Racconto n°

11

Categoria:

CORONAVIRUS

Effetto covid Lucrezia Lombardi

Alcuni luoghi sono un porto sicuro, sempre. Là le paure e le ansie spariscono.

Per molti si tratta della casa in cui hanno trascorso l’infanzia, per qualcuno la baita dove festeggiare il Natale, per altri semplicemente il mare.

Per Chiara quel luogo era una persona: Edoardo. Fra le sue braccia riusciva a sentirsi al sicuro e amata. Lui le aveva dato tutto l’affetto che prima le era mancato.

Distesa sul letto accanto a lui, quella mattina, Chiara non poteva fare a meno di pensare alla stanchezza che da qualche settimana la seguiva come fosse la sua ombra. Ogni giorno sperava che la sana colazione e la seduta di yoga l’aiutassero, ma la continuità di quella sensazione iniziava a farla preoccupare.

Ultimamente poi, non appena usciva dalla palestra, una tosse secca la colpiva insistentemente, interrompendosi solo quando si infilava un pezzo di zenzero caramellato in bocca.

Certo che non c’è mai pace, pensava Chiara.

L’anno scorso il mal di testa che non dava tregua: un muro pesante le aveva avvolto la mente per tutto l’inverno, persistendo anche dopo che tutti gli accertamenti avevano escluso i mali peggiori. Solo i quindici giorni trascorsi a Cuba, avevano portato via quel macigno, ridotto a emicrania da stress.

Due anni fa, l’ingrossamento dei linfonodi e il conseguente timore di aver contratto la mononucleosi dal compagno di università, durante la pausa con Edoardo. Pure dopo la smentita del medico, i sensi di colpa non erano spariti, tantomeno il pensiero dell’infezione.

Tre anni fa, il battito del cuore oltremodo accelerato, per il quale Chiara si era recata al pronto soccorso, sospettando di essere in procinto di avere un infarto. Sebbene l’elettrocardiogramma avesse chiarito che così non era, la tachicardia era rimasta per tutto il giorno, fintanto che non aveva comunicato al suo cliente l’esito della causa, sfavorevole.

Ogni anno una sfida, insomma.

 

«Amore, sei già sveglia?» le chiese Edoardo a bassa voce, cingendole un braccio attorno alla vita e chiudendola nella posa a cucchiaio.

«Sì!» rispose Lei, scostando dolcemente il braccio che l’aveva accerchiata. «Ho anche fame, vado a fare colazione! Tu resta a dormire che sei tornato tardissimo da lavoro!».

Nessuna risposta. Edoardo era caduto di nuovo in un sonno profondo. Meglio, pensò Chiara, deve riposare.

Così Lei si alzò, aprì il frigo, prese i wasa integrali, il miele e si preparò la tisana zenzero e limone. Senza zucchero, si intende.

Apparecchiò il tavolo usando la tovaglietta presa a Portobello l’estate scorsa e fece colazione in compagnia del suo iPhone. Dopo aver controllato la mail dello studio, scorse la bacheca di Instagram, quella di Facebook e, infine, passò in rassegna La Nazione. Nulla di interessante, pensò. Poi l’attenzione si posò su quel virus proveniente dalla Cina e che sembrava essere giunto a Milano. Il giornale lo descriveva come un nuovo ceppo di coronavirus, ormai noto come COVID – 19.

E quali sono i sintomi della minaccia… mormorò Chiara fra sé e sé, addentando l’ultimo wasa cosparso di miele. Non trovandoli, iniziò una nuova ricerca per mezzo del Dott. Google; purtroppo non riusciva a trovare fonti univoche sul punto, ma aveva capito, leggendo, che c’era da preoccuparsi in presenza di febbre. Per togliersi quel senso di agitazione, decise di misurarsela. Prese il termometro dal cassetto del bagno e attese il fatidico beep; trascorse quegli interminabili minuti inspirando ed espirando lentamente, come le aveva insegnato il suo migliore amico.

Finalmente, ecco il responso: 36,4°. Un brivido di sollievo le attraversò il corpo, malgrado permanesse una lieve apprensione.

Ritenendo di non poter fare altro per il momento, intravide nello yoga un alleato. Mise nella lavastoviglie tazza, piatto, e posate; si lavò le mani, tirò fuori il tappetino e iniziò il saluto del sole, riprendendo la routine.

 

«Mamma, ciao!» rispose Chiara facendo una smorfia davanti al display che si illuminava con un selfie di sua madre, Valentina.

