Racconto n°

4

HABANERA ChiaraLuce

HABANERA

Le note malinconiche si diffondevano nell’aria di quella notte veneziana, abbracciandosi in una melodia triste e nostalgica. La musica si fondeva con lo sciabordio delle onde, abbracciava le gondole sonnolente e si innalzava verso la placida luna. Dalla sua posizione privilegiata, lassù nel cielo, l’astro immoto restituiva alla terra quella musica piena di tristezza, anzi, l’amplificava, stendendola come un manto su Piazza San Marco e il Canal Grande, su Rialto e sulle piccole calli.
Più di un abitante della Serenissima, quella notte, interruppe il proprio sonno per ascoltare quelle note portate dal vento.
“E’ il suono di un violino… – disse una donna di mezza età,  affacciata ad uno dei balconcini di uno dei palazzi signorili, affacciati sul Canal Grande.
“Chi mai potrebbe mettersi a suonare per strada a quest’ora di notte? – Le fece eco il marito, assonnato, rigirandosi nel letto.
“Chissà, magari è uno degli studenti del Conservatorio “Benedetto Marcello”, che si sta preparando ad un esame”.
“…Oppure un virtuoso che soffre di insonnia….”
“Sarà, ma questa musica struggente è davvero bellissima…..”
La donna rimase immobile, affacciata alla finestra, godendo della misteriosa melodia, finché essa, allo stesso modo in cui era iniziata, misteriosamente cessò di regalare alla città le sue note struggenti.

*****

Carlo Maritan aveva appena varcato la porta del suo studio, situato in uno dei palazzi nobiliari più belli della città. Le arcate in stile gotico fiorito si alternavano sinuose lungo la facciata, imitando le onde della laguna e riflettendosi, alla stregua di una gentildonna vanitosa, nelle acque verde opaco.
Quel giorno d’autunno, il cielo era particolarmente terso. Carlo lo poteva scorgere dalla finestra del suo ufficio. Tuttavia, era da diverso tempo che non si sorprendeva ad osservare un particolare della natura, a godere di un singolo istante, a fantasticare su uno dei tanti futuri possibili. Aveva da poco compiuto quarant’anni e giudicava l’età delle illusioni e dei sogni trascorso da un pezzo. La sua vita era stata scandita, dapprima dai desideri della sua famiglia riguardo al suo avvenire, in seguito dal suo orgoglio e dalla sua voglia di dimostrare agli altri il suo valore. Il padre di Carlo, Diego, era stato uno dei commercialisti più quotati di Venezia. Tra i suoi clienti figuravano moltissimi capitani d’azienda, borghesi arricchiti e nobili decaduti, filiali italiane di grandi multinazionali, ma anche qualche industriale straniero con affari in Italia affidava i suoi conti allo studio “Maritan & Soci” . 
Diego Maritan aveva un desiderio: che il suo unico figlio, Carlo, gli succedesse nella conduzione dello studio, continuasse a seguire i suoi clienti ed avesse, in questo modo, l’avvenire assicurato.
Per questo fine, aveva trascorso gli anni che precedevano la pensione ad istruire il figliolo, facendolo presenziare alle riunioni, condividendo con lui i segreti ed i trucchi del mestiere. Seguendo questa strada, già tracciata per lui, Carlo aveva frequentato la Facoltà di Economia presso la prestigiosa Università Bocconi di Milano, laureandosi con il massimo dei voti. Una volta diventato dottore, si era iscritto all’Albo dei Commercialisti e Revisori Contabili della sua provincia, non prima di avere aggiunto al suo curriculum un paio di master in Business Administration, finanziati con orgoglio e compiacimento dal genitore. Così, seguendo il copione, Carlo era diventato, a pieno diritto, titolare dello studio “Maritan & Soci”. Gli anni trascorsi sui libri ed i periodi di formazione trascorsi all’estero avevano, naturalmente, influito sulla vita privata di Carlo, uno spazio e un tempo  che, per lui, non esistevano. Gli era rimasto qualche amico dai tempi del liceo, che ancora condivideva con lui qualche chiacchierata via internet e qualche sporadica e-mail di circostanza in occasione della Pasqua e del Natale. Giunto all’età di trentacinque anni, Carlo Maritan non aveva mai avuto una fidanzata. Le sue relazioni si erano limitate a qualche cena, qualche uscita con gli amici, frammenti di tempo rubati ad una vita destinata a viaggiare su binari stabiliti. Troppo impegnato negli studi, sempre con l’ansia di occupare quel posto che gli spettava di diritto o per destino, Carlo non aveva mai coltivato amicizie femminili per un tempo sufficiente a trasformarle in relazioni stabili. Tuttavia, anche su questo fronte, ci aveva pensato la sua famiglia. Diego Maritan, ad una cena di lavoro, gli aveva presentato Adele, la figlia di un suo cliente, un avvocato che condivideva con lo studio una buona fetta del business quotidiano. Come Carlo, anche Adele era destinata ad ereditare il mestiere ed il prestigioso studio del genitore.
“Adele è un buon partito, decisamente un buon partito….” -  aveva sussurrato Diego Maritan all’orecchio del figlio, quella sera.
E Carlo aveva compreso, in quel momento, la direzione che avrebbe dovuto prendere la sua vita.
Non era stato un colpo di fulmine. Il giorno del suo matrimonio, Carlo non avrebbe saputo dire se amava sua moglie. Forse, non la conosceva nemmeno. Ma, ancora una volta, si era lasciato trasportare dalle onde del destino, placide e insistenti come quelle della laguna.
Non era sicuro di amare Adele, ma, di sicuro, amava alla follia Carlotta Maria, sua figlia, nata esattamente un anno dopo la data del suo matrimonio. Per la prima volta, Carlo si concedeva qualche distrazione dal lavoro per perdersi negli occhi della sua piccola, accompagnarla nelle sue prime grandi conquiste, cullarla e accudirla. La nascita di Carlotta Maria, tuttavia, aveva creato una frattura nel suo rapporto con Adele. Non erano mai stati affiatati, questo non lo poteva negare a se stesso, ma l’arrivo della bambina li aveva allontanati ancora di più. Adele aveva avuto una gravidanza costellata dai malesseri. La nausea l’aveva tormentata durante i primi mesi, impedendole di essere efficiente sul lavoro, il mal di schiena e gli sbalzi di pressione, l’avevano, invece, tormentata per tutto il secondo e terzo trimestre. Il parto, atteso come una liberazione da quello stato di malessere, si era rivelato assai diverso dalle sue aspettative. In preda ad un attacco d’ansia, Adele non era riuscita ad assecondare le richieste delle ostetriche ed era stato necessario praticarle un taglio cesareo d’urgenza.  Già nei giorni successivi alle dimissioni dall’ospedale, Carlo aveva realizzato che Adele non era nata per essere madre. L’istinto di protezione che scatta nelle donne nel momento stesso in cui diventano madri, quell’amore incondizionato e gratuito nei confronti dei propri bambini, in lei non avevano attecchito. Nei confronti di Carlotta Maria, Adele sembrava avere un atteggiamento distaccato, come se quel frugoletto roseo e dolcissimo non le appartenesse. La allattava e la cambiava con distacco, evitando accuratamente di rispondere ai suoi primi, goffi sorrisi. La verità era che Adele si sentiva “frenata” da quella maternità. Non l’aveva desiderata, l’aveva semplicemente subita, accettando di recitare a soggetto la farsa che la sua famiglia aveva scritto per lei. A differenza del marito, tuttavia, l’ambizione di Adele bruciava nel suo cuore. Desiderava affermarsi come avvocato, voleva fortemente uscire vincitrice dal confronto con il padre, nella gestione dello studio. E quella bambina, con le sue esigenze, i suoi pianti notturni, le sue coliche e le richieste di attenzione, influivano negativamente sulle sue performance lavorative.
Carlo, invece, fin dal primo momento in cui aveva preso in braccio sua figlia, era entrato in un’altra dimensione, intensa e, fino a quel momento, per lui ignota. Era amore, quello era decisamente amore. La prima donna della sua vita, l’unica a cui donare tutto se stesso e sperimentare la forza dei propri sentimenti. Lo studio, ormai, funzionava anche senza di lui, grazie all’affiatamento ed alla formazione continua che era riuscito ad infondere nei suoi soci e collaboratori. Così, spesso e volentieri, quasi di nascosto da Adele, che aveva interrotto l’allattamento della figlia già al secondo mese per riprendere il lavoro a pieno ritmo e assoldato tre diverse baby sitter per coprire l’intera giornata, Carlo di ritrovava a “fuggire” letteralmente dallo studio per trascorrere del tempo con Carlotta Maria. Gli piaceva passeggiare con lei lungo le strette calli, mostrarle i piccioni in Piazza San Marco e le grandi gondole nere, facendole ascoltare la musica delle onde. La piccola lo guardava con i suoi immensi occhi, spalancati sul mondo, gli sorrideva felice. E lui, in quel sorriso e in quello sguardo, letteralmente, si perdeva.

