Racconto n°

12

IL PRINCIPE DI CARTAPESTA ChiaraLuce

IL PRINCIPE DI CARTAPESTA

Quest’anno, l’atmosfera natalizia mi mette un’insolita tristezza. Ho dovuto dire ai miei genitori che non riuscirò ad andare da loro per le feste. L’albergo dove lavoro è tutto pieno e ci è stato chiesto di fare gli straordinari. Nella piazza principale è già stato allestito il mercatino di Natale con la pista di pattinaggio e un trenino che porta i turisti in giro per la città. Ci passo più volte al giorno, ma non ho mai il tempo di fermarmi per ammirare le bancarelle colorate. Guardo il calendario dei turni: sono libera domenica mattina. Credo che ne approfitterò per vedere il mercatino e, magari, comprare qualche regalino per i miei colleghi. La mia attenzione viene attratta da un gruppo di persone. Al centro del semicerchio di spettatori c’è un piccolo teatrino di marionette.  Resto colpita dalla bellezza dei visi dei personaggi di cartapesta. Sono così perfetti, espressivi. Chi li ha costruiti deve avere un vero talento. Quando la piccola folla si disperde, anche io continuo il mio tour delle bancarelle. A un certo punto, mi accorgo di un piccolo banco, dal quale mi guardano decine di occhi di cartapesta. Ci sono principesse e maghi, principi, cavalieri e animali fantastici, draghi, streghe, fate, elfi e folletti.
“Sono uno più bello dell’altro”, mi lascio sfuggire ad alta voce.
“Sono contento che ti piacciano”, mi dice una voce maschile.
Seduto dietro alle marionette c’è un ragazzo dai penetranti occhi scuri, la pelle ambrata e le labbra scolpite.
“Ciao, sono Manuel”.
“Chiara, piacere di conoscerti”.
Poi, lui prende tra le mani una marionetta e improvvisa uno spettacolo solo per me.
“Allora, eri tu poco fa, nella piazzetta”.
“In persona! Ogni tanto, i miei ragazzi sentono il bisogno di sgranchirsi un po’ le gambe”.
“Sono davvero belli. Li hai fatti tu?”
“Uno a uno”, mi dice con una punta di orgoglio, “sono pezzi unici. Per realizzare ognuno di loro ci impiego giorni, perché oltre al volto e alle mani confeziono anche gli abiti”.
Si avvicina e mi mette tra le mani un delizioso elfo.
“Tieni, fate conoscenza. Magari deciderai di portarlo a casa con te”.
Il piccolo capolavoro di cartapesta sembra fissarmi negli occhi.  Mi informo sul prezzo, ma è davvero troppo elevato per le mie tasche. A malincuore, gli riconsegno il delizioso elfo.
“Sarà per un’altra volta”.
Manuel mi sorride e depone la sua creazione insieme alle altre.
“Sai, ognuno di loro ha un destino. Considero ogni marionetta come un figlio della mia arte. Ma, proprio come i figli, a un certo punto scelgono loro dove andare. Alcuni rimangono con me per lungo tempo, altri se ne vanno subito scegliendo la persona con cui stare”.
C’è poesia nelle sue parole. Mi piace pensare che ognuno di questi personaggi abbia un’anima. Di sicuro, nel crearli, Manuel ci ha messo il cuore.

****
Due giorni dopo, attraverso di nuovo la piazza per svolgere alcune commissioni. Lancio un’occhiata alla postazione dove ho avuto la mia conversazione con Manuel. Lui è lì con le sue marionette e si soffia nelle mani per riscaldarle. A differenza di tutti gli altri stand, che sono ricavati in casette di legno illuminate e riscaldate, il suo banchetto artigianale è completamente all’aperto. Entro nel primo bar e ordino una tazza di vin brulè.
“Tieni”, gli dico con un sorriso, “riscaldati un po’”.
Lui mi riconosce e mi ringrazia.
“Ti va se ci mangiamo un panino al caldo?”, gli domando senza pensarci troppo.
“Sarebbe fantastico, ma non posso lasciare da soli i miei ragazzi. Potrebbero… andare a ruba!”.
 “Senti, io lavoro in un albergo qui vicino. Sono una lavoratrice stagionale e dispongo di una stanza nella struttura. Magari posso ospitare i tuoi amici mentre ci mettiamo nello stomaco qualcosa di buono”.
In un batter d’occhio, Manuel trasforma il banchetto in un piccolo baule, dove chiude tutte le sue marionette.
“Geniale, vero? Anche questa, è una mia invenzione”.
Davanti a una zuppa fumante e a un piatto di canederli al burro fuso, mi racconta di lui. E’ nato a Santiago del Cile, ma i suoi si sono separati quando aveva dieci anni e sua madre è venuta in Italia insieme a lui e a suo fratello minore.
“Studio all’Accademia di Belle Arti, mi piacerebbe diventare scenografo. Sono un po’ fuori corso, ma devo lavorare per pagarmi gli studi”, mi dice abbassando gli occhi, “Così vado un po’ in giro con le mie marionette e cerco di guadagnare qualcosa”.
Gli chiedo dove alloggi. Lui mi dice che la sua “casa”, durante i periodi da nomade, è un vecchio furgoncino Volkswagen che ha rimesso a nuovo e attrezzato con tutte le comodità, riscaldamento compreso.
Lui insiste per offrirmi la cena, poi torniamo al mio albergo per recuperare le sue marionette.
“Allora, buonanotte, Chiara. Quando vuoi, sai dove trovarmi”.

