Racconto n°

16

LA PROMESSA DI NATALE ChiaraLuce

LA PROMESSA DI NATALE

Giovanni era il mio vicino di casa e il mio migliore amico. Con lui non mi annoiavo mai. Aveva una fantasia vulcanica, che lo portava a immaginare mondi magici dove noi due eravamo i protagonisti di avventure meravigliose. Ero in quarta elementare quando mi sono resa conto di essere innamorata di Giovanni. Probabilmente, allora, non sapevo dare nemmeno un nome al sentimento che stava nascendo dentro di me. Sapevo solo che quando stavo con lui ero felice e quando non c’era non vedevo l’ora che arrivasse il momento di giocare ancora insieme. Si stavano avvicinando le feste natalizie e Giovanni e sua madre erano venuti a casa nostra per proporre di organizzare la cena della vigilia tutti insieme. Quel pomeriggio il mio amico mi aveva trovata con gli occhi rossi per il lungo pianto che mi ero appena fatta.
 “A scuola l’hanno presa in giro perché crede ancora a Babbo Natale”.  Aveva bisbigliato mia madre all’orecchio di quella di Giovanni, che si era lasciata scappare un mezzo sorriso.
 “Anche mio figlio ci crede ancora”, aveva commentato bonaria.
Il fine settimana successivo, Giovanni era venuto a suonare il campanello di casa mia.
“Devo farti vedere una cosa”.
Ci eravamo seduti davanti al camino della grande casa di campagna dove la mia famiglia era andata a vivere dopo la scomparsa dei nonni e lui aveva tirato fuori dallo zainetto una rivista.
“Babbo Natale esiste! Quello vero abita al Polo Nord!”
L’articolo, corredato con belle foto a colori, parlava di un villaggio della Lapponia, dove Babbo Natale aveva la sua casa, la sua fabbrica di giocattoli e le sue renne.
“Dimostreremo ai tuoi compagni di scuola che Babbo Natale esiste! Andremo da lui!”
Avevo guardato Giovanni con gli occhi sgranati.
“Ho già pensato a tutto! So come si arriva alla stazione, dove si cambia il treno…al massimo faremo l’autostop”.
L’inizio del nostro viaggio con direzione Polo Nord era stato programmato per la notte di Natale.
Avevamo trascorso la sera della vigilia a casa nostra, insieme alla famiglia di Giovanni e a un paio di cuginetti più piccoli! Quella notte, Giovanni e i cuginetti avrebbero dormito tutti a casa mia. Tutto era pronto per la nostra fuga: gli zaini erano già sotto il letto con la macchina fotografica, le calze pesanti, un cambio di biancheria e il mio peluche preferito. Io avevo dormito vestita per essere pronta al primo trillo della sveglia, puntata alle cinque del mattino per eludere la sorveglianza dei nostri genitori. Fuori faceva un freddo pungente, di quelli che sferzano la faccia e fanno lacrimare gli occhi.
“Come ci arriviamo alla stazione?” avevo chiesto a Giovanni.
“Con il motorino di mio zio Antonio. Poi lo lasciamo al deposito”.
“Ma lo sai guidare?”
“Certo che lo so guidare! Salta su e tieniti forte!”.
Il vecchio Bravo dello zio di Giovanni ci aveva portato fino alla stazione della piccola frazione di campagna dove abitavamo. Da lì, con le mani gelate e il naso gocciolante, avevamo atteso il primo treno delle sei con capolinea alla Stazione Centrale.
 “E se i nostri genitori si preoccupano?” avevo obiettato.
“Ho lasciato loro un biglietto. Li ho rassicurati sul fatto che torneremo a casa non appena avremo incontrato Babbo Natale”.
Il nostro viaggio, però, era finito quando il controllore ci aveva “beccati” senza biglietto e, insospettito dal fatto che eravamo soli, ci aveva chiesto dove eravamo diretti e dove fossero i nostri genitori.
“Al Polo Nord!”, avevo risposto entusiasta. L’uomo in divisa, però, ci aveva fatto scendere alla prima fermata e ci aveva accompagnato in un salottino. Qui, dopo un po’, erano arrivate le nostre famiglie che, tra il sollevato e l’arrabbiato ci avevano dato una bella lavata di testa!