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A mano a mano che il tempo passava e il rapporto con sua figlia si faceva sempre più stretto e simbiotico, Carlo cominciava a porsi delle domande. All’alba dei suoi quarant’anni, non poteva fare a meno che guardarsi indietro e chiedersi se le scelte che aveva fatto o, meglio, che non aveva fatto, lasciandosi trasportare dagli eventi, dai progetti degli altri sulla sua vita, non avrebbero finito con il minare la felicità di sua figlia. Carlotta stava crescendo, interagiva sempre di più con il mondo che le stava attorno. Percepiva l’amore del padre e l’indifferenza della madre, alternata da punte di fastidio quando la sua richiesta di attenzioni si faceva più disperata ed insistente.
Con il tempo, i rapporti tra Carlo e Adele avevano raggiunto un equilibrio statico, limitato ai saluti mattutini, prima di andare al lavoro, e alla sera, quando la moglie rientrava stanca dallo studio e la baby sitter se ne andava dopo l’ultimo turno. Ormai, dormivano in stanze separate, ma presenziavano con falsi sorrisi di circostanza a tutti gli eventi che richiedevano la loro presenza, oppure alle riunioni di famiglia, nelle quali indossavano la maschera più diversa dalla realtà che erano in grado di esibire. Spesso, con lo sguardo rivolto alla laguna, perso lungo la sottile linea dell’orizzonte, che separa il cielo dal mare, Carlo si domandava se Carlotta non si meritasse una madre diversa. Aveva pensato anche alla separazione, ma, ne era consapevole, questa decisione lo avrebbe diviso per sempre dalla sua bambina. Adele era un avvocato, come lo era suo padre. In più, era la madre e, nonostante la legge sull’affidamento condiviso, la realtà dimostrava che, alla fine, i figli finiscono sempre con il trascorrere più tempo con colei che li ha partoriti. Inoltre, ne era sicuro, Adele avrebbe colto quella sua richiesta come una sfida da cogliere e vincere. Così, aveva abbandonato quell’idea. Per il bene di Carlotta Maria.

