Racconto n°

12

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CORONAVIRUS

GLI OCCHI DEL CENTRAVANTI Eugène Aravòn

GLI OCCHI DEL CENTRAVANTI

   

Stesa sul lettino, vedevo Monica a disagio in quel caotico triage dove attendevamo che mi chiamassero per la prima visita di accettazione. In ambulanza mille ansie le avevano affollato la mente e, forse pensando di distrarmi per qualche attimo dai miei malesseri, mi ripeteva che la infastidiva il dover spiegare perché era lei ad accompagnarmi e non un familiare; temeva di non riuscire a superare la barriera dovuta a quel benedetto rispetto della riservatezza che poteva farla allontanare senza altra spiegazione che non “ragioni di privacy”, e non ultimo la preoccupava, quasi fosse una bambina, il timore di sentirsi dire con tono di rimprovero proprio insopportabile che per un po’ di febbre e di mal di pancia ci si potrebbe curare a casa e il giorno dopo chiamare il medico di base.

Intanto io ero soffocata dalla sensazione che la temperatura, già alta quando la guardia medica l’aveva rilevata, all’uscita del ristorante, prossima al 39, stava aumentando e ancora più avvertivo la difficoltà a essere presente a ciò che accadeva attorno a me. La testa era sempre più frastornata dai rumori circostanti che avvertivo ovattati come un sottofondo sonoro che però si amplificava, martellandomi le tempie, al ritmo delle porte automatiche che si aprivano e chiudevano ogni volta che qualcuno passava vicino al sensore.

I minuti, forse i quarti d’ora, sembravano un’eternità. La chiassosa festa durante la quale mi ero sentita mancare solo un’ora prima mi tornava alla mente a sprazzi come un delirio. Tossivo. Quando arrivò il mio turno cominciavo a tremare e sentii solo «...ssini Rosangela.» La testa annebbiata, afferrai appena il mio nome e realizzai che finalmente si sarebbero occupati di me. Monica mi teneva la mano e non so se fosse più sudata la sua o la mia. Nell’altra mano teneva ancora i miei folli sandali tacco 18 senza plateau. Non ero passata da casa, ero … svestita come alla festa, mi dava un minimo di decenza rispetto al luogo dove mi trovavo il lenzuolo azzurrino che mi copriva le gambe. Sarebbero state in bella mostra per via della mini che ne nascondeva ben poco.

Due alieni in camice, mascherina, visiera, guanti, cuffia e calzari avevano iniziato a spingere il mio lettino verso il corridoio. Monica accennò a seguirlo ma capì dal gesto di uno dei due infermieri acconciati da alieni che doveva fermarsi sulla soglia di quel corridoio, una soglia dura da rispettare per un parente, un amico perché, quando si chiude automaticamente, sembra calare come una ghigliottina sul collo della relazione che lega chi ormai è dentro e chi viene garbatamente lasciato fuori.

 Fu l’ultimo segno di vita che ricordo, faticavo sempre più a respirare, sussurrai: «Grazie Monica» , cercai di alzare la mano sudata che mi aveva appena lasciata stringendomela per l’ultima possibilità di conforto. Ho una vaga memoria, come di un sogno, di attraversamenti di lunghi corridoi, sempre sullo stesso lettino traballante, di passaggi di consegna tra coppie di alieni tutti di un genere neutro, tutti uguali, salvo forse l’altezza, maschi e femmine, ammesso che gli alieni abbiano un genere, e, nello stesso sogno, mani che mi esploravano le narici e la gola, frammenti di voci che ora mi chiedevano, ora mi raccomandavano e mi imponevano, ora mi elogiavano e mi confortavano: «Si giri un po’, così … ecco ...» «Adesso non respiri ...» «Ferma! Non si muova ...» «Brava. Abbiamo finito ...» . La prima cosa di cui sono certa è di essermi svegliata la mattina dopo in un camerone nel quale una violenta luce entrava da una delle tre finestre inondando una parte dell’ambiente lasciando in penombra quella dove, conciata anch’io come un’aliena, o come un’astronauta cercavo qualche riferimento.

