Racconto n°

1

RITORNO ALL'ISOLA Cloe Incanto

RITORNO ALL'ISOLA

Barbara osservò la spuma bianca che il battello formava percorrendo quel breve tratto di mare, sentendo l’ondata dei ricordi sommergerla. Le case bianche dei pescatori abbarbicate alla sommità dell’isola, cominciavano a delinearsi all’orizzonte a mano a mano che il battello si avvicinava.
L’isola si poteva abbracciare con uno sguardo. Quello di Barbara accarezzò il blu del mare e si fermò sulle reti stese al sole mentre la nave attraccava.
Barbara seguì le manovre di attracco e si preparò a scendere insieme con i pochi passeggeri, dalle chiacchiere raccolte abitanti dell’isola.
Nell’attimo in cui toccò il suolo la sua mente ritornò indietro nel tempo alla prima volta in cui era arrivata in quel luogo.
I suoi genitori, insieme con alcune coppie di amici e relativi figli, avevano scovato quel luogo tranquillo un’estate in cui nessuno di loro aveva voglia di crociere o spiagge affollate.
Barbara ricordava ancora i volti stupiti e carichi di diffidenza degli abitanti dell’isola quando avevano chiesto di poter affittare delle camere. Ai tempi non esistevano alberghi e gli isolani erano certi, dietro la loro malcelata ironia, che i “cittadini” si sarebbero presto annoiati di quella vita tranquilla dove lo scandire del tempo era dettato dal rumore della risacca sugli scogli.
Non era stato così, almeno non per lei, Cristina, Alberto, Giovanni e Claudia. Loro erano tornati per altre cinque estati sull’isola, mentre i rispettivi genitori avevano ripreso ill oro vagabondare per il mondo.
Barbara si riscosse, afferrando le valigie. Il vento, una brezza leggera, le accarezzava le gambe nude mentre percorreva la strada acciottolata. A prima vista sembrava che nulla fosse cambiato, eppure la comparsa di alcuni negozi di souvenir e la costruzione di un pretenzioso “Hotel Excelsior” le fecero capire che il tempo aveva portato mutamenti anche in quel luogo remoto.
Imboccò un vicolo che terminava a strapiombo sul mare, fermandosi davanti all’ultima casa. Il cuore le batteva a mille. Bussò ritmicamente sull’uscio corroso dalla salsedine dove il nome sulla targhetta era quasi illeggibile. La porta si aprì.
La donna davanti a lei aveva i capelli candidi e una ragnatela di rughe sul viso.
“Barbara?”
Lei annuì e si trovò racchiusa fra le braccia della donna.
“Vent’anni Teresa” mormorò Barbara commossa.
Teresa le fece cenno di entrare e un attimo dopo Barbara  si ritrovò proiettata indietro nel tempo, mentre percorreva lo stretto corridoio che portava alla stanza che per cinque estati era stata la sua camera.
“Sei fortunata a trovarla libera. In piena stagione non avrei potuto ospitarti” disse Teresa. Le strinse le mani e uscì dalla stanza.
Non era cambiata Teresa, pensò Barbara aprendo la valigia. Quando, una settimana prima, aveva telefonato per annunciarle la sua intenzione di tornare all’isola, dopo un silenzio durato quasi vent’anni, non aveva fatto domande limitandosi a confermarle la disponibilità della stanza e il suo affetto immutato nel tempo.
Tolse dalla valigia la sottoveste leggera e si avvicinò all’armadio. Era stato riverniciato di un colore verde squillante, ma era lo stesso di allora. Aprì l’anta che cigolò dolcemente. Nell’angolino in basso a destra sentì i segni incisi da un temperino scorrere sotto le sue dita e, prima ancora di chinarsi per leggere le parole, ripeté a memoria la frase che vi era scolpita: “Barbara e Giovanni per sempre prigionieri dell’isola dell’amore”.