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 Nonostante la scelta di continuare a correre su un binario prestabilito, senza osare cambiare la trame che il destino aveva intessuto per lui, Carlo non poteva fare a meno di pensare come sarebbe stata la sua vita, se, circa dieci prima, avesse fatto scelte diverse. Nascosto nel profondo del suo cuore, c’era ancora il ricordo di un amore, un sentimento soffocato ed abortito prima che avesse l’opportunità di fiorire. Semplicemente, non era il momento. Carlo si era appena laureato e correva, correva, sempre più veloce. Il master gli imponeva la frequenza obbligatoria delle lezioni, gli esami dovevano essere sostenuti e superati con il massimo dei voti. Il tempo per lei, inesorabilmente, mancava. Carlo si sorprendeva ancora a pensare a quel primo incontro di sguardi, i primi, timidi approcci, i primi baci rubati, al cospetto dei severi treni in partenza, alle stazioni, come sotto all’appartamento che lei condivideva con alcune amiche. Si chiamava Xsenia. Era originaria di Kiev ed era venuta in Italia per inseguire il suo sogno: quello di diventare un’affermata violinista. Studiava al conservatorio “Benedetto Marcello” e viveva a Mestre, dove i prezzi degli affitti erano più uniformi alle scarse finanze degli studenti. La sera in cui la vide per la prima volta, Carlo era andato con un paio di amici ad assistere al concerto di fine anno, che gli allievi del conservatorio erano soliti organizzare per testare la loro bravura, per cimentarsi con il pubblico e per farsi notare da qualche talent scout  o da qualche direttore d’orchestra presente in platea. Tommaso, l’amico che Carlo aveva accompagnato, non aveva occhi che per Elisa, la sua fidanzata, che con precisione e maestria d’esecuzione, ammaestrava il violino. Giovanni, il secondo amico, tratteneva a stento gli sbadigli. Lui non era fatto per i concerti di musica classica. Preferiva la baldoria dei locali di Jesolo, il festoso chiasso delle discoteche e le grandi cene da decine di persone. L’attenzione di Carlo, invece, si era subito spostata sulla violinista alle spalle di Elisa. L’aveva colpito la delicatezza con cui il suo archetto accarezzava le corde, gli armoniosi movimenti che sfociavano in una danza sinuosa tra le violinista ed il suo strumento. E poi, quell’espressione rapita e tranquilla, come se lei, con la mente, non fosse lì, ma altrove. Aveva i capelli fini e luminoso, di un biondo naturalmente chiaro, un viso regolare ed una pelle candida, sulla quale spiccavano due intensi occhi verde bosco. La ragazza emergeva dal resto dell’orchestra come un raggio di sole tra le nubi. Dopo una sola mezz’ora, Carlo ascoltava solo lei. E sempre alla misteriosa violinista, che gli aveva rapito il cuore, aveva regalato l’ultimo sguardo, quando il concerto era finito. Tommaso aveva atteso Elisa all’uscita. Le aveva regalato un mazzo di rose rosse, per complimentarsi con lei per l’ottima esibizione. Poi, avevano salutato e si erano allontanati per continuare la serata da soli. Giovanni, invece, aveva già preso accordi con altri amici per raggiungerli presso un noto locale della provincia. A Carlo, invece, non rimaneva che rincasare a piedi. Il giorno successivo, avrebbe dovuto alzarsi presto per prendere il treno per Milano, dove l’attendeva un’altra settimana di lezioni serrate ed un difficile esame da preparare. Mentre lasciava l’auditorium del Conservatorio “Benedetto Marcello”, aveva fatto in tempo a scorgere la musicista bionda allontanarsi da sola e scomparire velocemente tra la folla.

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I pesanti ritmi dei corsi, spesso non avevano consentito a Carlo di fare ritorno a Venezia per diverse settimane. Aveva scommesso con se stesso che avrebbe superato tutti gli esami al primo tentativo. In questo modo, suo padre sarebbe stato orgoglioso di lui. Inoltre, una volta conseguita la qualifica superiore post laurea, avrebbe avuto in premio la titolarità dello studio.
Era ritornato a Venezia un mese dopo il concerto. Per rivedere la famiglia e per regalarsi qualche attimo di libertà. Carlo amava passeggiare per le strette vie della città alla mattina presto, perdersi a contemplare l’acqua dei canali dalla posizione privilegiata dei ponti. Poi, quando ancora la Serenissima era immersa nel sonno, egli dava il buongiorno alle gondole nere e sonnacchiose, ancora ricoperte dai teli che le proteggevano dalla rugiada della notte, e raggiungeva Piazza San Marco. Qui, entrava in uno dei bar che costellavano la piazza per fare colazione. Si sedeva in solitudine ad uno dei tavolini e pensava. Era stata proprio durante una di quelle mattine dedicate a se stesso che l’aveva ritrovata. Era dietro al bancone del bar. Con la divisa del locale ed un grembiule color cardinale. Aveva i capelli color della luna radunati in un elegante crocchio e gli stessi, bellissimi, occhi verde cupo.
“Signore, desidera ordinare?  - Gli aveva chiesto la ragazza.
“Sì, certo, mi scusi…un cappuccino e una brioche alla marmellata….”
Carlo l’aveva seguita con lo sguardo, mentre lei gli volgeva le spalle per cimentarsi con la macchina del cappuccino. Quando la giovane si era sporta verso il bancone per servirgli la tazza fumante e spumosa, aveva preso il coraggio a due mani e aveva infranto quel muro di circostanza che li separava.
“Mi scusi, non vorrei sembrarle indiscreto….ma lei assomiglia in modo sorprendente ad una persona che ho incontrato un po’ di tempo fa…..”
La ragazza aveva sgranato gli occhi, che si erano fatti più attenti ed avevano assunto un’espressione divertita. Chissà quanti giovanotti avevano tentato di “rompere il ghiaccio” in quel modo.
“Lei, per caso….suona il violino?! – le aveva domandato Carlo, mentre le sue orecchie rivelavano con un insolito colore paonazzo l’ imbarazzo per quella insolita intraprendenza.
Il volto della ragazza, allora, si era aperto in un bellissimo sorriso.
“Sì, io studio violino al conservatorio “Benedetto Marcello”…..
“Allora, era proprio lei…sì, insomma, al concerto di fine anno, circa un mese fa….”
“Direi di sì, ho sostituito una studentessa dell’ultimo anno, che si era ammalata..”
“Be’ devo dire che l’ha sostituita egregiamente. Ho molto apprezzato la sua esecuzione….”
A quelle parole la giovane era arrossita a sua volta..
“Lavoro qui per mantenermi agli studi. La mia famiglia vive a Kiev, in Ucraina. Sono venuta in Italia per studiare musica e, intanto, lavoro in questo locale, la sera, quando ci sono le lezioni, e di giorno, quando ci sono le vacanze. Porto sempre con me il mio violino. Anche adesso, vede, è qui, sotto al bancone. Mi tiene compagnia e mi trasmette sicurezza”.
“Che maleducato, non mi sono ancora presentato, mi chiamo Carlo.”
“Io sono Xsenia, molto piacere.. – gli aveva risposto lei, in un italiano impeccabile, con qualche sfumatura deliziosamente straniera nel timbro di voce.
“E che cosa fai, Carlo, a parte alzarti molto presto alla mattina per dare il buongiorno ai piccioni?
Carlo gli aveva raccontato che stava studiando alla Bocconi per un master post laurea e che trascorreva la maggior parte della settimana a Milano, dove condivideva un bilocale con due amici. Ritornava a Venezia solo nel fine settimana, quando lo studio glielo consentiva.
“Anche io abito con due amiche, a Mestre. Vado e vengo con il treno….”
Gli aveva sorriso. E lui era capitolato. Del tutto.
“Senti, Xsenia, che cosa fai dopo il lavoro? Tipo questa sera, ti andrebbe di mangiare insieme una pizza? “
Lei aveva tentennato un po’, come per non regalargli la sensazione di una vittoria immediata.
“Questa sera non posso. Devo esercitarmi per un saggio. Magari domani, se per te è lo stesso”.
“Certo, non c’è problema. Vengo a prenderti alle otto, qui davanti, se per te va bene”.