«Tesoro, ciao! Come stai? Che fate tu e Edoardo? Io e Diamond stiamo andando alla spa con Ignazio. Ti saluta eh…» le disse senza neppure dare alla figlia il tempo di rispondere.

«Salutamelo anche tu! Noi tutto bene…» riuscì finalmente a pronunciare Chiara. «Dopo pranzo usciamo, ma rientriamo a casa presto che Edo domani fa la mattina!».

«Va bene, cucciola! Allora ci sentiamo con calma nei prossimi giorni, ok?» disse sua madre con il sottofondo di Enrique Iglesias rivolgendosi al cagnolino «Diamond, non abbaiare che non sento tua sorella...» concluse attaccando il telefono, senza aspettare la risposta della figlia.

«Certo che non avete nulla in comune eh!» le disse Edoardo, notando Chiara che continuava a scuotere la testa.

«Per fortuna, no!» replicò Lei, cresciuta da genitori assenti che dopo il precoce divorzio avevano realizzato un clichè: lui si era accompagnato alla segretaria dello studio; lei, all’ insegnante di tennis.

 

I due, abbracciati l’un l’altro, uscirono di casa nel tardo pomeriggio. Camminando, oltrepassarono piazza Beccaria e, per godersi l’anticipo di primavera, decisero di prenderla larga, spingendosi verso il Lungarno. Alla fine, voltarono l’angolo e «Eccoli laggiù Omar e Luca!» esclamò Edoardo, indicando i due amici seduti sulle sdraio del bar nascosto dietro Ponte Vecchio.

«Buonasera! Come state, piccioncini?» chiese Luca, schioccando un rumorosissimo bacio su Chiara mentre indicava il tavolino che i due avevano riservato.

«Ciao amici!» rispose Chiara, abbracciandoli molto più sobriamente.

«Bene, dai! Ci abbiamo messo un bel po’ perché oggi il numero di turisti batte ogni record!» intervenne Edoardo, sedendosi.

«Il sabato è sempre così. D'altronde, siamo nella città con il museo più frequentato d’Italia!» disse Omar, facendo cenno a Diego di essere pronti per ordinare.

«Hola! Che vi porto, clienti del mio corazon?» esordì il cameriere marcando l’accento latino.

«Hola Diego! Spritz per tutti?» chiese Luca guardando la sua crew. Ottenendo cenni di assenso, proseguì «Bene, quattro spritz, allora. E, che dite, aspettiamo un po’ per ordinare da mangiare?».

«Assolutamente! Io ancora devo finire di digerire il pranzo!» esclamò Chiara, circondata da sguardi interdetti.

Diego, che conosceva ormai i suoi clienti, si mise a ridere e andò dietro al bancone, tornando poco più tardi con barattoli colmi di ghiaccio, prosecco, aperol e una timida fetta di arancia.

«Grazie Diego! A che brindiamo, bella gente?» chiese Edoardo, solare come sempre.

«Oltre al tuo entusiasmo per la vita, amore mio, direi a Noi, che cerchiamo di non impazzire, nonostante le nostre famiglie!» disse Chiara.

«Amen!» rispose Omar, comprendendo bene quel sentimento a cui l’amica si riferiva. Quanti pomeriggi trascorsi insieme confidandosi i disastri familiari. Quante serate vissute con l’unico obiettivo di non pensare a quanto avvenuto a casa il giorno prima. Quante passeggiate fatte fra un esercizio di respirazione e l’altro, cercando di placare le ansie.

«Stasera, dove andate girelloni?» chiese Edoardo, curioso.

«Ceniamo in S. Lorenzo assieme ai compagni di teatro, non ricordo neppure dove. Poi vedrai faremo una bevuta in zona, magari nel locale cubano che ci avete consigliato!» disse Luca, sorseggiando lo spritz.

«E voi? Che programmi avete, invece? Se vi volete unire, siete i benvenuti, lo sapete!» disse Omar tenendo con le labbra il filtro da usare per il drum che stava girando.

«Per quanto ricordare l’isola del Che sia sempre piacevole, stasera facciamo passo. Ceniamo a casa e andiamo a letto presto che domattina io entro a lavoro alle sei! Chiara non si sente neppure un granché…» disse Edoardo guardando la compagna seduta davanti a sé e inarcando le sopracciglia.

«Davvero?! E cosa avresti stavolta?» chiese Omar facendo uscire il fumo dalla bocca, ormai quasi totalmente nascosta da quei baffi radical chic che l’amico tanto amava. «Ulcera? Gastrite? Qualche strana sindrome che ti sei autodiagnosticata fra una causa e l’altra?», continuò l’amico.

