Racconto n°

6

Categoria:

CORONAVIRUS

MANI Francesca Pecora

MANI

 

 

 

Oggi non ce la faccio a lavorare con le videochiamate, soprattutto se c’è lui sullo schermo. L’immagine rimpicciolita, gli scatti della connessione scadente, la voce metallica, il muovere le mani e lo sguardo su più pc contemporaneamente… Oggi non posso sopportarlo.

 

Così sono andata da Max in studio, per preparare il testo da inserire nel volantino che pubblicizzerà il nostro progetto sul trattamento dei traumi psichici e sociali post-Covid19, Dio solo sa cosa ci aspetta...

 

Ci salva che lavoriamo per la stessa azienda, anche se in sedi diverse. “Sublimare ed avere pazienza è ormai quel che ci resta”, così pensavo, nonostante la “crisi di astinenza” che urla da giorni e dà da mangiare alla paura di perderci, all’impotenza di fronte ad un amore che evapora nell’impalpabilità.

 

Non ho invece fatto in tempo ad entrare in ambulatorio che mi ha preso la mano. In tempi normali, che il mio amore mi prendesse la mano, non lo avrei forse menzionato, ma oggi il gesto inatteso, insperato, angelizzato, agognato e rinnegato, mi ha trasformata in un budino afasico. Paralizzata come al nostro primo appuntamento.

 

Per due ore ci siamo accarezzati le mani e gli avambracci. Lui mi ha toccato tra gambe vestite, intuendo che ero liquida e ritrovando le nostre immagini. Io gli ho lambito il viso e il petto, ricercandone i peli così conosciuti, sotto il maglione. Velata dalla mascherina, gemevo di piacere, stupore e commozione. Ogni quadratino di pelle aveva un valore immenso, riconosciuto e conosciuto per la prima volta al contempo. “Il mio amore di carne e ossa”, mi ha scritto lui, dopo il nostro incontro.

 

Quando mi trovo da sola, in macchina sulla strada deserta e silenziosa verso casa, l’adrenalina e l’endorfina mi scoppiano in testa, l’ansia emotiva mi serra la gola. Ancora una volta, eccomi di fronte a mappe mentali da ricostruire sulle emozioni amplificate, prive degli argini consueti. Nel mio appartamento, realizzo che all’improvviso, inaspettatamente, mi sento talmente bene e pacificata che credo sia così che funzioni con l’eroina!

 

La sera tardi, sdraiata sul mio divano, ascolto brani per pianoforte tra i miei preferiti. Davanti a me, riesco a creare nel dettaglio le mani grandi di Max, che si muovo sui tasti, alle prese con il Koln Concert di Jarrett. Le smorfie ed i sorrisi che farebbe, i movimenti del busto e degli stivaletti di pelle sui pedali, il suo odore nella stanza.

 

Lo rivedo sul pianerottolo di casa mia, seduto sulla rampa di scale, tirato, stazzonato e dimagrito. Io sulla soglia, un cuscino a terra per stare comoda. Non si può entrare nelle case, né tantomeno nei corpi. Sogno che presto lui potrà tornare a riempire il mio spazio, che sarà bello come non lo è stato mai, che la mancanza non è stata mai assenza, ma desiderio rinnovato.

 

 

 

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