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Quella sera, Carlo aveva compreso che cosa volesse dire provare attrazione per qualcuno. Era una sensazione forte, simile alla forza che attrae due poli opposti di una calamita. I due ragazzi avevano cenato e riso insieme. Xsenia gli aveva raccontato della sua infanzia a Kiev. Anni tutt’altro che facili. Aveva tre fratelli minorenni, che studiavano ancora. Il padre lavorava come operaio in una fabbrica che produceva pezzi di ricambio per gli oleodotti; enormi piste di ferro che trasportavano il petrolio attraverso il territorio di quella che era stata l’Unione Sovietica. La madre, casalinga per necessità e per forza, nonostante la laurea in letteratura, si era presa cura dei figli, rinunciando a qualsiasi personale ambizione. Ma Xsenia era diversa. Lei aveva un sogno: diventare una musicista affermata ed esibirsi con le più importanti orchestre d’Europa. Grazie ai sacrifici dei suoi genitori, era riuscita a frequentare prima una scuola di musica, poi, il conservatorio della sua città. Il suo talento le aveva fatto vincere una borsa di studio ed un biglietto per l’Italia. Aveva scelto Venezia, la città che sorge dall’acqua, gloriosa Repubblica Marinara e culla delle arti. Da qui, tre anni prima, era cominciata la sua nuova vita. Anche Carlo le aveva raccontato qualcosa di sé. Omettendo, tuttavia, quello che aveva più nascosto nel cuore. Quel senso di costrizione, quell’obbligo morale che incombeva e che lo spingeva, inesorabilmente, verso una direzione che altri avevano deciso per lui.
“Allora, anche tu hai un sogno! – Gli aveva detto Xsenia, felice di condividere un’emozione ed un’ambizione.
Carlo le aveva sorriso, abbassando impercettibilmente lo sguardo. Poi, erano usciti dal locale ed avevano camminato fino al molo da cui partono i vaporetti per le isole della laguna.
Xsenia aveva con sé il violino, dal quale non si separava mai.
“Me lo hanno regalato i miei genitori, il giorno in cui sono partita per l’Italia. Mi tiene compagnia, mi fa sentire a casa”.
Poi, un lampo chiaro aveva attraversato il suo sguardo, come un’illuminazione improvvisa.
“Vuoi ascoltare qualcosa?”
“Sì? Qui?”
“Perché no? E la serata adatta. Le note si diffondono bene nell’aria. Ti voglio fare ascoltare una mia versione di un celebre brano tratto della Carmen di Bizet. E’ uno dei miei pezzi preferiti”.
Xsenia aveva estratto lo strumento dalla sua custodia con la delicatezza riservata ai neonati in fasce. Poi, con un movimento leggero, aveva preso anche l’archetto ed aveva iniziato a suonare. Le delicate note del violino si erano rapidamente diffuse nell’aria, in un suono dolce e struggente, ma nello stesso tempo, ricco di energia. Carlo era estasiato. Era davvero magnifica la sensazione che quella musica riusciva a diffondere in tutto il suo essere. Quando Xsenia ebbe finito la sua esibizione, il ragazzo era addirittura commosso.
“E’ bellissima. Xsenia, sono senza parole….”
“E’ la mia hababera! -  gli aveva risposto lei, soddisfatta e con una punta di orgoglio nella voce.
Carlo era arrossito.
“Non sono molto esperto di musica….”
“La habanera  è una musica di origine africana che si è diffusa prima a Cuba, poi in Spagna e nel resto d’Europa. Ha un ritmo lento e cadenzato, ma si presta bene a diverse interpretazioni e variazioni da parte degli esecutori. E’ una musica intensa e struggente, che comunica calore e malinconia. Una melodia che ha conquistato i grandi compositori, da Bizet, a Ravel, a Debussy…”
“Tu…l’hai suonata veramente bene….”
“Grazie, ne sono lusingata”.

