Racconto n°

4

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CORONAVIRUS

I MILLE VOLTI DELL'AMORE NessunDorma

I MILLE VOLTI DELL'AMORE

 

Ormai sposati da quasi dieci anni, nonché reduci da altri dieci di convivenza, Carlo e Beatrice avevano raggiunto quella che può definirsi una serenità stabile; accomunati dalla passione per la letteratura nonché dall'amore per la natura e per gli animali, la tipica amicizia che si trasforma in qualcosa di più.

Beatrice non aveva mai provato per Carlo quel tipo di amore che fa battere il cuore, tremare le gambe e sentire le farfalle nello stomaco, ciò nonostante nel corso degli anni aveva imparato ad amarlo di un amore forse ancora più grande, costruito e consolidato da anni di risate e lacrime, di traslochi, di difficoltà economiche, di perdita dei genitori di entrambi, di cambiamenti e certezze, di randagi raccolti per strada, di alberi piantati e pareti dipinte; sempre insieme, uniti e compatti come un unico organismo seppur rispettando l’individualità uno dell’altro.

Carlo insegnava lettere presso un liceo scientifico, Beatrice dopo aver fatto lo stesso per cinque anni circa, aveva poi optato di rinunciare al lavoro per dedicarsi anima e corpo alla cura dei suoi adorati animali, ormai più di cinquanta tra cani, gatti, galline, oche e quant'altro, potendoli finalmente accogliere nella casa in campagna che qualche anno prima erano riusciti a comprare stipulando un mutuo.

Carlo era tutto casa e lavoro; impostava con i suoi alunni un rapporto amichevole e confidenziale, tanto che i più continuavano a chiedere il suo supporto anche dopo la licenza, portandolo a fare diverse ore di straordinario, ovviamente gratis, tutte le volte che avevano da sostenere un esame all'università; lui non si negava mai, dava loro tutto se stesso con quella generosità che da sempre lo caratterizzava, portando talvolta i suoi alunni anche a casa, tant'è che Beatrice li conosceva tutti.

Cinquantenne di bellissimo aspetto Carlo, aveva già fatto innamorare più di un’alunna, ma le considerava poco più che bambine e con Beatrice parlava e rideva in tutta serenità anche di queste cose, come di tutto il resto.

Talvolta Beatrice lo guardava pensando: “Però, com'è bello mio marito, che gran peccato non sentire attrazione per lui, il nostro poteva essere un matrimonio perfetto, ma tutto non si può avere dalla vita ed io sono più che felice di quello che ho, che non è poco!”

Quando cominciarono a circolare le prime notizie sui contagiati del Codiv-19 i coniugi assunsero inizialmente opinioni differenti.

Beatrice sosteneva: «Devono chiudere tutto, subito, immediatamente, prima che sia troppo tardi!»

Carlo le rispondeva: «Ma dai non esagerare, si tratta solo di un’influenza!»

Il tempo diede ragione a Beatrice e in men che non si dica tutto fu chiuso, scuole e università in primis.

Per Beatrice non cambiò molto, tranne il dover fare la spesa nell'unico piccolo negozietto del suo comune, gestito da avidi ladri col vizietto di aggiungere sempre sullo scontrino qualcosa che lei non aveva comprato, piuttosto che nel grande centro commerciale del capoluogo.

Per Carlo invece fu peggio della morte, tanto che sin da subito si era prodigato per fare lezione online, ben prima che tale suggerimento arrivasse dall'alto e spesso si intratteneva al telefono in lunghe conversazioni con i suoi alunni, soprattutto con quelli più grandi che già frequentavano l’università, coi quali parlava di tutto, non solo di letteratura.

Beatrice lo vedeva depresso e si dispiaceva per lui, tentando di tirarlo su affibbiandogli qualche lavoretto da fare in casa, ben sapendo che non era lo stesso che insegnare ma almeno lo distraeva un po’.

Dopo qualche giorno di chiusura forzata Carlo disse a Beatrice: «Vado ad accendere un po’ il motore della macchina, non vorrei che si scarica la batteria e non parte più, ci mancherebbe solo questo!» E fece per dare a Beatrice il solito bacetto di saluto che si davano sempre, ma Beatrice lo fermò: «Altolà, mantenere la distanza di sicurezza prego!»

 Carlo rise: «Ma fammi il favore, se viviamo insieme e dormiamo nello stesso letto!»

«Ma certo, scherzavo scemo!» Rise a sua volta Beatrice baciando il marito e constatando che si era sbarbato ben bene con tanto di crema dopo barba, quindi gli chiese: «Ti sei profumato per andare ad accendere il motore della macchina? Non avrai mica un appuntamento galante col cinghiale selvatico che si aggira qui intorno da un po’?»

 Lui rise: «Ma smettila, ho messo la crema perché ho il viso screpolato.» E se ne andò.