 Percepivo confusamente i forti contrasti di luce attraverso la superficie trasparente ma deformante di un casco che mi era stato calzato sulla testa e mi aiutava a respirare; ma la testa, quella, restava pesante e intorpidita. Alle braccia e alle dita mi erano stati applicati i cateteri venosi, i misuratori di saturazione e altri rilevatori che assieme ai tubi del respiratore mi davano la sensazione di essere integralmente alimentata. Quella matassa di cavi, cavetti, tubi e tubetti faceva capo a più centraline di elaborazione con display e monitor sui quali la mia esistenza si trasformava in tracciati verdi che come serpenti attraversavano schermi neri, numeri, bip e segnali vari che mi restituivano drammaticamente la sensazione di non essere in grado di conoscere minimamente il mio stato. in In un’ordinaria mattina della mia vita, avrei verificanto i parametri della quotidianità: non ho mal di pancia, non ho tosse, non ho dolori da nessuna parte, la fronte è fresca, ho appetito e quindi sto bene. In quel letto, immobile per necessità ma anche per spossatezza sentivo di non disporre più di me stessa. É amara la sensazione di dipendere totalmente da altri, dà una vertigine come per l’improvvisa percezione del vuoto. Per fortuna “gli altri” dalla cui capacità di leggere i miei parametri sui monitor sentivo di dipendere, venivano con confortante frequenza a controllarmi. Veniva sempre un terzetto di indecifrabili alieni che si affacciavano tutti e tre dalla stessa parte del mio letto e confabulavano tra di loro, ma uno solo dei quali, quello al centro del trio, mi rivolgeva la parola: «Alora, Rosangela, andata bene questa volta qui?» Era una domanda o un’affermazione? Non avevo la forza di rispondere ma riuscii a connettere quel tanto che bastava per capire che, se mi trovavo ad ascoltare quella prima voce che mi rivolgeva la parola, voleva giusto dire che era andata bene.

Il mio casco e le loro visiere congiuravano per non farmi decifrare neppure vagamente le sembianze dei tre. Medici? Infermieri? Uomini o donne? Quello che mi rivolgeva la parola era sicuramente un uomo, la voce era inconfondibilmente maschile. Gli altri due non parlavano con me, mi guardavano e provavo un sottile disagio per non poter leggere, dietro quelle mascherine e quelle visiere, i movimenti delle labbra, l’atteggiamento della bocca. Erano seri o scherzavano e ridevano come spesso fa il personale medico, per acquisito distacco professionale, anche davanti a un paziente che potrebbe avere le ore contate?

«Se, come spero, tuto va bene nei giorni che vengono, ci siamo resparmiati l’intubamento. Adesso deve stare tranquila e cercare de riposare. Se ha bisogno chiami con questo pulsante che viene subito Breta»

Tranquilla? Faceva presto lui a dirlo. Ma come si fa a stare tranquilli se come ti muovi di un centimetro hai paura di rompere quella incredibile “installazione”, audace opera d’arte fatta dai medici dell’ospedale di Brescia quasi l’avessero scambiata per una Biennale.

Quella prima conversazione era stata anche troppo stancante per le mie risorse ridotte al lumicino. Mi decisi a chiudere gli occhi e mi imposi di sperare ripensando a quelle parole “ci siamo risparmiati l’intubamento”. Sembrava davvero, dal tono compenetrato con cui l’aveva detto che anche per lui si fosse trattato di un lieto evento.

Non sapevo nel dettaglio che cosa fosse l’intubamento. Dalle cronache dei giorni precedenti al mio ricovero avevo capito che questa procedura si accompagnava sempre ai casi gravi dei primi contagiati dal Covid19 nei reparti di terapia intensiva e di rianimazione.

Mi addormentai aggrappandomi alla conclusione che se non ero stata intubata voleva dire che non ero tra i contagiati dal virus oppure che se ero tra quelli – e mi prendeva lo sgomento al solo immaginarlo – non ero dunque gravissima.

Durante il sonno, che era per lo più un dormiveglia, vedevo alternarsi a fianco del mio letto diverse persone, tutte bardate allo stesso modo, ma mi sembrò di riconoscere quello che mi aveva parlato la prima volta. Lo riconobbi da un dettaglio, un quadratino rosso che aveva sul camice all’altezza di una spalla e che aveva richiamato la mia attenzione a dispetto della confusione mentale di quel primo giorno. Si scambiavano tra loro pareri guardandomi e dicendo cose incomprensibili, tanto che iniziai a pensare che discutessero in bresciano stretto e, non avendolo mai parlato né sentito nella mia famiglia di origine emiliana, dovevo rassegnarmi a non capire niente.

 La mattina seguente il trio medico tornò a trovarmi molto presto. A parlare sempre quello al centro della formazione. Mi richiamavano alla mente i tre attaccanti che danno il calcio di inizio dal dischetto del centrocampo. Per quello decisi di chiamarlo “il centravanti con le due mezze ali”.