*****
Carlo aveva, poi, accompagnato Xsenia a Mestre, evitandole il fastidio di dover prendere un treno che la riportasse a casa.  Abitava in un grazioso condominio di sette piani, una costruzione piuttosto recente. Davanti al portone, quando ormai era giunto il tempo dei saluti, il ragazzo aveva preso il coraggio a due mani e, in un impeto goffo e maldestro, l’aveva baciata.
Lei era rimasta piuttosto sorpresa, ma non si era ritratta dal suo abbraccio. Alla fine, lo aveva guardato dritto negli occhi, con quello sguardo nel quale era assai facile perdersi.
“Credi che potremo rivederci? – gli aveva chiesto, arrossendo lievemente.
“Certo, contaci. Ti chiamo la prossima settimana. Voglio tornare, per te. E per riascoltare la tua habanera”.

*****
Invece, Carlo non era stato in grado di mantenere quella promessa. La settimana successiva, gli impegni di studio lo avevano trattenuto a Milano. Xsenia lo aveva chiamato diverse volte, ma le sue chiamate erano rimaste, spesso, senza una risposta. Era ritornato a Venezia venti giorni dopo. E la prima cosa che aveva fatto era stata quella di recarsi al bar dove lavorava la ragazza.
Lei si era dimostrata fredda nei suoi confronti, risentita per il suo comportamento assurdo e maleducato.
“Xsenia, scusami, sono un imbecille…non ho scuse….spero che tu possa perdonarmi….”
L’aveva inseguita all’uscita del locale e rincorsa in Piazza San Marco, lungo le calli e fino alla stazione Santa Lucia. Finalmente, lei si era fermata e gli aveva concesso di parlare. Dopo che lui aveva finito, lei, per tutta risposta, aveva estratto dalla custodia il suo inseparabile violino e lì, davanti alla stazione, mentre tutti si affrettavano per raggiungere i convogli sbuffanti, aveva suonato la sua habanera. E la gente si era fermata ad ascoltare quella musica densa di significato, arrabbiata ed energica. Quel giorno, Carlo aveva compreso che Xsenia comunicava le sue emozioni attraverso la musica.

*****
Durante i mesi successivi, Carlo aveva fatto tutto quanto gli fosse umanamente possibile per trascorrere tutto il tempo libero con Xsenia. Tuttavia, il tempo stesso era loro nemico. Non solo, infatti, i ritmici studio del ragazzo di erano fatto sempre più serrati, ma anche Xsenia aveva cominciato ad accettare qualche incarico sporadico in altre città. Così, un fine settimana in cui Carlo aveva letteralmente fatto i salti mortali per ritornare a Venezia, lei, all’ultimo minuto, gli aveva comunicato che avrebbe dovuto assentarsi per una decina di giorni, poiché era stata chiamata a sostituire una collega in un importante ciclo di concerti presso il Teatro Massimo di Palermo.
”Va, bene, vorrà dire che sarà per la prossima volta…. – gli aveva detto Carlo al telefono, senza nascondere il proprio dispiacere.
“Certo… – gli aveva risposto lei – ci sarà un’altra occasione.
Alla fine, tuttavia, Carlo era giunto alla conclusione che, probabilmente, non era quello il tempo propizio per costruire un futuro insieme o, almeno, per gettarne le basi. Entrambi correvano da soli, spinti dal senso del dovere o dal fuoco dell’ambizione.
C’era stata una volta in cui Xsenia, sorprendendolo, aveva preso un treno per Milano e lo aveva raggiunto in un fine settimana in cui lui non aveva potuto muoversi dal capoluogo meneghino.
“Sono alla stazione – gli aveva annunciato – puoi venirmi a prendere?”
Carlo era stato così felice di quella visita inaspettata che aveva abbandonato qualsiasi programma di studio o di uscita con gli amici, mettendosi a completa disposizione di Xsenia.
Aveva dovuto improvvisare molte cose, ma era talmente entusiasta da non preoccuparsi della perfezione. A rendere tutto magico, ci avrebbe pensato la spontaneità. Era andato a prenderla con la sua bicicletta, la stessa che usava per muoversi velocemente e dribblare il congestionato traffico meneghino. Aveva sistemato lo zainetto della ragazza legandolo al portapacchi e l’aveva invitata ad accomodarsi sulla canna del suo velocipede. Poi, stretti l’una all’altra, erano partiti alla volta della zona dei navigli, dove Carlo viveva con gli altri suoi due compagni di corso.
Era stata una giornata stupenda. Avevano camminato mano nella mano sotto ai portici della Galleria Vittorio Emanuele e sostato per una foto davanti al Duomo. Avevano pranzato in un locale delizioso e intimo, ridendo ed assecondando la spensieratezza della loro età. Nel pomeriggio, avevano percorso via Montenapoleone, soffermandosi ad osservare le invitanti vetrine, veri poli di attrazione, con il loro lusso sfrenato ed i capi all’ultima moda. All’improvviso, colto da un impulso di urgenza, Carlo aveva insistito per entrare in una gioielleria. Aveva scelto personalmente un piccolo ciondolo a forma di luna, in oro bianco e argento, al centro del quale spiccava un diamantino a forma di stella.
“Per ricordarti di questa giornata. La più bella che io abbia mai trascorso negli ultimi tre anni. E come omaggio alla prima volta che ti ho sentita suonare la tua habanera, sotto la luce della luna.”.
Poi, aveva allacciato il piccolo gioiello al collo della ragazza. Si erano guardati negli occhi per un istante eterno. A suggellare quel momento, un lungo, tenero bacio.

