Racconto n°

31

GLI ULTIMI ATTIMI DI NOSTALGIA (E TU DORMI) Robby

Gli ultimi attimi di nostalgia

“Fabio?”  Una voce interruppe il sonno che lo aveva colto impreparato, in quel pomeriggio di fine maggio. Il ragazzo si sollevò sui gomiti. Cercò di dare un volto alla voce. I suoi occhi incontrarono l’azzurro del cielo e il verde del campo che si stagliava per ettari, celando la linea dell’orizzonte.  “Fabio?”  Era dietro di lui, ora l'aveva sentita bene. Un brivido lo percorse costringendolo a ricacciare indietro qualsiasi congettura.     “Manuela?”    La voce alle spalle replicò, tremula: “Tua madre mi ha detto che eri in giro.” Una pausa, poi il tono si tinse di sottintesi. “Ho immaginato che ti avrei trovato qui.”  Finalmente lui trovò il coraggio di alzarsi in piedi: uno scatto sulle caviglie e sulle mani, un mezzo giro su se stesso per affrontare il suo passato. Un passato dalle fattezze meravigliose. I capelli ramati erano raccolti in una coda alta sulla testa. I due lembi del foulard allacciato intorno al collo ricadevano sull'attaccatura del seno, visibile dal golfino con la scollatura a V. Ma non era quello che gli interessava: considerò la bocca piena, il naso dalle narici strette, gli occhi, due magneti celesti da cui era impossibile staccarsi. Manuela era diventata bella, bellissima.    “Come stai?” gli chiese, mantenendo la voce di soffiato. Un soffiato discreto, come zucchero su una stecca di liquirizia amara.   “Te l’ha detto Alessia, vero?” le chiese, aggrottando la fronte. “La scorsa settimana è venuta a trovarmi.”  “A Parma, giusto?” “Sì. Mi sono trasferita da Alberto un anno e mezzo fa.” Vedendolo incupirsi, cambiò subito argomento. “Sappiamo tutto di lei! Non riesci a farla tacere nemmeno se la trascini al cinema a vedere i film con Johnny Depp.”  Le risate stemperarono l’atmosfera diventata pesante dal momento in cui lei aveva nominato Alberto. La donna si allacciò il secondo bottone del cardigan, celando l’attaccatura sensuale.  “Alessia mi stava descrivendo il quartiere nuovo. Quello che hanno costruito dietro al bar del paese. Poi è diventata seria come non l’ho mai vista in tutta la mia vita.”  Fabio storse le labbra. “Alessia e serietà sono termini inconciliabili.” “E invece, accade anche questo! Così le ho chiesto il perché di quel cipiglio. Lei inizialmente era reticente, poi è esplosa. Mi ha detto di te. Piangendo.”  Il giovane strinse i pugni, nascosti dietro la schiena. Si abbandonò al silenzio di un’emozione palpabile. Distolse lo sguardo, in cerca di una reazione plausibile. Ma era difficile, troppo difficile. Le emozioni si stavano accapigliando, in bilico tra speranza, vecchi rancori risvegliati e la sensazione di essere al centro di un sogno. O di una farsa. La ex che gli aveva spezzato il cuore si avvicinò misurando i passi. Alternava lo sguardo nel suo a quelli furtivi rivolti a una nuvola che passava alta in cielo. Infine lasciò cadere una lacrima sulla guancia accesa da un tocco di fard.  “Quando me l’ha detto, mi è caduto il mondo addosso.” Lasciò andare altre lacrime.  “Mi dispiace, Fabio.” balbettò, scivolando sulle ginocchia. Lui rimase a osservarla con il cuore in gola. Era sincera, lo sentiva, ma era anche certo che dietro a quel comportamento si celasse la sua cattiva coscienza del passato. Fabio non poteva dimenticare quello che lei gli aveva fatto.  In un attimo divenne ghiaccio. “Ti ringrazio per aver pensato a me. In fondo, a un condannato a morte l’ultimo desiderio non si nega.”  La manica scivolò via dagli occhi. Questa volta fu lei ad accigliarsi.  “Che cosa ti aspetti? Che ti accolga a braccia aperte, dopo quello che mi hai fatto? Prima mi scarichi per il primo belloccio che ti capita tra le mani. E adesso che sono spacciato, vieni qui a fare la recita.” Un applauso si accompagnò a una risata sardonica. “Brava, Manuela. Ora, se vuoi, puoi mettermi il muso, come fate di solito voi donne.”  Lei scattò in piedi, fremente di rabbia.  “Quello che dici non è vero. Io ti ho spiegato come sono andate le cose, ma allora eri talmente preso dalle tue dipendenze che non hai capito nulla dei miei discorsi.” “Ti sbagli. Io quei discorsi ce li ho qui.” Indicò la fronte. “Anche se allora avevo il cervello in pappa. Mi dicevi: sto cambiando, ho messo una marcia nuova e tu viaggi ancora con quella vecchia, non c’è comunicazione… e tante altre scuse condite dalla tua isteria. Piuttosto, hai trovato il tuo Principe?”  Manuela pestò un piede.  “Ma quale Principe? Non credere di essere stato l’unico a soffrire! Ti ricordi a febbraio? Due anni fa?”  Fabio alzò le spalle, Manuela sciolse il nodo del foulard e prese a giocare nervosamente con i lembi.  “Nessun ricordo? Allora, eccoti il remind: avevo appena perso il lavoro, mio padre era ricoverato in ospedale, mia madre stava sclerando. Quando cercavo una spalla su cui piangere, tu ti fiondavi nel mio bagno a farti di eroina. Quando uscivi, io ti davo il cambio per dare di stomaco, perché mi facevi schifo.” Le lacrime oscurarono la luce del suo sguardo. “Mi facevi schifo ma ti amavo. Non sai quanto. E il fatto di non poter fare niente per te, per mio padre, per mia madre mi stava facendo impazzire. Nessuno mi aiutava. Mi sono dovuta rialzare da sola.” Il vento si alzò, portando via il foulard. Fabio lo recuperò prima che cadesse tra l’erba. Lo girò tra le mani, lo portò al naso, lei glielo strappò con un gesto impetuoso. Fabio sospirò e parlò con voce tremante.  “Avresti potuto troncare la nostra storia prima. Io allora non avevo la volontà per aiutare me stesso, figurati se potevo stare vicino a te” Manuela allacciò di nuovo il foulard al collo, titubante, lui proseguì. “Però non dovevi farmelo… quella volta in pizzeria con la tua nuova fiamma. E non ci eravamo neppure lasciati. Non ufficialmente, almeno.”  Manuela alzò i pugni.  “Quella sera eravamo usciti per parlare di lavoro. Alberto mi stava aiutando per quello e non per portarmi a letto come invece tu hai pensato.” “Ma…”  Fabio arretrò, perplesso, Manuela sospirò.“Alberto sapeva di una maternità da sostituire in un’azienda. Lui mi ha dato i contatti, malgrado la scenata che facesti. Il resto è venuto dopo, quando ormai la nostra storia era al termine.”    Il giovane rimase a bocca aperta. Ripercorse gli ultimi momenti della scenata: aveva stappato la lattina di birra, la quarta della serata, l’aveva rovesciata sulla giacca di Alberto, che non si era scomposto ai suoi insulti. L’aveva chiamato belloccio o forse bellimbusto, non ricordava bene. Poi, barcollando, era uscito dal locale.    Manuela proseguì con tono conciliante: “Sono stata una stupida, avrei dovuto proporgli un altro posto, magari in un altro paese. Non immagini neppure le umiliazioni che ho subito a causa tua.” Indicò la fronte. “Ma io non ho scritto qua sopra crocerossina, sai?”  Tacque, passando a Fabio un testimone di ricordi gravosi. In testa gli mulinò il passato: lei, la sua mano a gettare la siringa prima che affondasse nel braccio; la sua richiesta pressante, al limite della disperazione. L’amore. Per se stesso, prima di tutto. Abbassò la testa.  “Perdonami per quello che ho detto.”  