 «Ciao, come sta, Rosangela?» mi chiese.

 Stavo sicuramente meglio e glielo dissi. Mentre scuotevo la testa per confermarlo, sentivo un leggero sorriso tentare di affiorarmi sulle labbra secche e aride. Ebbi come l’impressione che anche lui stesse sorridendo, ma mi resi conto che con quelle bardature era tutto un gioco di immaginazione Pianto? Riso? Sorriso? Atteggiamenti veramente indecifrabili. Pensavo che era meglio così. A un paziente che soffre fa più male della sua malattia capire che i medici ridono, poco distante, perché si sono raccontati una buona barzelletta.

Accompagnato sempre da Breta (che però io chiamavo Greta perché la prima volta che avevo sentito il suo nome, dallo stordimento, avevo capito Greta ... ed era già tanto) il “centravanti” tornò due volte ancora a trovarmi: «Tutti parametri questa sera sono tutti meglio. Andiamo bene» annunciò.

 Cominciavo a distinguere dietro alla visiera due occhi larghi e molto mobili che quando mi dava notizie confortanti parevano socchiudersi appena. Mi venne in mente che mia mamma diceva spesso di alcune persone che “ridevano con gli occhi” e questo dettaglio mi fece intuire la ragione per la quale mi sembrava che in quelle occasioni sorridesse anche se non vedevo la bocca e neppure il naso.

 La premurosa Breta mi aveva riferito che Monica era stata informata delle mie condizioni, a dispetto delle sue preoccupazioni per la privacy, avendo appreso proprio da lei all’accettazione del triage che non avevo antri parenti diretti e quindi l’avevano indicata sulla mia scheda come persona di riferimento.

Di Breta mi incuriosiva anche il suo modo di parlare col “centravanti”, stessa cadenza che avvertivo sempre più inusitata, inconsueta. Mi sembrava che non c’entrasse niente col dialetto bresciano, piuttosto mi ricordava una leggera inflessione veneta. Ma poi, perché “lui” mi salutava dicendomi “ciao” e poi mi dava del lei? Certo che appariva contento quanto e più di me di avermi tirata fuori per i capelli da una situazione molto critica. Mi aveva detto quella mattina: «Questo Coronavirus è avversario molto insidioso, ma noi lo battiamo!» mi erano parse proprio parole da “centravanti” e per di più, per quel che sapevo di calcio, di sfondamento.

Ogni giorno si ripetevano due o tre visite e la liturgia era sempre quella: ciao, poche parole sempre confortanti e soprattutto pronunciate non con il distaccato tono professionale che non fa sconti ma neppure regala niente a nessuno, ma con una vena di complicità e partecipazione alla mia graduale uscita dal tunnel.

Quella mattina però mi sorprese con una versione nuova del saluto: «Ciao, alora, come sta la mia Rosangela? Io dico:bene»

 Si era fatta la domanda e data la risposta, peraltro giusta, perché cominciavo a riacquistare le forze. La novità di quella mattina era la rimozione del casco per la ventilazione polmonare.

«Oggi, Rosangela, proviamo a respirare con i nostri belli polmoni. Abbiamo quasi eliminato i sedativi, cominciamo a mangiare e bere qualcosa e tutto andrà bene.»

Anche ai piedi di altri due letti del mio camerone avevo visto dei fogli, disegnati a pennarello, con un arcobaleno e la scritta “Tutto andrà bene”. E pure il “centravanti” sembrava di quell’avviso, esibiva grande ottimismo, almeno nei miei confronti, e me lo faceva capire con i suoi occhi ormai eloquenti per me più delle sue misuratissime parole.

Senza lo scafandro da palombaro nel quale la mia testa aveva galleggiato tre giorni e tre notti la vita appariva decisamente più rosa, ma anche più gialla, più verde, più rossa, più di qualunque colore che non fosse quell’azzurrino smorto che unificava in un agghiacciante mortorio tutto quanto, dalle pareti alla biancheria alle apparecchiature all’abbigliamento di ogni essere vivente che transitasse in quelle stanze.

In quella nuova estasi che mi faceva vedere ogni cosa colorata, all’improvviso, girandomi senza più lo schermo deformante del casco respiratorio, vidi il mio “centravanti” che aveva sollevato per un attimo la visiera e finalmente ne scoprii il meraviglioso verde degli occhi, un verde profondo e trasparente che ricordo bene– ah! se mi ricordo –, associai al verde del mare delle isole Kornati, che mi era rimasto nel cuore due anni prima. I miei occhi avevano incrociato i suoi per un secondo ma mi era parso di aver acquisito un elemento importante per dipingere il ritratto del “centravanti” che avevo immaginato di comporre nelle ultime due notti in cui mi ero addormentata aggrappandomi al ricordo della sua complice, suadente voce.