*****

Ricordando quegli attimi fugaci, Carlo, negli anni, aveva spesso pensato al fatto che lui e Xsenia non erano mai andati oltre quei baci rubati al tempo e alle occasioni. Fiori bellissimi, colti al colmo del loro fulgore. La loro storia non si era mai evoluta e, proprio per questo, aveva conservato quel velo romantico, quella malinconia indefinita, quello struggimento e quell’attesa tipiche delle cose incompiute. Chissà dove era Xsenia, adesso…Di sicuro, Carlo sapeva che se ne era andata da Venezia. Aveva finito il Conservatorio ed aveva lasciato il suo appartamento di Mestre. Forse, era riuscita a realizzare il suo sogno e si esibiva, con il suo violino, con le orchestri più importanti d’Europa. Oppure, girava il mondo, sempre stretta al suo strumento, che le ricordava così tanto casa. Magari, invece, si era sposata, aveva avuto anche lei dei figli. Carlo non aveva la pretesa di essere stato l’unico, anche se il suo ricordo di quell’amore incompiuto era una sorta di roccaforte da difendere, da proteggere, serrandolo nel suo cuore ed accarezzare come un gioiello prezioso, ogni volta che la realtà, la piega che aveva preso la sua vita, si rivelava troppo cruda, o pesante, da sopportare. Dopo quella giornata trascorsa insieme, a Milano, infatti, senza un apparente motivo, i loro incontri si erano diradati, fino a diventare inesistenti. Entrambi correvano troppo veloci, inseguendo il senso del dovere e l’ambizione. Vi era stata una volta in cui, Xsenia, in partenza per Vienna, dove si sarebbe esibita nel più importante teatro della città, era scesa per un’ora a Milano. Carlo ne era stato felice, ma il tutto era durato un attimo. Poi, il silenzio…per anni. Solo qualche giorno prima del suo matrimonio con Adele, egli aveva avuto la tentazione di comporre il numero di Xsenia sul telefonino. Non sapeva nemmeno che cosa le avrebbe detto, dopo tanto tempo, se lei avesse risposto. Forse, sperava solo di risentire la sua voce, oppure, di sentirsi ancora per qualche minuto, padrone di se stesso e della propria vita, rievocando quegli scampoli di gioventù, che - si rendeva conto - con l’impegno di costruire una famiglia, se ne sarebbero andati per sempre. Tuttavia, Carlo aveva riposto molte aspettative in quelle telefonata. Una sorta gioco con il destino, per decidere quale strada della vita prendere. Una voce, nella sua mente, continuava a ripetergli, in maniera quasi ossessiva: “Se lei risponde, molla tutto, Adele, lo studio, tuo padre….Riprendi in mano la tua vita e ricomincia da te stesso …”
Così, aveva digitato il numero sulla tastiera ed aveva atteso.
“Attenzione – gli aveva risposto una voce metallica e impersonale – il numero selezionato non è attivo”.
“Che stupido!  - aveva pensato Carlo – Che cosa pretendevo. Che dopo tanto tempo, lei fosse ancora lì, ad aspettarmi?!”
Così, Carlo Maritan, aveva chinato il capo e si era rassegnato a percorrere una strada già tracciata.

*****
Un mattino, prima di recarsi allo studio e dopo avere accompagnato Carlotta Maria all’asilo nido, Carlo, spinto da un impulso che non avrebbe potuto spiegare, percorse in fretta le piccole calli e i vicoli stretti, raggiunse Piazza San Marco e, esitando un attimo davanti alle sfavillanti vetrine, entrò proprio nel locale dove, un tempo, Xsenia aveva lavorato come cameriera e dove era avvenuto il loro primo, vero, incontro ufficiale. Ordinò una spremuta ed un caffè e si sedette ad uno dei graziosi tavolini messi a disposizione della clientela. Aveva bisogno di stare solo con se stesso e di pensare. A tutto e a niente. Era immerso nei suoi pensieri, quando, di sfuggita e senza volerlo, si ritrovò ad ascoltare la conversazione dei suoi vicini di tavolo. Erano tre studenti universitari, una ragazza e due ragazzi, che attendevano l’inizio delle lezioni in compagnia di una tazza fumante di caffè .
“E così,  - stava dicendo uno dei maschi – anche la scorsa notte il nostro virtuoso del violino ha fatto le ore piccole….”
“Io l’ho sentito  - gli aveva risposto la ragazza, una giovane dai capelli neri a caschetto, gli occhi troppo truccati ed un piercing al naso – suona una melodia struggente e bellissima, che ti penetra nell’anima e non se ne va più...”
“E’ vero. Ogni volta è diversa, esprime solitudine, rabbia, struggimento, amore….e tutto variando un paio di note ed accordi”.
“Chissà chi è….Sebbene questa storia vada avanti da diverso tempo, nessuno è ancora riuscito a capire chi sia il misterioso suonatore di violino.
“Non solo. Nessuno lo ha mai visto. Lui aspetta la notte. Poi esegue la sua habanera e se ne va, prima che qualcuno riesca a vedere di chi si tratta”.
“Secondo voi, perché lo fa? Se volesse chiedere l’elemosina, perché suonerebbe di notte, quando le strade sono deserte ….”.
Il ragazzo non fece in tempo a finire la frase che si trovò di fianco un uomo distinto, dallo sguardo fisso sul loro tavolo.
“…Ho forse detto qualcosa di male? – disse, rivolgendosi agli amici ed allo sconosciuto.
“Perdonatemi…sul serio. Per caso, ho ascoltato la vostra conversazione. Hai…ha detto che c’è qualcuno che suona il violino….”
“Be’, sì, è circa una decina di giorni che un misterioso suonatore si esibisce, quasi tutte le notti, in una sonata...”
“E dove si trova questo violinista?”
“Nessuno lo sa – intervenne la ragazza – C’è chi dice di averlo sentito suonare a Rialto, chi all’imbarco dei vaporetti per la laguna. Altri ancora hanno ascoltato le sue note qui, in Piazza San Marco e addirittura sul Canal Grande….ma nessuno ha mai visto il misterioso suonatore….”
Carlo, allora, si rivolse al terzo giovane, quello che, fino a quel momento, si era tenuto un po’ in disparte, quasi intimorito dall’intervento improvviso del vicino di tavolo.
“Tu, prima, hai detto che il musicista suona una habanera …Ne sei proprio sicuro?”
“Certo, è un’aria della Carmen di Bizet. Mio padre insegna solfeggio al “Benedetto Marcello” e in casa abbiamo tantissimi dischi e CD di musica classica. Non sono un appassionato, infatti, studio architettura…ma quella musica, in casa, l’ho sentita parecchie volte e la conosco bene. Sono sicuro che il nostro misterioso violinista suona proprio Habanera….Anche se, devo dire, ci mette del suo…”
“Che cosa intendi?”
“Che non è l’esecuzione classica del brano. Segue tempi diversi, la durata delle note è assai differente dall’originale. Al punto da stravolgere lo spartito….tuttavia, la musica è perfettamente riconoscibile e piacevole, energetica e malinconica al tempo stesso…”.
“Grazie, ragazzi….e scusatemi, davvero….”

