R COME INFINITO

R COME INFINITO
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Descrizione

Silvia ha ventotto anni; non è sposata e non ha ancora un lavoro stabile.  E’ una collezionista di frasi di film e riempie i diari da quando è ragazzina. Sua sorella Costanza l’ha soprannominata “Silviatralàlà” proprio per quel suo essere leggiadra e adolescente, nonostante sia a pieno titolo una donna adulta. Sebbene Silvia cerchi di assumere il ruolo della persona con la testa sulle spalle, il suo passato da adolescente è come un marchio indelebile. Ai tempi del liceo, infatti, la sua relazione con un ragazzo di nome Rocco ha determinato per sempre la sua vita. Lui l’ha soprannominata “Ginger” per quel frizzante che è sempre stato il carattere di Silvia. Tra loro non nasce soltanto un amore intenso, ma un legame capace di determinare il corso degli anni a venire: Rocco, infatti, si drogava, fumava l’eroina e sniffava cocaina, in una Busto Arsizio degli anni Ottanta, quando lo spaccio era frequente tra i giovani della “Busto bene”, figli delle buone famiglie della cittadina industriale in provincia di Varese. 
Rocco avrebbe tutto per essere felice, invece…

Primo capitolo

Cap. 1

CAPITANO, MIO CAPITANO
L’ATTIMO FUGGENTE

Caro Boh,
mi chiamo Tommaso Lomi, ho tredici anni e frequento la seconda C della scuola media Giacomo Leopardi di Busto Arsizio, in provincia di Varese. Questa è la prima pagina scritta della mia vita perché la prof di lettere ci ha dato il compito di scrivere, di tenere un diario. Ci ha fatto leggere qualche brano tratto da Il diario di Anna Frank e ci ha spiegato che dovevamo anche dargli un nome, come fosse un amico immaginario, ma al momento non mi è venuto in mente nulla.
Mi piace questa prof, anche se è un po’ fissata con la scrittura, dice che fa bene. “A cosa?” volevo domandarle, ma ho preferito starmene zitto; meglio non esagerare perché alla fine resta sempre un’insegnante, è dall’altra parte della barricata. Mia madre dice che loro, i docenti, hanno il coltello dalla parte del manico, quindi diciamo che preferisco le battute da simpaticone.
Comunque, eccomi qui, ho iniziato a scrivere, tanto lei, la prof, ha detto che non leggerà il nostro diario, ma capirà se lo teniamo davvero. “Come fa?”, anche qui avrei voluto domandarglielo, ma ho preferito evitare. Dice che si migliora nella scrittura, ma ha fatto intendere anche che si sta meglio in generale e così io ci provo, anche perché non mi dispiace scrivere, mi sento un po’ meno solo. Non ho grandi amici e se gli amici sono quelli di scuola, ecco, io lì non ne ho. Trovo che i miei compagni siano degli stupidi, non c’è nessuno di interessante.
La prof. Galli mi piace un casino, ha portato un po’ di allegria in quel mortorio di scuola e ha un senso di familiare. È una specie di ragazza, anche se è adulta. Lo vedo da come si veste, sempre con maglioni semplici tipo quelli delle mie compagne di classe, non sofisticati, non mette mai le giacche e poi indossa jeans, scarpe basse o stivaletti. Insomma, mi sembra una giusta per stare con noi. Con lei si può parlare e le sue ore passano velocemente, anche se è un po’ fissata coi temi. Non so perché vuole sempre farci scrivere; dice che la scrittura aiuta a esprimersi ed è terapeutica. Sarà... dopo un po’ a me fa male la mano, senza contare che lei vuole che scriviamo in corsivo: ma chi si ricorda certe lettere in corsivo? Le ho imparate in seconda elementare, quando ho impugnato per la prima volta una penna con l’inchiostro che, data la poca esperienza di noi bambini, era rigorsamente cancellabile.
La prof Galli è con noi già dall’anno scorso… deve avere ventotto o trent’anni. Mia madre gliel’ha chiesto perché non le sembrava neanche possibile che fosse laureata. Le ha chiesto anche quello e quando l’ho saputo volevo morire. Che figure di merda, ma si può chiedere a una che è la tua prof se è laureata? Poi viene a fare la menate a me sulle apparenze, che non contano. La verità è che gli adulti ribaltano le questioni come meglio credono e a loro vantaggio. Se io vado in giro a dire che sono un ballerino di danza classica, lei - mia madre - si vergogna a morte. Mi raccomanda di tacere, è convinta che mi prenderanno in giro: per fortuna, mi fa sempre discorsi su ciò che conta davvero nella vita, come essere se stessi, ma lei è la prima che non vuole che io sia me stesso. Chissà di cosa ha paura.
La mia prof, invece, mi sembra autentica, una che non si sconvolge di niente e se ci invita a esprimerci così come siamo, vuole davvero che sia così, al di là delle apparenze. Sono felice di aver trovato qualcuno che ha voglia di conoscermi davvero.
Lei è una forza: il suo nome è Silvia, è laureata in lettere con una particolare passione per alcuni pittori che dipingono le impressioni, mi sembra di aver capito, fa la supplente in questa scuola dallo scorso anno, ma io la farei diventare insegnante a tempo indeterminato subito. È alla sua prima esperienza, ma ha quella dote naturale di non farci annoiare, anche se parla di letterati tristi come Leopardi e ha l’energia giusta perché non si è ancora stufata di noi. Inoltre, non è vecchia e ci capisce benissimo. Con lei ho inziato a studiare, persino a leggere un libro dall’inizio alle fine: un vero miracolo.
Ora ti saluto,
Tommaso

