Racconto n°

8

Categoria:

CORONAVIRUS

UN AMORE A DISTANZA Lorenza Ravaglia

UN AMORE A DISTANZA

 

La mattina era il momento migliore della giornata.

 

Chiara si alzava presto e preparava con calma la colazione: una spremuta di arance fresche, un uovo alla coque, qualche biscotto. Al termine, sedeva in giardino a leggere con la gatta, che se ne stava distesa al sole, distratta solo dalle farfalle e dal canto degli uccelli.

 

Prima della quarantena, il suo scampolo di terra le era sembrato angusto, patetico, risibile, paragonato agli ampi giardini delle case di campagna. ai parchi delle ville in collina, agli eleganti giardini pensili dei lussuosi loft del centro. Non aveva impiegato molto a rivalutarlo, e ora accarezzava con lo sguardo ogni foglia della siepe di alloro, ogni bocciolo di rosa, ogni viola del pensiero; ammirava persino i ciuffi di menta selvatica che infestavano il rettangolo di terra in piena fioritura.

 

Era tutto il suo mondo e all’improvviso le pareva prezioso, pensando al nulla di quelli barricati nei condomini, senza neanche una piantina di basilico sul balcone o un terrazzino dove prendere il sole.

 

Chiara abitava nei pressi della stazione ferroviaria e nei primi giorni di pandemia, quando la maggior parte degli uffici e le fabbriche erano ancora aperti, molte persone transitavano davanti al suo cancello trafelate, dirette ai binari.

 

Lei era stata una delle prime a restare a casa. Insegnava in un asilo nido, e non era nemmeno costretta a lavorare troppo da casa per organizzare la didattica online, come alcune amiche che insegnavano nelle scuole medie e superiori.

 

Il momento preferito era nelle prime ore della giornata perché Chiara sapeva che lo avrebbe visto, il ragazzo con i ricci neri, sempre in ritardo.

 

 

 

Un lunedì mattina le aveva quasi fatto rovesciare il caffè per lo spavento: era apparso all’orizzonte pedalando a tutta velocità e contromano. Per un pelo evitò un frontale con un’auto. La mano del conducente si era chiusa in un gesto minaccioso, ma il ragazzo aveva ripreso a pedalare con foga dopo la brusca frenata, diretto ai binari. Portava sempre uno zainetto grigio sulle spalle, un giubbotto nero con il cappuccio e le Nike ai piedi. Qualche giorno dopo Chiara aveva incrociato il suo sguardo, quando si era fermato a breve distanza dal cancello. Era sceso dalla bici dopo aver rischiato di centrare un camper che stava per investirlo.

 

Chiara non era riuscita a trattenersi e aveva gridato: “Attento!”

 

Lui aveva cercato con gli occhi il punto dal quale proveniva la voce. La mascherina gli era caduta, lasciando scoperta la bella bocca e il naso grande, appassionato. L’aveva guardata, sorridendo. Si era chiesto chi fosse quella sconosciuta che si preoccupava per lui.

 

 

 

Nei giorni seguenti il ragazzo era transitato con maggiore lentezza davanti alla casa di Chiara, spingendo sui pedali con il ritmo di un anziano al mercato rionale. Circospetto, controllava se lei fosse lì, nel giardinetto oltre il cancello.

 

 

 

Chiara, dal canto suo, aveva smesso di uscire indossando il suo vecchio pigiama di Hello Kitty, ma si vestiva e si truccava con cura, i capelli sempre puliti e in ordine. Si era anche fatta la manicure, smaltando le unghie con l’unico colore che non si era solidificato nel flacone, un improbabile rosa confetto. Da pornostar, aveva chiosato, con una risatina.

 

 

 

Anche la gatta s’interessò alla novità, spostando l’attenzione dal merlo appollaiato sulla siepe al ragazzo, quando si presentò appiedato nei pressi del loro giardino.

 

Nel vederlo sopraggiungere, Chiara balzò in piedi.

 

“Mi hanno rubato la bici!” spiegò lui, come se si conoscessero da mesi.

 

“Almeno non rischierai la vita, con la tua guida spericolata” disse Chiara.

 

Lui rise. Le scoccò un’occhiata beffarda.

 

“Addirittura!” commentò.