******
Carlo uscì di corsa dal locale, lanciando sul tavolo i soldi della consumazione e lasciando il gruppetto di ragazzi attonito. Tuttavia, non gli importava che cosa pensassero di lui. Che era un pazzo, uno squilibrato…Pensassero qualsiasi cosa ….in ogni caso, se lo meritava.
Il pensiero del misterioso suonatore di violino, che ogni notte eseguiva la sua Habanera gli era penetrato nella mente e lo tormentava, come un chiodo fisso. Il suo pensiero, facendosi strada nella mente ed irrompendo nel mare dei ricordi, era corso subito a lei, Xsenia.
Se fosse tornata a Venezia? Se lo avesse cercato e scoperto che si era sposato?
Forse, la sua presunzione davvero era troppa. Come poteva essere rimasto nei ricordi della ragazza per così tanto tempo?  Per tutto il giorno, Carlo fu preda della frenesia. Non riusciva a concentrarsi su nulla, ma, in compenso, un ammasso informe di pensieri confusi, accavallati l’uno all’altro, si attorcigliavano nella sua mente, dove il passato, il presente e un futuro di possibilità si concentravano nell’angusto spazio del suo cervello.
Finalmente, venne la sera. Carlo non rientrò per la cena. Telefonò per assicurarsi che la piccola Carlotta Maria fosse a letto, ringraziò la baby sitter per il lavoro svolto quel giorno con la bambina e rivolse un saluto di circostanza ad Adele. In fondo, non era raro che, anche lei, la sera si assentasse per partecipare a cene di lavoro. Non avrebbe sentito la sua mancanza. Lui, invece, doveva sapere.
Che cosa, o chi, stava cercando? In realtà, non lo sapeva. Forse, stava solo inseguendo un’illusione, un vecchio ricordo sopito. Consumò un pezzo di pizza al taglio per riempirsi lo stomaco e attese. Si sedette su una panchina, con lo sguardo rivolto al mare, mentre le luci delle strade si accendevano e quelle delle case cominciavano a spegnersi. Le gondole, in fila, ondeggiavano, trasportate dalla corrente. La fresca brezza della sera si impadronì della città. Quando anche l’ultima saracinesca venne abbassata e l’ultimo veneziano raggiunse la propria casa, Carlo fu pervaso da una sensazione di beata solitudine. Intorno a lui, solo silenzio. E pace. Fu allora che le note cominciarono ad accarezzare l’aria. Prima timide, poi sempre più decise, si abbracciarono in una melodia inconfondibile: Habanera! Carlo la riconobbe e scattò dalla panchina. 
“E’ l’Habanera di Xsenia – disse a voce alta. – non ci sono dubbi”.
Poi, cominciò a correre, inseguendo quelle note. Erano ovunque e, nello stesso tempo, da nessuna parte. Si fermò di colpo. Una figura esile e luminosa era in piedi sulla banchina, proprio di fronte all’imbarco dei vaporetti. Lo stesso luogo dove, dieci anni prima, lei aveva eseguito la sua habanera. Aveva il volto rivolto verso le onde placide della laguna, ma lui la riconobbe subito. Gli stessi capelli lunari, la stessa pelle diafana, e il violino, imbracciato con la delicatezza e l’amore di una madre verso il figlio prezioso ed amato.
“Xsenia……”

