aveva lasciato il convento e trovato lavoro presso una ricca famiglia in città.
Continuò a essere, nel corso degli anni, una persona giudiziosa, dall’aspetto anonimo, ma curato.
Nella villa della ricca famiglia di città aveva conosciuto un ragazzo dai profondi occhi neri e i capelli ricci: Rodolfo.
Rodolfo era nato in Paese, anche se lavorava dall’età di sedici anni in città presso quella ricca famiglia, come autista personale del padrone di casa.
Pina e Rodolfo si erano innamorati e avevano deciso di sposarsi. Il matrimonio l’aveva celebrato Don Sebastiano, il curato, nella piccola chiesa del Paese, alla presenza di tutti gli abitanti e degli anziani genitori di Rodolfo, felici e commossi.
Qualche mese dopo il matrimonio, i genitori di Rodolfo erano morti nel loro letto, con un sorriso sul viso, quasi avessero esaurito il loro compito in terra con il matrimonio del figlio.
Pina e Rodolfo avevano continuato a vivere e lavorare nella villa della ricca famiglia e al Paese venivano a trascorrere le ferie nella casetta con il minuscolo orto che Rodolfo aveva ereditato alla morte dei genitori.
Rodolfo riusciva a ricavare, da quella terra arida, carciofi splendidi come fiori e fragole dal profumo intenso con cui Pina confezionava squisite marmellate.
Quando Rodolfo era morto per un infarto, mentre aspettava in macchina il suo datore di lavoro, Pina l’aveva seppellito nel cimitero del Paese con le lapidi bianche, a poca distanza dal Pittore, che aveva voluto essere sepolto lì invece che nella tomba di famiglia in città.
Pina aveva vestito il marito con la sua bella divisa da autista, mettendogli fra le mani il Santino di Sant’Antonio da Padova da cui Rodolfo non si separava mai.
Dopo la morte del marito, Pina non era tornata a lavorare in città, ma era venuta ad abitare in Paese, nella casetta con il minuscolo orto che coltivava con la stessa meticolosità di Rodolfo, oltre ad allevare galline e a rassettare la casa con la stessa cura con cui si era occupata della villa della ricca famiglia in città.
Il Pittore passava sempre davanti alla casa di Pina durante le sue passeggiate e lei lo salutava deferente con un “buongiorno, Maestro” a cui il Pittore rispondeva con un elegante cenno del capo.
Un giorno il Pittore si era fermato davanti alla casetta dove Pina era intenta a strappare erbacce dal giardino e le aveva chiesto se fosse disposta a occuparsi della villetta dove trascorreva le vacanze anche durante la sua assenza e Pina aveva accettato, senza pensarci neppure un momento.
Per quasi vent’anni Pina aveva accudito la casa del Pittore, con la stessa diligenza con cui si occupava della propria.
Alla morte del Pittore, in Paese si era sparsa la voce che il grande artista si fosse ricordato di lei nel testamento lasciandole in eredità un quadro.
Non un quadro grande, ma una piccola riproduzione su tela di un calanco della zona con un cipresso solitario a svettare nel cielo.
Considerato il valore dei quadri del Pittore tutti si aspettavano di vedere Pina riempire la valigia e partire per i Caraibi. Pina, però, continuò a fare la vita di sempre, anche quando il Pittore morì e il valore dei suoi quadri triplicò.
Qualcuno sospettò che non si rendesse conto della fortuna che possedeva, forse nascosta dentro la cassapanca nell’ingresso, insieme ai vecchi plaid e alla naftalina.
Altri che si trattasse di una bufala e che il Pittore, in realtà, non le avesse lasciato un bel fico secco.
“Forse è felice così” aveva commentato sibillino il Vecchio Saggio una sera davanti al bar, zittendo tutti i presenti.

Profilo Autore

Libri o ebook dello stesso Autore

Racconti pubblicati sul sito

Lascia un commento

Stai commentando come ospite.

Seguiteci su

R come Romance
Edizioni del Loggione srl
Sede legale: Via Paolo Ferrari 51/c - Modena - Italy
P.Iva:03675550366


Sito realizzato da Damster Multimedia