Nei giorni in cui mi avevano infilato la testa in quel dannato – ma provvidenziale - casco di plastica non potevo girarla facilmente e quando i diversi assistenti che mi venivano a trovare si avvicinavano e si allontanavano dal letto non riuscivo a valutarne bene l’altezza, la corporatura.

 Ora cominciavo a divertirmi a immaginare una faccia da associare a ciascun corpo alto, basso grasso magro che vedevo transitare nel reparto.

Ricevevo meno attenzioni da parte del personale ma questo mi confermava nella convinzione di essere in via di guarigione.

“Lui” però trovava sempre due minuti per venire e ripetere: «Parametri sempre migliorano. Bene, Rosangela, andiamo avanti così.» Andiamo? Quel modo di parlare al plurale, anche se strano, lo sentivo coinvolgente e preferivo non domandarmi se fosse solo l’ennesima anomalia del suo strano linguaggio o tradisse qualche altro sentimento. Quel giorno mi venne a trovare anche Breta e mi disse: «Domani trasferimento a altro reparto Medicina. Dovresti essere contenta, no?» Perché me lo domandava? Chiunque sarebbe stato contento di lasciare un reparto di terapia semi-intensiva dove aveva rischiato di smettere di respirare per sempre. Mi rimaneva la sensazione che quella domanda non fosse così ovvia come sembrava.

«Ma il dottore … quello in mezzo ...»

«Viene, viene, viene …. » ripeté tre volte a cantilena «domani c’è lui per autorizzare trasferimento al nuovo reparto.» Breta aveva capito, forse per l’innato intuito di noi donne, che desideravo vederlo ancora perché mi aveva ridato, in un certo senso, il respiro e non solo. Mi aveva riconciliato con la figura dell’uomo gentile, premuroso, complice che avevo dimenticato dopo l’ultima fallimentare esperienza di coppia che ancora non ero riuscita a elaborare.

Puntuale, alle otto del mattino, eccolo, il terzetto di attacco con il centravanti in mezzo. Stavolta avevo la netta percezione che fosse più alto di Breta – ed era abbastanza scontato – ma anche del collega più basso e in carne che lo seguiva sempre ma non parlava mai.

«Ciao, Rosangela. Oggi cambiamo stanza di hotel» aveva voglia di scherzare, gli occhi gli ridevano più del solito, ma la dannata mascherina di quell’odioso azzurrino slavato che gli copriva naso e bocca non mi faceva vedere se stava ridendo con gusto o solo per convenienza. Era una profonda ingiustizia che lui potesse vedermi e leggermi in faccia le sensazioni che provavo mentre io dovevo lavorare di immaginazione.

In quel momento avrà letto, nel mio sorriso contenuto, la vena di dispiacere che provavo al pensiero di … «Mi verrà a trovare nell’altro reparto, dottor ….»

«Amant» rispose, e poi subito «vengo, vengo, tranquilla Rosangela non resta sola.»

Breta mi aiutò a raccogliere le mie cose dal cassetto del comodino e con un infermiere venuto dal reparto di destinazione, sbloccò le ruote del letto e iniziò a spingerlo verso il montacarichi.

Non potevo resistere alla curiosità di sapere qualcosa di più sul dottor … Amant.

«Amant è il cognome del dottore? Di che provenienza?»

Breta mi chiarì subito che Amant era il nome e sia lei che il dottore facevano parte della equipe di specialisti venuti dall’Albania in aiuto ai medici lombardi.

«Ah, fantastico. Pensare che qualche volta ho avuto la sensazione che foste di origine veneta» precisai.

«La famiglia di Amant ha lontana discendenza nella Repubblica di Venezia e poi in molti albanesi che parlano come noi l’italiano è rimasta leggera cadenza veneta »

Arrivati al reparto mi salutò con una vigorosa stretta di entrambe le mani e, con un gesto furtivo, dopo aver fatto un passo indietro, si abbassò la mascherina per farmi apprezzare integralmente il suo generoso e amichevole sorriso.