****
Ho preso l’abitudine di passare a trovare Manuel appena ho un minuto libero dal lavoro. Lui è davvero una persona speciale, sensibile, dolce, con un grande talento e tanta poesia nel cuore.
“Domani sarà il mio ultimo giorno qui”, mi annuncia con lo sguardo triste. “Mi sposto in un’altra località, sperando di vendere qualche marionetta e di proporre il mio spettacolo”.
Poi, si avvicina alla bancarella.
“Voglio lasciarti un mio ricordo. Scegli uno dei miei ragazzi. E’ un regalo”.
“Ma no, non privartene per me”.
“Lo considero un portafortuna. Se hai uno di loro vicino, di sicuro, ci farà incontrare di nuovo”.
Guardo le marionette una ad una.
“Che ne dici di questa bella principessa delle fate?”.
La guardo. E’ molto bella, ma a “parlarmi con gli occhi” è un principe elfo con gli occhi scuri e i capelli neri.
“Scelgo lui”.
Lui mi sorride soddisfatto. “Ottima scelta! Allora, ti affido Chiara”, dice rivolgendosi alla marionetta e mettendomela tra le braccia. Manuel mi accompagna fino al mio albergo e mi saluta con un grande abbraccio. Io ho un nodo alla gola. E il cuore che batte forte.
Torno in camera, ma sono triste. Manuel mi mancherà. Ci siamo scambiati i numeri di telefono con la promessa di restare in contatto, ma so bene come vanno a finire queste cose.
Appoggio il mio “principe di cartapesta” sul comodino e lo osservo
 “Ma certo! Che stupida! Come ho fatto a non accorgermene prima?”.
Mi precipito di nuovo fuori dall’albergo. Corro a perdifiato fino a raggiungere la piazza. Faccio appena in tempo a scorgere la sagoma di Manuel che si allontana tra le casette di legno, ormai chiuse. Grido il suo nome con tutto il fiato che ho in gola. Lui si volta e io corro tra le sue braccia. Lo bacio con tutto il trasporto di un sentimento che ho appena scoperto di provare. Lui prima sembra sorpreso, poi risponde al mio bacio con altrettanta passione.
“La marionetta”, gli dico, “Ti assomiglia in modo incredibile”.
“In effetti, ho preso me stesso come modello, quando l’ho realizzata. Quando hai scelto proprio lui, mi hai reso molto felice”.
“Promettimi che rimarremo in contatto. E che tornerai”.
“Certo che tornerò. Devo solo sistemare alcune cose”.

****
E’ il mio ultimo giorno di lavoro. Esco dall’hotel con la mia trolley e respiro l’aria fresca della primavera. Lui è lì ad aspettarmi, come mi aveva promesso. Gli corro incontro e l’abbraccio, poi ci scambiamo un lungo bacio.
“Benvenuta a bordo, principessa”, mi dice facendomi accomodare accanto a lui sul furgoncino Volkswagen. Faremo una bella vacanza a tappe, prima di fermarci dai miei genitori. Sarà anche una bella occasione per stare finalmente un po’ insieme e conoscerci meglio. Prima di partire, tiro fuori dalla borsa la marionetta che tanto assomiglia a Manuel e che mi ha tenuto compagnia per tutto il tempo in cui lui non è stato accanto a me. La posiziono tra noi due.
“Bravo, ragazzo, hai fatto davvero un bel lavoro”, gli dice Manuel sorridendo felice “Lo avevo detto che avevi qualcosa di magico. Hai vegliato sulla mia principessa e l’hai riportata da me”.

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