*****
Lei si voltò. Non era cambiata affatto. Non c’era alcun particolare che Carlo ricordasse diverso. Il tempo non aveva scalfito il suo viso nemmeno con un piccola ruga. Era ferma alla bellezza dei vent’anni.
“Xsenia, sei proprio tu….”
“Carlo….”
Gli sorrise. E gli occhi verde bosco si illuminarono come illuminati dalla luce dell’aurora.
“Allora…sei ritornata a Venezia…”
“Sentivo il bisogno di rivedere questa città, che mi ha reso tanto felice…”
Xsenia rivolse lo sguardo verso l’orizzonte, poi, tornò a posare i suoi occhi sul viso di Carlo.
“Anche tu mi hai reso tanto felice, Carlo, sebbene la nostra storia non abbia avuto la possibilità di sbocciare…
“E’ passato tanto tempo Xsenia….ma tu,…tu sei sempre rimasta nei miei pensieri, anche quando sei sparita…in questi anni ho sempre pensato a te. Ogni volta che mi sentivo solo, ogni volta che mi sono domandato come avrebbe potuto essere, se quella volta ti avessi richiamato, se avessi pensato meno alla carriera e più a noi….”
Lo aveva detto, tutto d’un fiato. Anni e anni di pensieri inconfessabili, di sospiri, di pensieri diversi da quanto la sua vita familiare gli consentiva. Di colpo, come un fiume che rompe gli argini, come l’acqua alta che invade le piazze e le strade di Venezia, dal cuore di Carlo erano scaturiti sentimenti puri e taciuti per troppo tempo. 
“Lo sapevo….l’ho sempre saputo…. – gli disse lei, mentre un cenno di sorriso le nasceva sulle labbra – E’ per questo che sono qui. Volevo dirti quello che non sono mai riuscita ad esternarti. Sono stata una stupida a non farlo prima, ma, forse, mi è concesso ancora del tempo.
Io ti amo, Carlo. Ti ho sempre amato. Ma quello non era il nostro tempo. Come, credo, non lo è nemmeno questo…..”-
“Xsenia, anche io ti ho amata, ti ho amata tanto. Dio solo sa quanto avrei voluto coltivare e fare crescere quel nostro sentimento, prendermene cura di giorno in giorno….Invece, ti ho lasciata andare, ho permesso che ti allontanassi da me senza muovere un dito….Mi sono detto, in questi anni, che io non ti meritavo, che tu meritavi molto di più…desideravo che tu realizzassi il tuo sogno, che diventassi una violinista affermata. E io non volevo essere un ostacolo in questo….Per questo, non ti ho mai cercata….e per questo, ti chiedo scusa….”
“Anche io ti devo porgere le mie, di scuse, più o meno per gli stessi motivi….”
Carlo ebbe l’impressione che tutto, attorno a lui, fosse immoto. Le acque della laguna avevano smesso di oscillare, lo sciabordio delle onde si era fatto silente, la brezza non soffiava più. Il tempo, si era fermato. E, a lui, parve di essere tornato a quella sera, quando aveva ascoltato, per la prima volta, le note di Habanera scaturire dal violino di Xsenia. Fece un passo nella sua direzione, ma una forza misteriosa lo trattenne. Un pensiero prepotente irruppe nella sua mente. Era il viso di Carlotta Maria, sua figlia.
“Xsenia, non sai quanto mi ha reso felice sentirti dire queste cose. E anche tu mi hai fatto un grande dono liberandomi dal rimorso di non averti detto quello che provavo per te. Avrò sempre il rimpianto di non avere voluto vedere il seguito della nostra storia, ma, adesso, non devo più rendere conto solo a me stesso. C’è una piccola donna che conta più della mia stessa vita. Io, due anni fa, mi sono sposato. Se devo essere sincero fino in fondo, il mio non è un matrimonio felice. Adele, mia moglie, non è la persona che avrei voluto avere vicino per la vita….Ma Carlotta ha bisogno di me; è ancora piccola….”
Xsenia abbassò gli occhi e sorrise. Poi, imbracciò di nuovo il suo violino e cominciò di nuovo a pizzicare le corde con dolcezza e maestria. Le note di Habanera, in una versione struggente e malinconica, invasero l’aria immota di quell’istante eterno. Mentre la musica si sposava con l’aria, Carlo sentì vibrare le parole di Xsenia, come fossero un tutt’uno con le note.
“Non preoccuparti, Carlo, non sono tornata per separarti da tua figlia. Il mio, voleva essere solo un saluto. Hai significato tanto, per me, e volevo rivederti un’ultima volta, prima di andarmene per sempre”.
A quelle parole, Carlo la guardò sgomento, come se il pensiero di vederla sparire di nuovo dalla sua vita gli trafiggesse il cuore.
“Dopo essermi diplomata al conservatorio, per qualche anno ho accettato incarichi sporadici, che mi hanno regalato la possibilità di potermi esibire in importanti teatri d’Italia e d’Europa. Tuttavia, il mio sogno è stato interrotto da un grande lutto. Il mio adorato padre è venuto a mancare, all’improvviso. Con il suo lavoro, manteneva la famiglia. I miei fratelli stavano finendo la scuola e mia madre, da sola, non ce la faceva a tirare avanti. Così, ho fatto la mia scelta. Sono tornata indietro, ho messo da parte il mio violino, le mie ambizioni e sono rientrata a Kiev….”
Carlo ascoltava silenzioso. Il destino di Xsenia era stato assai diverso dal suo. Poteva ritenersi molto fortunato. In quel momento, apprezzò quello che aveva, il suo lavoro, la sua famiglia, la sua situazione economica...
“Nella mia città – continuò la ragazza – ho chiesto ed ottenuto il posto di lavoro di mio padre, alla fabbrica che produce pezzi di ricambio per oleodotti. Il suo era un lavoro pesante, ma non mi sono mai lamentata. La sera, tornavo a casa stanchissima. In quei momenti ho compreso il sacrificio di mio padre per consentire ai miei fratelli di studiare e a me di venire in Italia per inseguire il mio sogno”.
Incredibile, mentre la ragazza parlava, la musica continuava a nascere dalle corde del suo violino. Le note e le parole si fondevano ed arrivavano all’unisono nella mente di Carlo. Ad un tratto, egli si accorse che, dagli occhi della giovane, attraversati da un velo di profonda tristezza, due lacrime copiose e gemelle stavano attraversando il suo splendido volto. 
“Qualche settimana fa, alla fabbrica dove lavoravo, c’è stato un incidente…Si è sviluppato un incendio….la temperatura ha raggiunto una soglia insopportabile…una decina di operai non ce l’hanno fatta…sono morti bruciati…..”
Ad un tratto, Carlo capì. Un brivido percorse tutto il suo essere.
“Io ero tra loro, Carlo….Ho lasciato tante cose incompiute, in questa vita….volevo avere la mia ultima occasione…volevo che tu sapessi che cosa sentivo per te e desideravo che tu ascoltassi, ancora una volta, la mia Habanera”.
Carlo vide la figura della ragazza farsi sempre più evanescente, fino a fondersi con la musica e scomparire nella notte veneziana. L’ultima immagine del volto di Xsenia gli regalò un sorriso sereno ed uno sguardo pieno d’amore.

*****
Si ritrovò solo, sulla banchisa. Il tempo aveva ricominciato a scorrere, le gondole si lasciavano di nuovo cullare dal mare scuro e la brezza marina aveva ricominciato a giocare tra i suoi capelli.
Carlo si lasciò andare ad un pianto dirotto e liberatorio.  Ora, sapeva che cosa doveva fare. Era ormai mattina quando fece ritorno a casa. Venne accolto dal silenzio. Si recò nella stanza dove sua figlia stava riposando. La piccola dormiva beata, il suo respiro era ritmato e tranquillo.
Carlo si chinò su di lei e le sfiorò la fronte con un bacio.
“Dormi, tesoro mio, il tuo papà sarà sempre qui vicino a te….”

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