«Ah, ah, ah. Simpatico, amico!» replicò la ragazza facendogli la linguaccia e scostando con le mani il fumo che le arrivava addosso «Mah, non lo so. In realtà lo stomaco mi sembra a posto, anche se digerisco peggio del solito! E, soprattutto, sono continuamente stanca. Mi sembra di non riuscire a recuperare mai! In più ho questo pizzicorino alla gola…» proseguì toccandosi il collo con una mano e tenendo la bevuta nell’altra.

«Sei stanca tesoro… tu lavori troppo!» disse Luca scuotendo la testa. «Ieri sera quando ti abbiamo chiamata, noi tornavamo dalle prove e tu eri ancora in studio… erano le 23!!!» esclamò.

«Lo so, ma scadevano i termini delle memorie che dovevo depositare e ci ho messo più del previsto a finire!» replicò l’avvocatessa, facendo spallucce.

Edoardo non aprì bocca. Si limitò a guardarla; ogni volta che l’immagine di Chiara si proiettava nei suoi occhi, una curva sul volto emergeva spontaneamente. Era stato così sin dalla loro conoscenza, avvenuta per caso ad una festa di amici comuni.

Quattro anni dopo, Edoardo amava Chiara più di allora. L’amava in tutti i suoi pregi e difetti, terrori e ambizioni. Ed era vero, Chiara lavorava tanto, non aveva orari ed era parecchio agitata ultimamente. Ma Lui non si arrabbiava per questo. Sapeva quanto fosse importante per lei il lavoro. Tutti le avevano sconsigliato di intraprendere la vita della libera professione, sebbene suo padre le avesse lasciato in eredità uno studio avviato e un pacchetto di clienti. Chiara però, era certa che quella fosse la sua strada. Lo aveva capito quando accompagnando una volta il padre allo studio, lo aveva sentito parlare con un cliente che, alla fine, con le lacrime agli occhi, lo aveva ringraziato per aver fatto capire al Giudice come erano andate le cose. In quel momento, la figlia, che aveva iniziato a nutrire dei sentimenti contrastanti verso il padre per via della sua assenza, lo guardò sotto una luce diversa. Capì perché trascorresse la maggior parte della giornata in studio: aiutava le persone. E anche Lei, si disse, da grande avrebbe fatto lo stesso, diventando l’avv.to Ciabattini.

Un altro sorso di spritz e Chiara riprese il discorso «Comunque, prendetemi in giro, ma stamani ho letto che il virus che ha causato morte a dismisura in Cina è arrivato a Milano!».

«Ci mancava questa! Davvero ti preoccupi per qualcosa di cui ancora non si sa niente?» disse Omar lanciandole un’occhiata che Lei conosceva bene. «Smettila di credere a tutto quello che dicono i giornali, Chiarina!».

«Nessuno di voi è preoccupato? Sul serio?» chiese la ragazza.

«Ma no, amore, perlomeno non ancora!» rispose Edoardo guardandola con affetto.

«E poi tesoro, tu che vuoi farci? Se ci si dovesse preoccupare di tutto, si smetterebbe di vivere!» concluse Luca filosofico.

«Chiarina, forse sei troppo stressata in questo periodo! E sappiamo come reagisce la mente in situazioni del genere!» disse Omar, riferendosi agli episodi degli anni passati. «Se tu riuscissi a staccarti un po’ dallo studio, potresti venire a svagarti al mio corso di improvvisazione… ne avresti un sacco di benefici, te l’ho ripetuto mille volte!» incalzò.

«Ah, sicuramente ti scaricheresti! Anche se sappiamo che voi due preferite altri modi divertenti per farlo!» intervenne Luca con un tono birichino.

«Si fa quel che si può!» rispose Edoardo stando al gioco.

 

Terminato l’aperitivo, i quattro ragazzi tornarono assieme verso il marasma del centro e, dopo essersi salutati, Chiara ed Edoardo rientrarono lentamente verso casa.

«Tesoro, ordiniamo una pizza per cena? Così non cuciniamo neppure e ci riposiamo… hai un visino!» propose Edoardo vicino casa.

Chiara, a quelle parole ebbe un sussulto; poi, ricordandosi di essersi misurata la febbre, considerò di poter mantenere la calma, almeno per il momento. Quanto alla cena, annuì e chiamò la loro pizzeria di fiducia ordinando una margherita con impasto integrale e mozzarella senza lattosio per lei, il calzone per lui.