****
Il vecchio album mi è capitato tra le mani mentre facevo le pulizie. Le immagini di quel Natale di vent’anni fa mi hanno fatto ricordare questo episodio della mia infanzia. Il mio pensiero è andato subito a Giovanni. Chissà che cosa starà facendo ora? Magari si è sposato e ha avuto dei figli, oppure è diventato uno scienziato. Di sicuro, ha smesso di credere a Babbo Natale dopo la ramanzina di quella sera. Giovanni e la sua famiglia, due anni dopo quell’episodio, si sono trasferiti in Germania. La fabbrica dove lavorava suo padre aveva aperto uno stabilimento vicino a Monaco e cercavano qualcuno che facesse l’avviamento. La prospettiva di uno stipendio più alto e la possibilità di dare un futuro migliore a suo figlio lo aveva convinto a fare “il grande salto”.
“E la nostra amicizia? E il nostro viaggio in Lapponia?”, avevo urlato in faccia a Giovanni il giorno in cui era venuto a salutarmi.
“Tornerò quando sarò più grande e ci andremo insieme”.
Questa era stata la sua promessa, mai mantenuta. La casa accanto alla nostra era rimasta vuota per un po’, poi era stata acquistata da un’altra famiglia. Io e Giovanni ci eravamo scritti per un po’. Poi, lui era stato assorbito dalla sua nuova vita in Germania, si era fatto nuovi amici. E anche io, con il tempo, avevo finito per relegarlo tra i miei ricordi d’infanzia. Sono diventata grande, ormai. Da qualche anno non abito più con i miei genitori nella grande casa di campagna. Mi sono trasferita in un bilocale in città vicino alla ditta dove lavoro come impiegata. Si avvicina di nuovo il Natale. Quest’anno, per la cena della vigilia, saremo solo io e i miei genitori. Quando penso ai miei Natali passati, sono stati di più quelli trascorsi da single che quelli “di coppia”. Con l’ultimo dei miei fidanzati ci siamo lasciati più di un anno fa e, da allora, non ho avuto altre occasioni per innamorarmi di nuovo. Stare con i miei genitori mi piace, anche se ho un po’ di nostalgia per i Natali della mia infanzia, così chiassosi e allegri, con Giovanni e i cuginetti. Durante il fine settimana, torno spesso nella casa della mia fanciullezza, dove mi aspetta la mia camera con ancora i peluche e i libri della mia adolescenza. Prima di raggiungere la casa dei miei, lancio un’occhiata a quella che, un tempo, è stata la casa di Giovanni. Da parecchi mesi campeggia un cartello con scritto “Vendesi” attaccato al cancello. Mia madre mi accoglie con il suo consueto entusiasmo.
“Pare che presto avremo dei nuovi vicini”, commenta mio padre mentre sta allestendo l’albero di Natale.
“Davvero? Qualcuno ha comprato la vecchia casa dei Neri?”, domando stupita.
“Pare di sì. Sembra che vogliano farci un agriturismo”.
“Si sa chi è l’acquirente?”
“Purtroppo no. Non ci resta che aspettare”.
La sera dell’antivigilia, mia madre sembra stranamente felice.
“Hai quella faccia solo quando ti è capitato qualcosa di bello!”, la incalzo.
“Il Natale mi mette allegria. E poi, quest’anno, avremo un ospite!”
Mia madre si blocca di colpo.
“Accidenti a me! Ho parlato troppo!”
Quando vuole, mia madre sa essere davvero una tomba. Non mi ha detto una parola in più. Suppongo che sarà uno dei cugini che non vedo da tempo, oppure quel fratello di mio padre che vive a Firenze e che, ogni tanto, si ferma a trovarlo per fare qualche chiacchiera. La cosa, però, mi piace: avremo un Natale un po’ diverso.