La strada era in salita e solo dopo l’ultima curva era possibile vedere la casa: si stagliava candida contro il blu del cielo e del mare. Pareva sospesa nell’aria. Discosta dalle abitazioni che formavano un minuscolo paese, restava aggrappata al costone più alto sull’altro versante dell’isola, lontano dagli sguardi di curiosi e turisti, immersa in un tappeto di pinocchina a stella, dalla minutissima infiorescenza rosa, e di impalpabili papaveri.
Barbara si fermò.
“Fiato corto” aspirò il profumo dei fiori “questo non sarebbe accaduto vent’anni fa” pensò, ricordando le corse a perdifiato per arrivare prima e ricevere un bacio come premio.
Si riscosse, il vento in quel punto diventava fastidioso, oppure era lei che ora soffriva di molte emicranie in più.
La prima volta che avevano fatto il giro dell’isola a dorso di mulo, ai tempi esistevano solo viottoli polverosi, avevano notato subito la casa di Pietro.
Colpiva per il suo candore. Barbara aveva domandato alla guida che li accompagnava chi abitasse in quel luogo così isolato.
“Un pittore” era stata la laconica risposta dell’uomo che si era affrettato a concludere quell’escursione il più in fretta possibile per tornare al suo lavoro: la pesca. Il turismo all’epoca non era considerato una risorsa.
Il giorno dopo Barbara e i suoi amici erano ritornati in quella zona, attratti da quella casa candida come lo zucchero filato.
Questa volta a piedi. A lei le balze rocciose, il vento che le sferzava il viso e gli impervi sentieri non erano sembrati ostacoli, ma motivo di divertimento, mentre Giovanni la rincorreva cercando, senza successo, di abbracciarla.
Barbara si riscosse, la piccola costruzione era di fronte a lei, immutata nel tempo. Aggirò la casetta, riconoscendone le screpolature dove lucertolone argentate nascondevano la testa.
Spinde piano la porta, era solo accostata, come sempre.
“Ciao, Pietro” disse, entrando.
Lui le girava le spalle, intento a dare gli ultimi ritocchi a un quadro. Non si voltò.
“Ciao Barbarella”.
Lei sentì il cuore accelerare i battiti. Non per la strada in salita. Varcando quella porta aveva restituito la vita ai fantasmi della sua memoria. Nulla era mutato in quella casa, a dispetto del trascorrere inesorabile del tempo.
Le sembrò di vedersi, seduta sul vecchio divano, infervorata in una discussione con Giovanni e Claudia, con Cristina e Alberto pronti a fare da pacieri. Trovavano ridicolo litigare in un posto incantanto come quello, in piena estate. Pietro calmava gli animi, ammaliandoli con il tono grave della sua voce, con i movimenti armoniosi delle sue mani, con una bottiglia di vino stappata e bevuta dallo stesso bicchiere.
“Come sapevi che ero io?” chiese Barbara, districandosi a fatica dal groviglio di emozioni che la sommergevano.
“Ho sempre sentito dentro di me che un giorno saresti tornata e poi ho riconosciuto la tua voce. Sovrastava tutte le altre quando venivi qui con i tuoi amici”.
Barbara non lesse nessuna emozione sul suo viso. I suoi capelli ora erano non più neri ma color argento, gli occhi azzurri indagatori come sempre.
La osservava con attenzione e lei, imbarazzata, distolse lo sguardo.
“Ti sei tagliata i capelli”.
“Non credo che una donna di quarant’anni possa permettersi capelli lunghi raccolti a treccia”.
“Eri incantevole” mormorò Pietro. Fece un gesto con la mano per invitarla a sedersi.
“Preparo qualcosa da mangiare. Oggi sei mia ospite” disse, scomparendo ditro una tenda colorata.
Barbara lo sentì trafficare in cucina e un odore di basilico fresco si diffus nell’aria.
Quante volte erano rimasti a mangiare da Pietro! Lui aveva sempre un piatto di pasta, una parola gentile e un consiglio per tutti. Quella casa era stata la loro base per cinque estati, aveva visto nascere amori. Una parte della sua vita era racchiusa fra quelle mura.
Quando Barbara e i suoi amici l’avevano conosciuto Pietro doveva avere trentacinque-quarant’anni e per loro adolescenti era stato naturale considerarlo il “maestro”. Pietro non parlava mai della sua vita passata. Dopo le domande insistenti dei primi tempi cui lui dava risposte evasive, si erano rasseganti a lasciare il suo passato avvolto nel mistero. Dai suoi racconti erano riusciti a capire che aveva girato il mondo prima di arrivare all’isola.
Pietro dipingeva quadri che regalava in cambio di pesce fresco e qualche bottiglia di vino. Raramente accettava di venderli ai pochi turisti dell’epoca e non voleva sentir parlare di mostre e gallerie d’arte. A chi gli diceva che sprecava tempo e talento rispondeva che a lui piaceva vivere così.
