Racconto n°

33

CERCAMI ANCORA Delilah Mercury

CERCAMI ANCORA

- Vieni qui, avvicinati!

- Cosa c'è?

- Lo senti? Questo è caffè! Non il solito caffè, però, no... Ricordi quello che preparava Miriam?

- Oooh, sì! Quanto mi manca, quel caffè...

- E quanto ti manca Miriam, vero?

La domanda di Micol mi spiazzò. Non vedevo la mia coinquilina Miriam, o meglio, la mia EX coinquilina da quando la sorpresi amoreggiare col mio ragazzo dell'epoca, e per epoca intendo cinque anni prima della chiacchierata con Micol. Nonostante entrambi mi avessero chiesto più volte perdono e la loro storia non avesse avuto futuro, non me la sentivo di giustificare un simile tradimento. Miriam era la sorella che mi era stata negata dal destino e proprio da lei non mi sarei mai aspettata un simile tradimento. Dopo di lei, non ho più voluto stringere un legame così forte con una persona, eccezion fatta per Micol, mia amica dai tempi delle scuole elementari e unica a sapere ogni singolo fatto della mia vita. 

- Senti, io te lo devo confessare: Miriam è venuta da me, stamattina. Vuole disperatamente che io l'aiuti a mettersi di nuovo in contatto con te e mi ha dato la sua miscela per convincerti.

- ASSOLUTAMENTE NO!

- Immaginavo che avresti risposto così e ho finto di assecondarla. Le ho dato appuntamento al bar di Zoe per oggi pomeriggio, ma nessuno si presenterà e lei finirà con l'arrendersi.

- Beh, così farà una figuraccia!

- Non è quello che vuoi?

- Pensavo che sarebbe stata sufficiente la mia vendetta, per farla scappare lontano. Non capisco questa sua ostinazione nel tornare, sinceramente... E sì che ero stata chiara, cinque anni fa come l'anno scorso.

- Penso che sia una poveretta, dimenticata da tutto e tutti. 

- A che ora le hai dato appuntamento da Zoe?

- Alle cinque. Vuoi che venga con te?

- No, è una cosa che devo affrontare da sola.

Per non darle l'idea di essere una sfigatissima ricercatrice universitaria, anziché tenermi gli abiti che indossavo al mattino mi cambiai, optando per un look più formale. Da jeans, maglietta a dolcevita e maglione a trame larghe, passai al tailleur pantalone, tenendo solo la dolcevita per proteggere la gola dai tre gradi esterni.

Arrivai al bar con cinque minuti di ritardo, in modo da far capire a Miriam che, per me, si trattava solo di un impegno da incastrare tra altri impegni. Quando la vidi, trasecolai: capelli sporchi, jeans strappati, trucco pesante... Non era lei!

- Sei dimagrita.

- Ho dovuto fare un po' di economia. Al call center prendo poco e lavoro dodici ore al giorno, oggi sono fuori per miracolo e perché ho fatto una visita medica.

- Sei malata?

- Non più. Ho lasciato l'università, mi è venuto un forte esaurimento nervoso e ho allontanato tutti, perfino i miei. Mi hanno aiutata per un po', dopodiché ho preferito sollevarli dal peso di avere una palla al piede.

- Hai bisogno di soldi?

- Cos... NO! Mi offendi, se pensi che io sia tornata per chiederti aiuto!

- E tu offendi me, ogni volta che mi cerchi. Cosa non ti è chiaro della frase: "Esci dalla mia vita, puttana"? 

- Quando mi hai vista con Fabio, volevo solo farti aprire gli occhi. Ci hai picchiati e ce lo meritavamo, ma io l'avevo visto il giorno prima con Erika. Ci ho provato? Sì, ci ho provato, ma mi faceva schifo. Cerco di dirtelo da cinque anni.

- Non ti credo.

- Non mi hai mai creduta, ecco perché volevo vederti di persona, con calma, e mostrarti le conversazioni sul cellulare. Eri così furiosa, e Micol con te, da non avermi fatta parlare. Colpa mia che non te le ho spedite per posta, ma temevo che le avresti strappate senza leggerle e poi... Beh, sì, ero incazzata per gli schiaffi!

Miriam mi tese una serie di fogli. Quando lessi le conversazioni che aveva tenuto con Fabio, inizialmente pensai che fossero inventate, che si stessero di nuovo prendendo gioco di me e volessero torturarmi all'infinito. In un secondo momento, però, realizzai che la vita era stata fin troppo cattiva con lei, privandola di tutto, e che un motivo doveva pur esserci, se dopo l'esaurimento nervoso, l'allontanamento dai suoi e un lavoro schifoso e sottopagato, ancora mi pensava. Forse, a tenere viva la fiammella in lei, era la speranza di un nostro riavvicinamento. Oppure, ero io l'illusa.

- Rebecca, ti prego, parla!

- Ci devo pensare, Miriam. Sono passati troppi anni e ti ho odiata troppo, non posso cambiare idea solo per una chat. Micol sa perché hai voluto vedermi?

- Sì, lei ha letto tutto. Quattro anni fa le ha lette, per l'esattezza.

- CHE COSA?!?