 

“Adesso devo correre al lavoro - aggiunse – ma più tardi, forse, possiamo rivederci?”

 

“Io non mi muovo!” Rispose Chiara, senza riuscire a moderare l’entusiasmo. Arrossì. “Non posso uscire. C’è il decreto, sai.”

 

“Lo so, lo so – disse lui – eccome se lo so.”

 

 

 

Scappò via.

 

 

 

Chiara si precipitò al supermercato e fece la fila per due ore, solo per comprare una bottiglia di prosecco e dei croccantini (per la gatta).

 

Non aveva idea dell’orario di rientro del ragazzo con i ricci.

 

 

 

A metà del pomeriggio scoppiò un terribile temporale e Chiara restò tappata in casa. Si scolò metà del vino e si addormentò davanti alla TV, mentre sullo schermo scorrevano immagini di persone mascherate.

 

Era venerdì.

 

 

 

Il fine settimana trascorse senza una ragione. Anche quei pochi che ancora prendevano il treno per andare al lavoro se ne restarono a casa.

 

Chiara ascoltò il Presidente del Consiglio che annunciava il lockdown a reti unificate e sui social: avrebbero chiuso anche gli uffici e la produzione industriale.

 

Chiara si disperò: non avrebbe più rivisto il ragazzo con i ricci.

 

Si disse che era un’idiota e scolò l’altra metà del vino, tanto non ci sarebbe stata la possibilità di offrirlo a lui.

 

Era finita, senza neanche incominciare.

 

 

 

Il lunedì Chiara non aveva nessuna voglia di alzarsi. Fu la gatta a convincerla. Uscì in pigiama e ciabatte, la frangia che cominciava ad allungarsi sulla fronte corrugata.

 

“Buongiorno!”

 

Chiara restò senza parole per la sorpresa.

 

“Cos’è quella faccia? Non pensavi di vedermi, oggi?”

 

“Ma…pensavo che… hanno chiuso tutto, per legge, e non si può uscire.”

 

“Ma io lavoro in ospedale!”

 

Chiara passò istantaneamente dalla felicità allo sconforto.

 

“Non fa niente, dai - la consolò lui – Com’è che dicono? Andrà tutto bene!”

 

Le sembrò che, nel pronunciare quelle parole, la mano gli scendesse sotto la cintura.

 

“Mi chiamo Giacomo, e tu?”

 

“Chiara.”

 

“Che bel nome. Piacere, Chiara.  Ora devo proprio andare, ma alle sette sarò di ritorno. Ti andrebbe di bere qualcosa?”

 

“Perché no? A distanza!”

 

“A distanza, certo.” Disse lui.

 

Camminando, si voltò indietro per salutarla con la mano.

 

 

 

Il cuore leggero, le ali ai piedi, Chiara si rimise in fila al supermercato.

 

 

 

La cassiera guardò il carrello che la precedeva, carico di scatolame, farina, uova, latte, carne e surgelati, poi esaminò la spesa di Chiara: una bottiglia di vino e un sacchetto di arachidi salate. Non commentò.

 

 

 

A casa, Chiara indossò l’ultima camicetta acquistata prima che i negozi chiudessero. Era lì da un mese, il cartellino del prezzo che penzolava dal colletto. Lo strappò via con enfasi, poi impiegò due ore a truccarsi e pettinarsi. Conclusi preparativi, si sedette in giardino, con la gatta sulle ginocchia, in attesa.

 

Quando lo vide arrivare. il suo stomaco fece la ola un paio di volte.

 

Indossava guanti e mascherina. Tolse i primi e si strappò via la seconda. Non oltrepassò il cancello, anche se Chiara lo aveva aperto, sovrappensiero.

 

“Ciao Giacomo!” Disse, cercando di nascondere l’emozione.

 

“Ciao Chiara, come stai?”

 

Parlava con una voce squillante e profonda, antica.

 

Gli porse il bicchiere con le bollicine.

 

Lui lo tracannò. Aveva l’aria stanca, era pallido. Sotto gli zigomi la pelle era segnata dall’elastico.

 

“Ah, ci voleva!” Il suo sguardo vagò, come se tornasse indietro nel tempo.

 

“È dura laggiù.”

 

“Sei in un reparto Covid?”

 

“Già.”

 

“Sei un medico, un infermiere?”

 

“La seconda che hai detto.”