“Zuppa di pesce” la riscosse Pietro entrando con due scodelle fumanti fra le mani “la mia specialità, ricordi?”.
Barbara emise un gridolino di gioia e iniziò a mangiare con gusto.
Pietro le porse del pane.
“Non sei cambiata” rise “sempre golosa della vita”.
Barbara tacque per non rovinare quell’attimo di felicità. Avrebbe voluto dire a Pietro che gli attimi di serenità per lei, dopo quel lontano periodo felice all’isola, erano stati rari.
“Hai sposato Giovanni?” domandò Pietro, riempiendole il bicchiere di vino.
Barbara provò l’impulso di mentire. Rinunciò, non poteva farlo, non con lui.
“No “ un velo di tristezza oscurò i suoi occhi “ tornati dalle vacanze Giovanni partì per gli Stati Uniti per frequentare l’università. Non è più tornato”
“Ha sposato un’americana” aggiunse.
“Il bambino?”
Barbara trasalì. Lasciò cadere la forchetta che rigirava fra le mani.
“Come sai del bambino?”
“Ho sentito senza volere mentre confessavi a Giovanni di aspettare un figlio suo” disse Pietro “eravate qui davanti alla casa, gli altri erano già scesi. Avevi dimenticato il pullower e te lo stavo portando. Ho sentito quella frase e ho preferito lasciarvi soli”.
Barbara lo fissò, il volto ora pareva invecchiato di anni.
“Non è mai nato” mormorò “il giorno dopo presi il battello per tornare in città. Giovanni non rispondeva al telefono e quando sono andata a casa sua mi hanno detto che era partito. Cinque anni d’amore e lui mi lasciava così”.
Barbara tentò di trattenere le lacrime. Pensava di avere pianto tutte le lacrime del mondo quell’estate.
“Avevo diciotto anni e una paura dannata del futuro”.
Pietro le cercò la mano e la strinse forte.
“Sai Barbarella ti amavo” le confessò.
“Non me l’hai mai detto”
“Avrebbe cambiato qualcosa?”
Barbara scosse la testa, piano.
“No” mormorò. Lei amava Giovanni. Lo amava al punto da non riuscire a odiarlo per il male che le aveva fatto.
“Ero innamorato di te come un ragazzino” continuò Pietro raccogliendo i piatti sporchi “mi piaceva il tuo modo di ridere, come ti accaloravi per le ingiustizie. Ero innamorato della tua voglia di vivere, della tua giovinezza”.
Barbara osservò Pietro.
“Ero troppo giovane e ingenua” rise amara “ora abbiamo solo ricordi e qualche disillusione in più”.
“Devi imparare a guarire le ferite Barbarella” disse Pietro “io ho impiegato molto tempo per farlo”.
“Qualcosa si è spezzato dentro di me”.
“Bisogna avere il coraggio di guardare dentro di noi senza paura e vergogna. Riannodare i fili, anche se costa fatica”.
“Non so se ci riuscirò”.
“Io sarò qui ogni volta che avrai bisogno di me” la rassicurò lui, stringendola a sé.
Barbara alzò il volto, lasciando che Pietro le sfiorasse le labbra con un bacio. Le  mani di lui corsero lungo la sua schiena. Sarebbe stato bello amare Pietro, abbandonarsi fra le sue braccia, vivere tra quelle mura amiche, ascoltare il rumore delle onde frangersi contro gli scogli.
Un’altra illusione. Lei non amava Pietro e restare avrebbe significato solo fargli del male, una fuga per sfuggire alla realtà.
Senza volerlo si irrigidì fra le sue braccia. Pietro si staccò da lei.
“Non sei tornata per restare”
“No” si aggiustò il vestito leggero “un uomo è entrato da poco nella mia vita, volevo capire se il passato…”.
“Il passato lascialo qui” disse Pietro.
Lei sorrise, lo baciò un’ ultima volta. Sapeva di sale.
“Grazie” uscì dalla casa senza sapere che quella sera Pietro avrebbe dipinto un altro quadro
“Buona fortuna Barbarella”.

Barbara richiuse la valigia e con lo sguardo abbracciò ancora una volta la stanza dove aveva riso, pianto e fatto l’amore per la prima volta con Giovanni.
Vent’anni prima era scappata dall’isola con il cuore oppresso dall’angoscia, senza riuscire a evitare di lasciare una parte di lei in quel luogo. Ora era tornata per scacciare gli ultimi fantasmi di iun passato da dimenticare.
Chiuse la porta. La ragazza con le trecce e il ragazzo biondo rimasero lì.
“Teresa vado”
Teresa asciugò una lacrima nel grembiule. Lesse negli occhi di Barbara che non sarebbe tornata.
“Sii felice” disse, aprendole la porta.
“Farò di tutto per esserlo, te lo prometto”.

Il battello virò, fendendo l’acqua. Barbara respirò l’odore del mare, risentì le voci di Cristina, Alberto, Claudia chiamarla, la risata di Giovanni echeggiar nella notte, poi fu silenzio. Solo il rumore delle onde e il brusio dei pochi passeggeri suoi compagni di viaggio.
L’isola diventò un punto in lontananza e la casa di Pietro un sogno immerso in un prato di papaveri.

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