Provò una vergogna bruciante. Se avesse potuto indossare un paio di ali, si sarebbe lasciato condurre dalle correnti, in alto, verso le costellazioni, verso quella poesia che la vita di tutti i giorni gli negava; se non fosse stato per quella frase che si ripeteva ogni volta che si sentiva depresso. Nam myoho renge kyo. La formula buddhista che aveva imparato dopo la scoperta della malattia, nove mesi prima.  HIV.  Manuela gli porse i palmi aperti, lui vi adagiò i pugni, esitante. “Non sono venuta a litigare o a tirare a lucido la coscienza. Voglio soltanto sapere come stai.”  “Io…”  Le sue labbra erano sogno e tentazione. Gli sarebbe bastato un attimo per catturarle e racchiuderle in un bacio senza fine. Ma il vento, il sole, il cielo gli suggerivano di non farlo. Il passato, poi, era perentorio.  Un passo indietro e poi un altro. Manuela aggrottò la fronte mentre l’ex indietreggiava, calpestando l’erba e piccole zolle di terra. A un certo punto, le diede le spalle: si tuffò di corsa nel campo aperto, lontano da lei. Il sudore imperlò la fronte, il sangue ribollì nelle vene, spinto dal cuore al galoppo. Fabio sfiorò un gruppo di lillà, virò a destra, in direzione di una casa diroccata. Un fossato stretto e vuoto segnava il confine della proprietà: spiccò il salto che lo portò a calpestare l’aiuola incolta del giardino. Ansimando, si voltò indietro per appurare di avere messo una netta distanza tra lui e il suo passato. Strizzò gli occhi per mettere a fuoco il punto da cui era partito. Manuela non era più là. Si volse verso il fianco della casa: lei apparve come una visione celestiale. Teneva per il manubrio una Graziella con il cestino rotto in alcuni punti. Fabio fece un giro su stesso. Vacillò, lei si precipitò per sostenerlo,lasciando andare la bici sull’erba. Così si trovarono l’uno tra le braccia dell’altra. A quel punto, notò quello che non aveva notato prima sul volto bellissimo: il velo di malinconia che adombrava lo sguardo blu. L’ombra sulle guance lisce era la traccia indelebile di un intimo malessere. Gli zigomi, un tempo pieni, non sottolineavano più l’ovale giottesco di cui si era innamorato sette anni prima. Fece per prendere le braccia, lei si ritrasse.  “Non è possibile Manuela. Dimmi che non è vero.”  Un altro ricordo affiorò, nitido come le immagini di un film girato in digitale. La lite, qualche giorno dopo la scenata ad Alberto. Le lacrime che racchiudevano una richiesta d’amore. Le mani sui fianchi attraenti, accettate insieme alle labbra. Le aveva morse con il chiaro intento di avvincerlo a sé. Così si erano lasciati andare, senza protezioni e dolcezze, su quel lenzuolo stropicciato dai loro corpi. Fabio spinse delicatamente Manuela, verso la bicicletta rovesciata a terra. La ruota continuava a girare a vuoto emettendo un fastidioso cigolio.  “Perché l’hai fatto?” Manuela sorrise. “Io sto bene, malgrado quello che è accaduto poco prima della nostra rottura definitiva.” Scosse la testa allo sguardo incredulo “Mi vedi dimagrita perché sto lavorando molto. Ma le mie analisi sono perfette. A parte il colesterolo un po’ alto, sono in forma.”  Fabio restò immobile. Avrebbe voluto avere le ali sognate per volare lontano dal suo presente, da quegli occhi imploranti che articolarono due parole indelebili. Quelle parole, suggello di un sentimento mai morto, forse soltanto sepolto. Le aveva sentite o soltanto immaginate? Manuela guardò l’orologio.  “Forse Alberto ti sta aspettando.” le disse.  “No” fece due passi, il suo sguardo lo inchiodò. Il sole era vicino alla linea dell’orizzonte. Alcune nuvole ne velavano la luce che dal giallo trasmutava nel rosso sanguigno. Manuela catturò la mano scheletrica nella sua. Le dita si intrecciarono, Fabio posò quella libera sotto il golfino, sulla vita sottile. Sentì la sua pelle calda e pulsante, un monito che lo fece allontanare da quello che era stato. “Sai quella canzone che mi dedicasti all’università?” Sussurrò lei. “Stai con me ancora un po’.”  “Solo un momento ti pagherò.” Continuò Fabio con la sua voce roca e musicale. “Soltanto un attimo di nostalgia.”    Manuela intonò: “E poi per un attimo e poi vai via.”  Fabio la doppiò: “E tu dormi… dormi…”  Le labbra vicine si respinsero al soffio di lei.  “Io sono tornata.”  Lui inclinò il capo.  “Cosa vuoi dire? E Alberto?” “Tra me e Alberto non c’è mai stata una relazione. Ci abbiamo provato, ma non ha funzionato. E non abbiamo mai convissuto: mi ha dato in affitto la casa di famiglia. Sua madre è originaria di Parma, lo sapevi?” Fabio spalancò la bocca, lei abbozzò un sorriso che circonfuse di dolcezza il suo viso.  “Fabio.” Parlò di soffiato “Io sono tornata per te.”  “Ma il tuo lavoro?”  “Ne ho già parlato con il capo. Potrò lavorare da casa e una volta alla settimana andrò in azienda per le riunioni.” “Benedetto Web Marketing.” il sorriso venne cancellato da un guizzo preoccupato.  “Ma resta un però…”  “E sarebbe?”  “Io sono il però. Non hai paura di me? Di toccarmi? Di baciarmi? Tutti mi incoraggiano, manifestano la loro solidarietà, ma si guardano bene dall’avvicinarsi. Sono un appestato, per tutti.”  Manuela lasciò cadere le braccia lungo i fianchi. “No. Mi fa più paura la tua assenza. E l’ignoranza di chi ti circonda.” Lui cercò di arretrare, lei lo bloccò.  “Stare con me,” proseguì Fabio “significa sacrificare il tuo futuro. E dopo quello che ti ho fatto passare, non mi pare giusto.”  Manuela mantenne il suo contegno. Non aveva paura di niente. “Ci ho pensato, sai?” ribatté “Adoro Parma, adoro i miei colleghi, mentre odio questo paese di gente che non si fa mai gli affari suoi. Gente che sputa veleno, giudica e si arroga il diritto di dirti come devi vivere. Ma tu sei la mia vita, il mio futuro. E poi lo sai che potrebbe esserci una possibilità di guarigione?”  Fabio scrollò le spalle. “Manuela, davvero, pensaci. Io sono un morto che cammina. Tu, invece…” Fece un gesto stizzito. “Oh, insomma, non dire cazzate, Manuela! Tu devi vivere la tua vita. Trovarti un bravo ragazzo che ti faccia sentire donna. La donna meravigliosa che sei.”  “Non mi importa di essere donna come la intendi tu. Mi basta stringere le tue mani, saperti con me, amarti senza doverti dare spiegazioni. E la vita intima ce la costruiremo a modo nostro.”  “Finché avrò vita.” ribatté Fabio, con amarezza.  Lei gli posò le dita sulle labbra.  “Ora sei qui. Io sono con te. Questa è vita.”  Nello sguardo era sciolta una promessa d’amore. Fabio distese i nervi aggrovigliati. Non aveva più bisogno di spiegazioni,ma soltanto di lei. La mano strinse la vita, più forte, Manuela sciolse l’intreccio delle dita, come si sciolse di nuovo il foulard. Si baciarono, il vento planò su di loro portando via il fazzoletto in georgette. I due non più ex lo lasciarono in balia della corrente calda, incapaci di staccarsi, nelle luci del tramonto.      Ed il Sole… Muore/ mentre i miei sogni crollano/ ed il Sole… dorme/ e i sogni poi si scordano!/ e tu Dormi… dormi ora i tuoi sogni volano…      Le note della canzone sfumarono nelle loro teste, mettendo a tacere ogni attimo di nostalgia. Il passato naufragò sotto la linea dell’orizzonte, lasciando spazio al presente in cui volare e sognare. Senza paura. Finché c’era vita.

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Roberta De Tomi
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