Giunti a casa, i due decisero di aspettare il fattorino rilassandosi sul divano. Accesero la tv e iniziarono a fare zapping alla ricerca di qualcosa di divertente.

«Aspetta amore: lascia qua che stanno parlando del coronavirus!» disse Chiara, insistendo sul nome completo della minaccia.

«Va bene…» rispose Edoardo, sapendo che rifiutarsi era inutile.

«I coronavirus sono più di cento» spiegava il virologo parlando attraverso il grande schermo «e noi ci conviviamo, da sempre. Basti pensare che quando abbiamo il raffreddore a volte si tratta di rhinovirus, a volte di un coronavirus. Il coronavirus che si è manifestato in Cina però è particolare: esso è legato alla specie animale che, non dimentichiamo, è una fonte inesauribile di virus. In alcuni casi, in genere dove gli animali vivono a stretto contatto con gli uomini, può verificarsi il cosiddetto salto della specie, per cui il virus passa dall’animale, all’uomo. Spesso il virus non sopravvive, perché l’organismo umano risulta inadeguato; stavolta invece, il virus si è adattato e ha iniziato a replicarsi molto velocemente.».

Sul più bello, suonò il citofono.

«Vado io, vado io… Che sembra tu sia stregata da quel dottore!» disse Edoardo precipitandosi per le scale a prendere la cena.

Pronti a gustarsela, Chiara disse «Edo, hai sentito? C’è da preoccuparsi. Forse è per questo che sono sempre stanca. Magari il virus si è adattato al mio corpo!».

«Bè, non potrei dargli torto, amore: in quel tuo corpicino non ci si sta affatto male!» ironizzò lui, lanciandole uno sguardo provocante.

«Sono seria! Secondo me stiamo sottovalutando la situazione. Anzi state, perché io ci sto pensando sempre più spesso!» replicò Chiara che, senza attendere una risposta, disse «Intanto domattina vado a fare la spesa e compro tutto l’occorrente per una dieta che ci alzi le difese immunitarie!».

«Brava dottoressa mia! Già che ci sei, ti fermeresti anche al vinaino accanto al supermercato per fare rifornimento?» chiese Lui.

Chiara scosse la testa e rigirò le labbra mimando un finto sorriso, rassegnata alle sue preoccupazioni.

«Amore, ci serve! Dopotutto nel vino c’è l’alcool e quindi disinfetta: può farci comodo sotto più punti di vista!» le disse Edoardo facendole l’occhiolino.

 

Il mattino seguente Chiara, che aveva sentito la sua dolce metà scivolare dal letto ore prima, aveva atteso la sveglia delle nove crogiolandosi in quello spazio enorme che aveva a disposizione. Più tardi si era alzata, aveva fatto colazione, aveva praticato un po’ di yoga e si era diretta verso il supermercato vicino casa.

Un’oretta dopo, la spesa era quasi conclusa. Mancava solo la tisana all’echinacea, quando Chiara vide davanti a sé una tuta fluorescente che conosceva bene. Si avvicinò e disse: «Mamma, che ci fai qui?».

«Cucciola, buongiorno!» esclamò Valentina buttandole un bacio. «Stamani Ignazio si è svegliato con la voglia di bistecca e quindi sono venuta a comprarla! Anzi, vuoi venire a pranzo da noi? Tanto facciamo una cosa veloce!».

«Mamma, sono vegetariana da cinque anni!» replicò l’altra, a mo’ di cantilena.

«Ah, già! Me ne dimentico sempre!» rispose Valentina.

«Non importa! Tutto bene ieri alla spa?» incalzò Chiara.

«Oh sì, ci siamo davvero rilassati. Forse dovresti andarci anche tu… non hai una bella cera!» suggerì la madre, posandole una mano sul volto.

«Lo so, me lo dite tutti ultimamente. Mi sono persino misurata la febbre, ma non ne ho!» replicò la figlia, che intanto aveva spostato la mano dell’altra.

«Forse devi solo riposare, tesoro. Lavori troppo! So che nutri una passione sconfinata per quello che fai, lo vedo…» disse, assumendo un’espressione seria a cui la figlia era poco abituata «ma ricordati che la vita è altro. Ciò che conta sono gli affetti, le persone a cui vuoi bene, i tuoi cari. E il tempo che trascorri con loro».

Chiara, che non era solita ricevere dalla madre quel tipo di discorsi, la guardava stupita.