***

Quando varco la soglia della biblioteca, i ragazzi sono andati tutti a casa. Silenzio, c’è odore di carta e di aria stagnante. Spalanco la finestra, mi siedo alla scrivania e accendo il pc. Non faccio in tempo a inserire la password di accesso che sento una voce alle mie spalle.
«Professoressa Galli, posso disturbarla?»
“In realtà no, non potrebbe, però cosa devo fare? È già dentro l’aula, a un passo da me.”
«Buongiorno, mi dia un minuto, per favore.»
Chiudo il file. Tra un’ora abbiamo fissato il consiglio di classe e io speravo di avere un po’ di tempo per scrivere. Mi piace scrivere, mi rilassa; mia sorella va a correre, io scrivo.
La signora che disturba il mio momento di relax è la mamma di Tommaso Lomi, un ragazzino di II C. La riconosco, è già venuta altre volte, infatti non si presenta ed esordisce venendo subito al punto.
«Volevo sapere cosa deve fare mio figlio per prendere dieci» mi chiede secca, sventolandomi davanti al naso la verifica di geografia del figlio.
La mia pazienza comincia a vacillare: è entrata con atteggiamento prepotente e ora anche questo gesto? “Om, Om, cerca di stare calma” mi impongo. Non desidero essere aggressiva perché mi ritengo una persona pacifica, ma oggi sono stanca e ho anche il consiglio di classe. Vorrei solo sapere chi l’ha fatta entrare fuori orario e senza appuntamento. Con tutta la diplomazia di cui sono capace, prendo il compito e lo appoggio sulla cattedra, suggerendo alla signora di accomodarsi anche se noto con disappunto che l’ha già fatto. Con calma, cerco di spiegarle i criteri che ho usato e per quale ragione non ho ritenuto che il compito fosse eccellente.
«Vede, signora, a ogni domanda ho attribuito un punteggio; sono cinque domande in tutto da due punti. Se trova scritto uno o uno e mezzo, significa che la risposta è incompleta o poco approfondita. È scritto molto chiaramente e Tommaso ha preso sette. È un bel voto, non ha preso dieci perché alcune risposte erano superficiali.»
Mi sembra di essere stata esauriente, oltretutto credo non fosse neanche necessario: in questo caso, pur essendo domande aperte, si trattava comunque di una verifica oggettiva con esplicitato il criterio di valutazione. Come al solito, non va mai bene. Fare l’insegnante è così: non è mai giusto quello che si fa e penso che in fondo sia il lavoro perfetto per me, che non sono mai stata adeguata a nessuna situazione, mai, neanche da ragazza. Non sono mai stata la figlia modello, i miei fidanzati non andavano mai bene… e perché? Perché ho sempre vissuto Carpe Diem. Quante volte ho visto L’attimo fuggente? “Capitano, mio capitano!”
Ecco, ora vorrei essere per una volta capitano anch’io, una che guida la sua barca e gli altri la seguono. Vorrei essere un riferimento, un modello, una persona a cui si dà credito, stimata e che ha dei saldi principi, magari idee rivoluzionarie, ma è una che conduce. Io, un capitano!
E invece…