Mi avevano dimessa da due mesi, vivevo ancora da convalescente nel mio quartierino ricevendo blindatissime visite di Monica che mi portava la spesa, la lasciava fuori dalla porta e aspettava in fondo al ballatoio che aprissi e la salutassi a distanza. Per il reso erano solo lunghe a spesso noiose videochiamate via Skype.

Trascorrevano i giorni tutti uguali. Avrei potuto riprendere a frequentare lo studio ma lo stato di debolezza in cui si viene gettati da quella dannata malattia mi induceva a godere ancora del beneficio di non dovermi sbattere per difendere il posto di lavoro, essendo titolare, con Monica, di quello studio legale. In quel periodo anche la macchina giudiziaria era andata in quarantena, alla faccia della giustizia.

 Il telefono squillava spesso: amici, lontani parenti, qualche vecchio cliente entrato in confidenza. Era domenica. Era la prima chiamata. Non avevo voglia di rispondere. Pensai: “Se hanno bisogno richiameranno”. Gli squilli raggiunsero il limite massimo presettato di quindici. Un attimo di silenzio e poi ancora squilli. Li contai e al quattordicesimo mi decisi a rispondere. Era l’Ospedale di Brescia. L’operatrice, accertatasi di aver chiamato la persona giusta, si scusò per il disturbo e mi passò il primario del reparto di terapia intensiva. Non capii distintamente il nome ma mi sembrava indelicato chiedergli di ripetermelo. Mi disse sbrigativamente: «Come sta? Bene spero. Anche se vediamo decine di pazienti, però mi ricordo di lei» capivo che aveva fretta di arrivare al motivo della telefonata «Abbiamo bisogno di lei, anzi del suo sangue» aggiunse, facendomi scattare in piedi come una molla per la sorpresa.

«Il dottor Thanasi, che le ha salvato la vita con la nuova tecnica della ventilazione non invasiva, ha contratto il virus in maniera acuta ed è ora in terapia intensiva, ma risponde male alle terapie tradizionali. Intendiamo sottoporlo alla trasfusione di plasma di una persona guarita come lei dall'infezione che contiene gli anticorpi specifici contro il virus Sars-CoV-2 Recenti studi clinici hanno dimostrato che questi anticorpi, una volta infusi nei pazienti sintomatici, determinano una risposta terapeutica rapida ed efficace. Ci pensi, un grande gesto di solidarietà da chi, come lei, ha vinto la battaglia e potrebbe salvare la vita a chi è invece nel bel mezzo del conflitto. »

«Come mai avete scelto me tra tanti pazienti guariti?» chiesi «É stato lui. Ha detto solo: Rosangela. Abbiamo recuperato la sua cartella e il suo sangue risulta compatibile»

 Non chiesi più nulla e piansi in silenzio. La spiegazione era stata sintetica ma esaustiva. Nelle lunghe interviste ai vari “scienziati” ascoltate durante la convalescenza avevo sentito parlare delle prospettive aperte da questa nuova tecnica trasfusionale. La vita del dottor Thanasi, la vita di Amant, il centravanti dagli occhi verdi che sorridono era nelle mie mani, anzi nelle mie vene. Non riuscivo a credere che quegli occhi fossero ora serrati in una smorfia di dolore per lo sforzo di respirare. Il tempo di vestirmi e un’auto medica era sotto casa ad aspettarmi. Non ero agitata, anzi una sorta di sereno abbandono mi faceva sentire sicura in mano a quei medici e sanitari che mi erano stati accanto in uno dei più difficili momenti della mia vita recente.

Piegai la testa all’indietro per istinto ma eravamo già arrivati. In pochi istanti mi ritrovai in una saletta distesa su un lettino. Di nuovo un lettino stretto e scomodo ma ora tutto mi sembrava sopportabile.

 Il prelievo, il successivo riposo, tutto mi appariva semplice, non impegnativo. Mi addormentai pensando al capovolgimento di situazione: ora Amant era steso in un letto attraversato da tubi e cavi ed io potevo immaginarmi in piedi a un lato di quel letto, con la mascherina, la cuffia, intenta a guardarlo negli occhi chiusi da una oppressione mortifera.

La situazione che avevo appena immaginato divenne realtà dopo una lunga settimana di attesa.

Avevo chiesto al reparto di terapia intensiva di andare a trovare Amant. Pensavo me lo negassero, invece, in segno di riconoscenza e considerandomi, almeno nel breve periodo, immune, mi ammisero al reparto.