****
Il traffico della vigilia di Natale è davvero insostenibile. Di sicuro arriverò in ritardo per la cena. Avverto mia madre e le dico di scusarsi con il loro ospite. Finalmente, arrivo a destinazione. Dalle finestre intravedo una luce calda, alternata a quelle colorate dell’albero di Natale. Suono il campanello e attendo. La porta si apre e mi trovo davanti un bell’uomo alto, con i capelli castani e due intensi occhi scuri. L’ho già visto da qualche parte, ma non riesco a ricordare dove.
“Piacere, sono Lara….”
“Certo che sei Lara, non sei cambiata affatto”, mi dice, mentre noto nel suo accento una strana inflessione.
“Ci conosciamo?”
“Sono Giovanni!”
Solo allora riconosco nell’uomo affascinante che ho davanti il bambino di allora. E il mio cuore comincia a battere all’impazzata, sopraffatto da emozioni vecchie e nuove.
Ci abbracciamo d’istinto.
“Te lo avevo detto che sarebbe stata una bella sorpresa!”, mi dice mia madre mentre sforna una teglia gigantesca di lasagne.
“E sono anche il “nuovo” vicino”, mi spiega a tavola.
In Germania, Giovanni ha studiato agraria e lavorava in una grande azienda agricola. Il suo sogno, però, è sempre stato quello di tornare nel luogo dove era nato e aprire un agriturismo.
“Quando ho saputo che la vecchia casa dei miei genitori era in vendita, non potevo lasciarmi scappare questa occasione. Poi sono tornato qui e ho scoperto che la tua famiglia abitava ancora nella stessa casa”.
 “Sei poi andato in Lapponia?”, domando a Giovanni con tono scherzoso.
“No, purtroppo. Anche se, ogni tanto ripenso alla nostra piccola grande avventura”.
“A me mancano i bambini che eravamo”, ribatto.
“Ci volevamo un gran bene da piccoli”. Poi, mi guarda con uno sguardo intenso che mi fa abbassare gli occhi.
Dopo cena, io e Giovanni rimaniamo a chiacchierare davanti al camino. Sotto all’albero di Natale illuminato, lui mi racconta della sua vita in Germania.
“Un pezzo del mio cuore è sempre rimasto qui. Sapevo che sarei tornato, prima o poi”.
“Perché non rimani, stanotte? C’è la stanza degli ospiti dove dormivi da piccolo”.
“Se non disturbo, volentieri”.
La mattina dopo, mi sveglio e noto i fiocchi candidi cadere placidi dal cielo. La campagna silenziosa è coperta da una soffice coltre bianca.
“Giovanni! Svegliati! E’ arrivata la neve”, dico correndo in camera sua.
Lui indossa solo i pantaloni. Gli occhi mi cadono sul suo torace scolpito e capisco che non sono più quella bambina che saltava nel suo letto nelle mattine d’inverno per vederlo scattare in piedi e rincorrermi per tutta la casa.
Lui mi sorride, per nulla imbarazzato.
“Allora, oggi guerra di palle di neve!”, gli dico per nascondere il mio imbarazzo e il battito del cuore che galoppa all’impazzata.

****
E’ passato un anno da quando Giovanni è tornato a casa. L’ho aiutato ad avviare il suo agriturismo e, dal momento che aveva bisogno di personale, ho deciso di lasciare il mio lavoro in città per dargli una mano e per stargli vicino. Dimenticavo di dire che ora, a trentadue anni suonati, ho saputo dare un nome al sentimento che ho cominciato a provare per lui quando ne avevo solo dieci. Ora viviamo insieme nell’appartamento sopra all’agriturismo. E’ la vigilia di Natale e, come di consueto, l’abbiamo trascorsa insieme ai miei genitori. Dopo cena, percorriamo il sentiero che ci porta a casa nostra. Abbiamo qualcos’altro da festeggiare noi due da soli: il nostro primo anniversario. Nonostante ci siamo messi ufficialmente insieme solo qualche mese dopo il suo ritorno, di comune accordo abbiamo deciso di festeggiare la ricorrenza a Natale, perché a questa festa sono legati i momenti più importanti della nostra vita.
“Questo è il mio regalo per te”, mi dice mettendomi tra le mani una busta sottile avvolta in una carta dorata.
Lo scarto e rimango senza parole.
“Quando sono partito per la Germania, ti avevo detto che sarei tornato da te e l’ho fatto…Ma ti avevo promesso anche un’altra cosa…”
“Che saremo andati insieme a trovare Babbo Natale” dico emozionata mentre mi rigiro tra le mani il viaggio di una settimana a Rovaniemi, in Lapponia, nel villaggio di Babbo Natale.
“L’agriturismo è andato meglio del previsto e sono riuscito a risparmiare un po’ per farti questa sorpresa”.
“Credo di avere sognato di fare questo viaggio insieme a te per tutta la vita! Però, anche io ho qualcosa per te”, gli dico porgendogli un pacchettino.
Questa volta è lui a sgranare gli occhi. Poco dopo, diventano lucidi alla vista del biberon che spunta tra i fiocchi e la carta argentata.
“L’ho scoperto da poco”, gli dico al culmine delle felicità.
“Credo, tesoro, che il prossimo sarà molto intenso”.
“Allora, lo cominceremo in bellezza”, gli rispondo sventolando il voucher per il viaggio. “Torneremo un po’ bambini, in attesa di quello che arriverà”.

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