Racconto n°

5

Categoria:

CORONAVIRUS

SENZA KAMUT Amarilli

SENZA KAMUT

 

Suo marito era fuori a fare la spesa e lei continuava a guardare la notifica sul cellulare. Matteo Rigoni ti ha chiesto l’amicizia. Matteo. Il suo amore del liceo, che non aveva più sentito da quando la famiglia di lui si era trasferita in un’altra regione. Ingrandì la foto per guardarlo meglio. Dopo sedici anni aveva le tempie più visibili, la barba folta, qualche ruga intorno agli occhi. Il sorriso, però, era ancora più energico di come lo ricordava. Una sfida alle difficoltà della vita, una sfrontatezza ironica che invitava al confronto.

Sentì l’auto di suo marito parcheggiare nel vialetto e mise via il telefono. Da quando lui era in cassa integrazione se lo ritrovava sempre intorno, a controllare cosa faceva, con chi parlava, se si affacciava troppo al balcone. Dopo la prima settimana di quarantena aveva deciso che lei non poteva più uscire a fare la spesa: dovevano stringere la cinghia, controllare le uscite, comprare solo lo stretto necessario e poi, già, figuriamoci se lei, imbranata com’era, non riusciva a finire addosso a qualcuno infetto e a portare il virus a casa. Adesso gliel’avrebbe fatto vedere lui come si ottimizzava tutto, senza correre rischi inutili. 

 

Intanto la casa si era riempita di birra e patatine, perché, a sentire Adriano, costavano meno degli asparagi che tanto piacevano a lei - e a lui nemmeno un po’.

– Ma il dottore ha detto che non dovresti bere per via dei reni – aveva provato a obbiettare lei. Lui aveva fatto finta di non sentirla. Lei aveva allora provato a mettere via la busta delle patatine e, in un attimo, si era ritrovata per terra, la mano schiacciata dal piede di lui, le patatine sparse ovunque.

– Tu a me non ti devi permettere di dire cosa posso fare e cosa no. Se voglio morire sono fatti miei, capito? Così la smetti di fare la signora.

 

Ecco la chiave nella toppa, ecco Adriano che entrava. Era di buon umore. All’ipermercato aveva dovuto fare solo mezz’ora di fila, non aveva trovato le uova che lei gli aveva chiesto e nemmeno il lievito, per il resto ci aveva pensato lui. Lei mise su due würstel e gli versò la birra ben fredda, dopo cena lo lasciò sul divano a guardare la tivvù.

In cucina sistemò tutto e, quando sentì il marito russare piano, riprese il telefono in mano. Schiacciò sul tasto blu e le si aprirono le foto di Matteo. C’erano immagini da tutto il mondo, dal Perù, dalla Cambogia, dal Mali. Spesso era circondato da bambini o da gruppi di persone in posa. Le frasi che condivideva erano intrise di coraggio e di speranza. Gli scrisse un come stai? e aspettò la risposta. Guardò poi la propria bacheca, per capire che effetto avrebbe fatto su di lui. Ricette, buongiorni e buongiornissimi, cani che saltano su file di rotoli di carta igienica, ricette pasquali. Poche foto: il matrimonio, il compleanno di Adriano, i fiori sul davanzale. Non ci faceva una gran figura. Iniziò allora a cancellare tutti post che le sembravano stupidi o superficiali. Non si accorse che Adriano si era svegliato e adesso era dietro di lei.

– Cosa stai facendo? Cancelli i messaggi del tuo amante?

Le strappò dalle mani il cellulare e iniziò a controllare frenetico.

– Chi è questo Matteo, eh?

Lei provò a spiegare che era un compagno di scuola, che non lo vedeva da una vita, che le aveva chiesto l’amicizia soltanto un’ora prima.

– E tu subito hai accettato, eh – disse lui – dimenticandoti che sei una donna sposata e che mi devi rispetto.

Seguirono una serie di accuse e di offese, lui iniziò prima a spingerla verso il muro, poi la prese per i capelli e le sbatté il telefono più volte sugli occhi.