Mi trattengo. La mamma di Tommaso, come previsto, mi risponde incalzante e provocatoria.
 «Mi sta dicendo che ho un figlio superficiale?»
La guardo passarsi una mano tra i capelli scuri, leggermente sotto l’orecchio per distogliersi da un imbarazzo che probabilmente avverte, ma che non riesce a dominare se non con un’energia graffiante. Vedo la radice dei capelli; è grigia. Nonostante sia sulla quarantina, ha già i capelli bianchi che tinge di scuro. Me la immagino mentre si prepara uno shampoo casalingo con i guanti di gomma e un asciugamano sulle spalle. Forse un po’ la invidio perché sembra così sicura e decisa; mi sta sbranando di parole e io sorrido pensando alle frasi dei film e a una via di fuga per uscire da questa stanza.
«Ma no, signora, Tommaso è un ragazzino molto educato e a modo, ha sempre una parola gentile ed è disponibile verso i compagni. Durante le attività educative è sempre partecipe...»
La vedo rasserenarsi, ma solo per un attimo. Si ritocca i capelli, ormai sono certa che faccia la tinta a casa perché è più scolorita da una parte e più rossa dall’altra. Poi, mannaggia a me, non riesco a tacere.
«Guardi che non si può prendere sempre dieci! Il voto positivo fa piacere, ma ci sono altri valori nella vita: l’educazione e l’attenzione verso gli altri, ad esempio, sono cose altrettanto importanti.»
Noto subito i suoi occhi azzurri, di un bell’azzurro limpido, che si iniettano di sangue. È molto agitata e non capisco perché. L’anno scorso non ricordo avesse mai avuto questi sbalzi d’umore.
«Mi sta dicendo così perché sa che mio figlio è stupido e mi vuole addolcire la pillola! Crede forse che non capisca? Non sono mica Renzo davanti all’Azzeccagarbugli! Guardi che io ho studiato!»
Cerco di mantenere la calma... “Om, Om” penso, e respiro mentre ripeto il mantra mentalmente.
«No, signora, non ho assolutamente espresso queste parole, né le penso in alcun modo. Tommaso è bravo anche se non prende dieci, è un ottimo studente. Io sono molto contenta di lui e comunque le ho detto che alcune risposte della verifica erano superficiali, non che suo figlio fosse superficiale. Credo ci sia una sostanziale differenza nel discorso. Immagino anche che lei abbia studiato, non era mia intenzione non essere chiara.» “Che palle, ma che fatica, cosa ho detto di male?” penso. Va bene, sono stanca anch’io. Cerco di tenere duro, tra poco c’è il consiglio e poi, finalmente, andrò a casa. “Oddio, no, questa sera sono a cena da mia madre! Dai, almeno non devo cucinare.” Quasi quasi disdico.
Guardo la signora alzarsi in piedi di scatto. Per un attimo, temo un gesto di stizza tipo uno schiaffo, invece mi stringe la mano e con un sorriso dolcissimo mi saluta. Ai piedi noto un paio di scarpe beige e dei jeans attillati che si intonano bene con la giacca antivento blu che non si è tolta durante il colloquio. Prende la borsa e si avvia alla porta con passo pesante.
Sono dell’idea di non aver detto tutto quello che avrei dovuto. Rimango come sospesa in una Terra di Mezzo che non conosco. Poi esco dell’aula e leggo il messaggio di mia sorella.

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