«Tuo padre ed io» proseguì lei «non siamo stati dei genitori esemplari, è vero. Abbiamo capito tardi cos’è la famiglia e la sua importanza. Non commettere il nostro errore. Ricordati che la vita risiede nell’amore e nei suoi frutti.».

«Ok, mamma. Ci rifletterò…» le disse Chiara salutandola velocemente.

Mentre si dirigeva alla cassa, Chiara sentì uno strano formicolio alle labbra. Poi una vampata di calore, delle goccioline di sudore sulla fronte. Le scritte e le immagini che la circondavano diventarono meno nitide, fintanto che furono sostituite da puntini neri. Un peso la buttò a terra rapidamente. Tante voci sembravano urlarle addosso. E, infine, il silenzio.

 

«Chiara, mi senti amore?» chiese Edoardo stringendole la mano.

«Edo, tutto bene?» rispose Lei, aprendo gli occhioni verdi come le colline in cui era nata.

Si guardò intorno, non capendo dove si trovassero. Era disorientata e non poteva fare a meno di scorgere qualcosa di diverso nello sguardo del compagno. Intravedeva preoccupazione e sgomento.

«Amore, dove siamo? Che succede?» gli chiese Chiara, che intanto si era accorta di trovarsi su un letto diverso da quello di casa.

«Siamo in ospedale: eri a fare la spesa e sei svenuta. Hanno chiamato l’ambulanza e ti hanno portata qui. Per fortuna tua madre era là! Mi ha chiamato subito!» disse piano Lui, indicando la sagoma di Valentina oltre il vetro.

«Appena ti hanno caricato sull’ambulanza hai ripreso conoscenza per qualche minuto. Poi sei caduta in un sonno profondo…»  continuò Edoardo, accarezzandole la fronte.

«Sono svenuta e ho dormito sull’ambulanza?» chiese incredula Lei.

«Sì, mia bella addormentata! Giunta in ospedale ti hanno fatto degli esami e hanno deciso di trattenerti per la notte.» proseguì Edoardo davanti agli occhi sgranati di Chiara, sempre più pallida.

«I primi esiti sono già arrivati. Me li ha appena comunicati il dottore…» disse Lui, spostando la mano che le accarezzava la fronte sulla chioma dorata.

Eccoci, pensò Chiara. Le tornarono alla mente tutte le notizie che aveva letto e sentito nei giorni precedenti su quell’indecifrabile virus. Ripensava alla stanchezza e a quel pizzicorino alla gola delle ultime settimane.

La sfida dell’anno è arrivata, constatò nella sua mente. Sentì la paura prendere il sopravvento: il battito del cuore diventava più veloce e l’ossigeno sembrava mancarle. Cercando di riprendere il controllo su se stessa, applicò ancora una volta gli esercizi di respirazione. E, con un filo di voce, certa della risposta che stava per ottenere, chiese «Edo, ho quel virus cinese, vero?».

Edoardo, che da quando aveva ricevuto la notizia continuava a pensare alla loro storia, al loro primo incontro, al loro primo bacio, al loro primo tutto, le strinse ancora di più la mano.

Stavolta fu Lui a inspirare profondamente, quasi come a prendere coraggio e, cacciata fuori la paura, si avvicinò ancora di più sussurrandole all’orecchio «In effetti c’è qualcosa amore mio, ma lo affronteremo insieme…» disse con aria seria. «Sicuramente non ce lo aspettavamo. E ci colpirà più di quanto ti immagini, ne sono certo.», concluse.

La ragazza, vedendo il compagno esitare, pensò al peggio. Passò in rassegna le patologie che aveva sospettato di avere negli anni passati, cercando di ricordarsi i sintomi di ognuna di queste. Nel tentativo di concentrarsi, ruotò leggermente la testa: aldilà del vetro non c’era solo sua madre. Riconobbe immediatamente i profili di Omar e Luca che, negli anni, assieme a Edoardo, erano diventati la sua famiglia.

D’un tratto, tutto le fu chiaro.

Come ho fatto a non pensarci prima, si disse Chiara. La sua famiglia là fuori, le parole della madre, i sintomi: tutto adesso aveva senso.

Provando la stessa sensazione di quel giorno allo studio del padre, Lei si girò verso Edoardo che, sorridendole come sempre aveva fatto, disse «Aspettiamo un bambino, amore mio!».

E Chiara, per la prima volta, divenne il porto sicuro di qualcun altro.

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