Ero furiosa con Micol. Come aveva potuto tenersi dentro un segreto così importante?

- Non arrabbiarti con lei, le ho chiesto io di tacere. Era una cosa tra noi due, lei non c'entrava. Rebecca, ascoltami: se tra sei mesi non cambieranno le cose, raggiungerò mia cugina a Köln. Non voglio lasciare l'Italia, col rimpianto per non aver risolto una situazione che mi ha consumata per cinque anni. Eravamo due sorelle, avevamo un legame speciale.

- Appunto, parli al passato. Vai a Köln, Miriam. Dimentica tutto, rifatti una vita e riprendi gli studi, se ti va. Non voglio che qualcosa ti trattenga qui, specie se è un fantasma del passato. Io sono andata avanti, lavoro, ho degli interessi, ho l'hobby della lettura e sto bene così, ma vorrei che anche per te fosse lo stesso.

Miriam non disse più nulla. Soffocando una lacrima, andò via dal bar, lasciandomi con una stretta allo stomaco che mi fece alzare dalla sedia istintivamente. La seguii perché avevo come la sensazione che, se non lo avessi fatto, non l'avrei più rivista e me ne sarei pentita. La rividi subito, mentre aspettava l'autobus qualche metro più avanti. Anziché arrivare il mezzo, però, una macchina fece capolino dall'angolo della strada e si andò a schiantare dritta sul palo.

- MIRIAAAM!

Corsi a perdifiato, con le guance infiammate e gli occhi gonfi di lacrime. Miriam fu attirata dal mio urlo e si spostò, evitando di essere colpita dal cerchione dell'auto che era saltato via nello scontro. Quando la raggiunsi, mi svenne tra le braccia, un po' per lo spavento e un po' per la fiacchezza. 

- Aiuto! C'è un dottore? Per favore, avvisate la Croce Rossa!

In pochi minuti, l'ambulanza caricò Miriam, ma non il conducente dell'auto, morto nell'impatto col palo. Il paramedico le tolse il giubbotto per aiutarla a respirare e la sua attenzione fu subito catturata dai lividi sulle braccia.

- Che lei sappia, la sua amica è stata recentemente ricoverata per percosse?

- N-no, io... Senta, io non la vedo da cinque anni, non so cosa faccia nella vita, né perché sia ridotta così male.

In ospedale, ovviamente non mi fecero entrare al Pronto Soccorso insieme a lei, non essendo sua consanguinea. Una dottoressa, però, fu così gentile da venirmi a parlare, capendo che sarei stata l'unica a farle visita.

- Signorina Rebecca, giusto? Miriam la nomina di continuo. Sono la dottoressa Spiga, la sua amica è in cura da me da diverso tempo. La situazione non è buona, deve convincerla a denunciare il suo datore di lavoro.

- Per cosa? So che la fa lavorare dodici ore al giorno, nient'altro.

- Ah, già! La storia del call center... No, no, Miriam è una escort!

Mi mancò il fiato e mi dovetti sedere. Una ragazza così intelligente, colta e, soprattutto, benestante... Insomma, una promessa della Biologia, come aveva potuto ridursi a fare la escort, per giunta seviziata dal suo protettore?

- Miriam ha lasciato gli studi perché il padre ha avuto un crack finanziario ed è stato arrestato per bancarotta fraudolenta. Da quel giorno, ha cercato mille lavori, ma il suo fidanzato dell'epoca, un certo Francesco, l'ha convinta a prostituirsi con alcuni suoi amici. Convinta con la forza, si intende. L'ho convinta io, a cercarla ancora. Miriam ha bisogno di riscattarsi agli occhi di se stessa, più che a quelli degli altri, ma può farlo solo se...

- Non dica altro, per carità!

Corsi per il corridoio come una pazza, alla ricerca della stanza di Miriam. Appena mi vide, mi sorrise come faceva sempre e mi invitò a entrare.

- Sono stata fortunata: senza il tuo grido, sarei conciata peggio.

- Non andare a Köln, rimani con me!

- Hai parlato con la dottoressa Spiga?

- Chi? Non so chi sia. No, io ti ho sentita di nuovo. Possiamo allontanarci per anni, anche tutta la vita, non parlarci più e rimanere rancorose e rabbiose per sempre, ma una cosa non cambierà mai ed è il legame di empatia che ci unisce. Non possiamo cancellarlo, non possiamo evitarlo. Credevo di morire, quando ho visto lo schianto. Quando sei svenuta, mi sentivo male anch'io con te. Lascia perdere le sciocchezze che ti ho detto al bar, cancelliamo.

Miriam si incupì e cominciò a piangere. D'istinto, l'abbracciai. notando quanto i lividi le facessero male. Fu dimessa dopo cena, con la promessa che sarebbe stata sotto osservazione. La portai a casa mia e le confessai che avevo parlato con la dottoressa Spiga, convincendola a denunciare il suo protettore e a ricominciare, aiutata da me e da Micol. Non fu un percorso semplice, anzi: il processo si concluse tre anni dopo, durante i quali erano più i momenti di crisi e sconforto, che quelli di spensieratezza. Eravamo insieme, però, e questa cosa non sarebbe cambiata mai più. Infatti, non è più cambiata.

 

 

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