– Queste cose non le voglio più vedere da te, hai capito? Rispondi, hai capito?

Lei, tremando, fece cenno di sì. Lui le lasciò i capelli e fece volare il telefono dal balcone.

– E come sento mia mamma? – azzardò lei.

– Ci dovevi pensare prima. Se vuole salutarti chiama me, qual è il problema?

 

Non le riuscì di addormentarsi. L’occhio sinistro le pulsava, aveva male a un fianco e a una caviglia. Adriano respirava a intervalli irregolari, andava continuamente in apnea, esplodendo poi in riprese di fiato gracchianti. Verso le quattro del mattino si disse speriamo che muoia e si addormentò per un paio d’ore. 

I giorni che seguirono furono strani, veloci, sonnambulici. Una settimana dopo Adriano uscì nuovamente per fare la spesa. Lei aspettò di non vedere più la macchina, contò fino a cento, poi fino a duecento, poi scese a cercare il telefono. Non aveva mai piovuto, lo ritrovò tra i cespugli di alloro. Il vetro era rotto. Salì a casa, lo pulì e lo mise in carica. Si accese. Trovò ventidue chiamate perse della mamma, settantaquattro notifiche di gruppi vari e un messaggio di Matteo. 

 

Ciao, Clara, quanto tempo! Come stai? Sono tornato da un mese nella casa di famiglia, ci prendiamo un caffè? Ah ah, che stupido, i bar sono chiusi. Niente, volevo salutarti, spero tu stia bene.

 

Il messaggio era di sei giorni prima. Andò sul profilo di lui e vide una foto scattata la mattina con i genitori e gli zii. Erano in paese! Cercò nelle informazioni e trovò il suo numero di telefono. Controllò che non arrivasse la macchina di Adriano e chiamò. 

– Pronto?

La voce di lui era come la ricordava, fresca, un po’ beffarda. 

– Sono io.

– Clara?

– Sì, sono io.

 

 Parlarono, risero, scherzarono. Lui le raccontò brevemente della caduta di suo zio, della decisione di sua mamma di tornare in paese per aiutare il fratello, poi era iniziata la quarantena e non erano potuti ripartire. A lui avevano annullato una missione in Africa ed eccolo lì.

– Ma mica mi sei diventato un prete? – chiese Clara.

– Non proprio, sono un religioso laico.

– Cioè? Mi puoi confessare?

– Quello no, e non posso nemmeno dire messa. 

– E a che serve, allora?

– A che serve far del bene? – chiese lui di rimando.

– Senti…

Clara non riusciva a continuare. Lui intuì qualcosa e le chiese:

– Ti serve un posto dove stare?

– Non è quello, è che… Oddio, vedo la macchina di mio marito ti devo lasciare.

– Aspetta. Ora metto giù e ti mando un numero. È un posto sicuro, a una trentina di chilometri da qui. 

– Matteo, non serve, sto bene, solo che a volte…

– Non devi chiamare per forza. Diciamo che, se avrai voglia di staccare, di provare a vedere come stai da sola, nessuno ti farà tante domande.

– Devo andare, grazie, ciao.

 

Clara mise giù, spense il telefono e lo nascose. Le bruciava l’orecchio, la gola era secca, le gambe dure. 

– C’era solo farina di Kamut, tre euro e mezzo un pacco, figurati se la prendevo – disse Adriano entrando.

– Non importa, tesoro, facciamo la pasta al pesto.

– Al dente, mi raccomando non scotta come l’altra volta.

 

Clara fu ineccepibile, gentile, riuscì perfino a far ridere Adriano. Guardarono un film insieme e andarono a letto. Non chiuse occhio. La voce di Matteo continuava a riaffiorare, le tornavano in mente le sue battute, si ripeteva le sue risposte, chiedendosi se non fosse sembrata una stupida. Poi ricordò le foto in cui lo aveva visto. E iniziò a chiedersi come doveva essere aiutare i bambini, le loro famiglie, lontano, senza Kamut e senza carta igienica. Si accarezzò i capelli, sospirò e chiuse gli occhi.

 

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