 

 Il caso volle che proprio a quell'ora Beatrice fosse solita dar da mangiare ai mici, e constatando che ne mancava all'appello uno, andò a cercarlo fuori dal cancello di casa, dove non v’era traccia né di Carlo né tanto meno della sua vecchia Jeep.

“Che strano!” Pensò Beatrice: “Che abbia deciso di andare a buttare la spazzatura senza che io glielo abbia chiesto per la prima volta in vita sua?” Poi ricordò che si era fatto la barba e profumato, quindi decise di appurarlo.

La casa di Carlo e Beatrice era molto isolata, per raggiungere il centro abitato bisognava percorrere ben due chilometri di strada in sterrato; attraversando il bosco a piedi però, piuttosto che prendere la via principale, Beatrice avrebbe impiegato all'incirca cinque minuti per raggiungere il bidone dell’immondizia, quindi decisa a svelare l’arcano indossò i suoi stivali di gomma e si avviò.

Beatrice intravide la Jeep di Carlo proprio dinanzi al bidone dell’immondizia ancor prima di raggiungerlo, constatando che non fosse da solo: era in piedi fuori dalla macchina e parlava con qualcuno.

La donna decise di nascondersi dietro a un cespuglio poco distante per origliare e ci mise un bel po’ a riconosce Gabriella, imbardata com'era con tanto di mascherina, occhiali, guanti e cappello.

Gabriella era una ex alunna di Carlo, una tra le più brillanti e promettenti, nonché una gran bella ragazza di vent'anni.

 

«Mi sei mancato troppo, dovevo vederti, anche solo cinque minuti!» Stava dicendo la ragazza a Carlo, e lui: «Anche tu mi sei mancata ma non è prudente vederci così, posso fermarmi con te pochi minuti appena, Beatrice potrebbe accorgersi della mia assenza.»

E Beatrice in cuor suo: “Anvedi st’infami!”

«Posso abbracciarti?» Chiese Gabriella a Carlo, e lui: «Meglio di no, potrebbe passare qualche vicino di casa e vederci, ti avevo detto che non era il caso.»

E Beatrice: “Mo salto fuori di botto da dietro al cespuglio e gli grido -Sorpresa-”

«Non fa niente» continuò Gabriella: «Mi basta anche solo così.»

«Sei venuta col pullman? Che te la sei presa a fare la patente se poi viaggi in pullman?» Chiese Carlo alla ragazza e lei: «Sì bravo, poi glielo spieghi tu a papà che per andare da Cinzia dietro l’angolo mi sposto in macchina?»

Beatrice sapeva che Gabriella viveva in un altro paese, quindi per raggiungere Carlo aveva dovuto prendere un pullman fino al capoluogo e poi un altro fin lì, affrontando diverse ore di viaggio nonché il rischio di essere fermata dai carabinieri dovendo dare spiegazioni, soltanto per vedere il suo amato cinque minuti, senza neanche poterlo abbracciare.

“Questo è amore!” Pensò Beatrice tra sé e sé, optando di ritornarsene a casa senza nuocere alla ragazza e ricordandosi che anche lei, quando aveva la stessa età aveva avuto una cotta clamorosa per un professore, non corrisposta ma avrebbe affrontato mari e monti pur di stare con lui.

Si ripromise però Beatrice di bacchettare ben bene Carlo quando sarebbe tornato, per le menzogne che andavano avanti da chissà quando e che, non fosse stato per il Codiv_19, non avrebbe mai scoperto.

Lungo il cammino però nel bosco Beatrice, non poté fare a meno di soffermarsi a guardare due uccelli, impegnati nel costruire quel nido che presto, essendo ormai primavera inoltrata, avrebbe ospitato i loro piccoli spiumati figlioletti; poi vide tre gatti maschi inseguendo una femmina e litigando per lei, non potendo fare a meno di riflettere: “Loro sono liberi, perché noi invece no? Cosa vorrei rimproverare a Carlo, di sentirsi ancora vivo a cinquant'anni? Di essersi innamorato? Con che diritto, avvallando che cosa, un contratto di proprietà? Come se fossimo merce, bestiame, schiavi?”

 

Dopo tre giorni Carlo disse a Beatrice: «Vado a mettere un po’ in moto quell'ammasso di ferraglia, torno subito!» Baciandola come sempre, ben vestito, sbarbato e profumato.

Beatrice ricambiò il bacio dicendogli: «Già che la metti in moto allungati fino al negozio e compra una bottiglia di vino; so che fanno entrare i clienti due per volta quindi probabilmente dovrai metterti in fila, una gran seccatura ma fallo per me, stasera ne ho voglia.»

 Carlo uscì e Beatrice pensò: “Eh già, dopotutto anche questo è amore!”

 

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