 

Le restituì il bicchiere vuoto. Stava dritto in piedi, sul marciapiede deserto, il braccio steso verso di lei.

 

Chiara non osò offrirgli le noccioline. Avrebbe dovuto preparare del cibo vero? Tartine, crostini, verdure gratinate, lasagne al forno, una grigliata?

 

“E tu, cosa fai di bello?”

 

“Maestra d’asilo. Al nido.” Rispose.

 

“Ti mancano, i piccoli?”

 

“Un po’. Beh, mi manca tutto. Sai, la vita di prima.”

 

“Il tuo fidanzato.”

 

“Non ce l’ho un fidanzato.” Disse Chiara, come se avesse risposto correttamente alla domanda da cinquecentomila euro.

 

“Brava!” Disse lui, e scoppiò a ridere.

 

“Cioè, chi lo avrebbe mai detto…che non hai un fidanzato.”

 

Risero entrambi, in imbarazzo.

 

Chiara si versò un altro po’ di vino. Il buio stava calando su di loro, che brillavano come lucciole premature.

 

“Ora devo andare. - disse Giacomo – Mio papà mi aspetta.”

 

Chiara non riuscì a trattenersi e fece il broncio.

 

“Ha l’Alzheimer. Mi aspetta per la cena.”

 

Chiara incassò.

 

“Mi dispiace.”

 

Si sentì in colpa per averlo trattenuto. Pover’uomo.

 

“Grazie. Io…”

 

Sollevò la mascherina sul viso.

 

“…tornerò.”

 

 

 

Chiara non staccò gli occhi da lui finché non scomparve dietro l’angolo.

 

 

 

Trascorse la serata davanti alla TV, senza capire nulla della nuova serie crime che stava seguendo su Netflix. Si addormentò all’alba e si svegliò tardi. Erano quasi le dieci e Giacomo era già andato al lavoro da un pezzo.

 

 

 

Subito dopo pranzo, Chiara era già in giardino, vestita di tutto punto. Si sedette sulla sua sdraio a righe, con un libro in mano e attese.

 

 

 

Giacomo non si fece vedere.

 

 

 

Erano ormai le nove quando Chiara si decise a rientrare, dopo aver starnutito alcune volte.

 

Accese lo stereo e ascoltò a ripetizione Wish you were here dei Pink Flyod.

 

Pianse. Si disperò. Si commiserò. Pensò alle cose peggiori: che Giacomo era stato contagiato, e giaceva in un letto del reparto Covid, accanto ai suoi ex pazienti; che l’aveva presa in giro, non esisteva nessun padre disabile e si era solo divertito a raccontarle un sacco di storie.

 

Si sentì una stupida, una sciocca, una romantica cretina.

 

Lui non era nessuno, non significava niente. Chiara spense lo stereo e andò a lavarsi i denti. Mentre ascoltava il silenzio assoluto rotto dall’acqua che sgorgava dal rubinetto, udì un richiamo. Il suo nome.

 

“Chiara, Chiara.”

 

Si precipitò fuori di corsa. Uscì scalza in giardino.

 

Era buio, ma riconobbe subito la sagoma oltre il cancello.

 

“Giacomo!”

 

“Chiara!”

 

La luce della luna colpì lo smalto dei suoi denti, mentre sorrideva.

 

Chissà che sapore avevano quelle labbra.

 

“Sono arrivato in ospedale moltissimi nuovi contagiati. Ho lavorato dodici ore di fila.”

 

“Che paura.” Disse lei.

 

“Corri da tuo padre, ti starà aspettando.”

 

“Sì, ma prima…”

 

Esitò.

 

“Dammi il tuo numero, vuoi? Così la prossima volta ti avverto, se faccio tardi.”

 

Lei si sollevò da terra di una spanna circa.

 

Scandì il numero di cellulare che lui memorizzò.

 

“Ti faccio subito uno squillo, così salvi il mio.”

 

“Ok, fatto, a dopo.”

 

“A dopo, Giacomo.”

 

Restò ferma, in ascolto. Nessuna automobile in transito ruppe il silenzio. Poteva sentire il suo cuore battere. Pompava più forte, da qualche giorno.

 

La gatta la raggiunse.

 

“In casa, a dormire – disse Chiara – domani sveglia all’alba!”

 

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