Mi avvicinai al suo letto con trepidazione. Una mescolanza di sentimenti e sensazioni mi percorreva. Assieme al piacere di constatare i progressi di un paziente, quale che fosse, salvato grazie al mio sangue rigeneratore, conviveva in me la sottile sciocca ansia di trovarmi di fronte ad un viso non all’altezza degli occhi verde mare ai quali avevo associato nella mia immaginazione lineamenti sublimi. Quando fui al fianco del suo letto, accompagnato da Breta che mi aveva costantemente tenuta informata del decorso della terapia, per un attimo chiusi gli occhi. Anche se i guanti mi riducevano la sensibilità, sfiorai la sua mano tra un sensore e un cavo.

Aprii gli occhi. Il suo viso era contratto ma sereno. Sembrava dormire e controllai ogni mio movimento per non svegliarlo. La barba lunga di qualche giorno nascondeva il pallore delle guance e il nastro pronunciato dei baffi scendeva a disegnare il tondo regolare del mento. Il naso sottile era deformato dal sondino che lo alimentava.

 Corti capelli castani chiari si spingevano arruffati fino alla fronte.

 L’impressione era di vedere la testa di una statua greca o romana. Il pallore aiutava quell’accostamento.

 L’ansia della delusione aveva lasciato in me il posto al dolce piacere di accarezzare con lo sguardo la raffigurazione, in quei tratti sereni pur nella composta sofferenza, della dolcezza e della complicità che ne erano scaturiti durante il mio ricovero.

Fui ammessa altre due volte al reparto dove Amant era in cura. La terapia stava funzionando benissimo. Finalmente potevo rivolgergli qualche parola. La debolezza e il sondino gli rendevano faticoso parlare. Gli dissi: «Ti faccio delle domande in modo che tu possa rispondermi solo si o no. Ti va?» annuì con la testa. Gli avevo dato del tu con naturalezza. Non lo vedevo più come il dottor Thanasi o come “il centravanti”, era Amant, l’uomo che viveva grazie al mio sangue e ora, lo desideravo fortemente, grazie al mio amore.

«Sono informati i tuoi parenti?» Fece cenno di sì con la testa

«Chi hai lasciato a casa?» e facendo quella domanda sentii di nuovo salire fino alla gola l’ansia per la risposta che poteva non essere quella che avrei voluto sentire e trafiggermi come una pugnalata.

«Mama ... » non volevo che se ne accorgesse ma tremavo « … e sorela» Aaah! Sentii il cuore fare una capriola, un doppio salto mortale e mezzo carpiato con avvitamento.

Il resto della conversazione mi sembrò come spingere una macchina in discesa dopo aver sofferto per farla arrivare in cima alla salita.

Le domande, banali: «Hai male qui?» «Ti senti ancora la febbre?» le risposte con leggeri cenni del capo, ma non importavano più le domande e le risposte, importava la complicità che sembrava frutto di una lunga condivisione e non di poche drammatiche giornate nei reparti di rianimazione.

Quando Breta mi tirò per un braccio per farmi capire che era ora di sospendere la visita, Amant si sforzò per sollevarsi e mi sibilò: «Rosangela, ti voglio bene» e chiuse le labbra in un bacio.

 Breta, che era diventata la mia confidente, mi svelò, mentre mi accompagnava all’uscita, che i medici dell’intensiva, che restano sempre maschietti sotto il camice, quando arriva una bella paziente, possono vedere e apprezzare quello che altri colleghi: l’otorino, il dentista, l’oculista, il neurologo non hanno motivo di vedere.

«Capisci? Quando sei arrivata ha detto: accidenti, che minigonna e che gambe! Poi, quando ti abbiamo svestita ha detto … » rideva di gusto Breta «Beh, è meglio che non te lo dico … ma poi è tornato serio e ha detto “Questo fiore non deve apasire” e ha fato per te quelo che ha fato»

Volevo togliermi almeno con lei lo sfizio di correggere le parole pronunciate senza le doppie, ma il nodo che mi serrava la gola per la gioia me lo impediva

Breta mi salutò con la mano e tornò verso il reparto ma si girò di colpo per dirmi: «Ah, Amant, che hanno molto apprezzato per suo impegno e passione dimostrati prima di ammalarsi, ha intenzione di accettare la proposta di trasferirsi qui per essere assunto in questo ospedale. Ciao»

Secondo voi quella notte riuscii a chiudere occhio?

Nooo …

Ah! Volete conoscere il seguito della storia? Ora, dopo tutta questa narrazione, sono un po’ provata. Perché non ve lo fate raccontare da mio marito Amant?

 

 

 

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