Racconto n°

34

La vita a quattro mani Adriana Ferretti

La vita a quattro mani

 Nell’alternarsi vorticoso tra presente e passato

 viene narrata la solitudine di un dramma che

 via via diventa felicità.

 La capacità di uscirne con l’importante ausilio

 della  musica che viene descritta con cura per

 suscitare in chi legge la voglia di ascoltare.

 La forza interiore che unisce e salva chi nasce

 imprigionato in un involucro impenetrabile ma

 allo stesso tempo fragile.

 Un breve racconto ricco però di emozioni e che

 commuove silenziosamente.

 

 

«Fil, Fil, Filippo dai è ora. Faremo tardi.»

 «Mmmm…»

 «Dài su alzati.»

 «Mmmmsciuzmber.»

 Non si alza se lo chiamo così, col suo nome. Ogni mattina cerco di smettere, ma poi, ogni volta cedo per non fare tardi.

 «Dai Filippo perché fai sempre storie? Lo sai che sei tu, sempre tu.»

 Ma niente da fare, mi arrendo anche questa volta:

 «Franz, Franz Schubert ti alzi per favore?»

 «Franz Schubert, Franz Schubert, Franz Schubert…»

 

7.40. Ce la faremo anche questa mattina.

Filippo aveva nove anni. Ci accorgemmo che era nel suo mondo quando aveva 30 mesi, due anni e mezzo,  quando invece in genere i bambini sorridono, giocano, vogliono imparare le cose dei grandi, ma non lui. Lui era sempre tranquillo. Non ripeteva le mie parole. Non piangeva se cadeva. Non giocava con gli altri bambini.

Soprattutto, non mi guardava.

Poi un bel giorno, mentre la difficoltà di accettare che tuo figlio è “speciale”, cominciava a scalfire la mia sicurezza di madre, suo padre pensò bene di lasciarci.

Non parlammo, non litigammo, non affrontammo il problema.

Quel giorno lì, Filippo aveva avuto il suo primo attacco di rabbia perché il padre cercava di fargli prendere un gioco che lui non voleva. Lo aveva preso per un braccio sapendo, intuendo, che qualcosa di irrimediabile sarebbe accaduto se lo avesse toccato in quel modo e parlato in quel modo. Non poteva dirlo, ma… se ne stava liberando.

 Urlò così tanto! non sapevamo cosa fare, cosa avrebbero pensato intorno? Non riuscivo a toccarlo, non voleva. Lo avrei consolato, gli avrei voluto parlare ma si era raggomitolato e urlava soltanto, se lo sfioravo cercava di colpirmi…Si addormentò stremato dopo dieci minuti infiniti, stanco del suo essere incompreso.

Allora Enrico sparì. Semplicemente. Senza lasciare traccia.

Suo figlio non poteva essere quell’individuo difficile, triste, scostante, che diceva sì e no 30 parole.

 Sicuramente era mio figlio. Non il suo.

Gli uomini si sa, non accettano sconfitte, e Filippo per lui doveva essere una sconfitta che offendeva la sua essenza di maschio fattosi da solo tra i litigi e l’indifferenza di una famiglia sbagliata. Aveva studiato con foga faticosamente senza l’appoggio e l’attenzione dei suoi, tra mille contrasti. Si era pagato l’università andando via al più presto, silenziosamente. Pieni voti, riconoscimenti, offerte di lavoro immediate, ma la sua preparazione di tecnico assistente nelle centrali aerospaziali non lo rendeva capace di capire che l’essenza della vita può essere anche un figlio imperfetto. Lui con noi sarebbe stato completo, avrebbe costruito la famiglia che sognava, sarebbe stato un bravo papà di quelli che intuiscono i bisogni dei figli dal loro primo vagito. Era questo che mi diceva ridendo durante la gravidanza.

Ci lasciò, mi lasciò in un mare di guai. Il mio lavoro precario di musicoterapista in uno studio privato di psicologi che accoglievano le mie novelle proposte per ragazzi disabili in un centro di assistenza di disturbi comportamentali, era più una dimostrazione di volersi aprire all’improbabile disciplina, che una convinzione da esperti.

Ce la mettevo tutta.

Non guadagnavo abbastanza da poter pagare l’assistenza a Filippo e le spese di sopravvivenza, ma non potevo, non volevo, non sapevo condividere quella consapevolezza con nessuno.

Chi avrebbe capito? Accettato? Condiviso? A chi chiedere aiuto? Mia madre? Solo a una madre … prima o poi, non subito.

Mi si aprì davanti il vuoto della sconfitta.

 …e poi? – mi chiedevo - chi avevo amato fino ad allora? Come avevo potuto credere che lui avrebbe costruito la nostra vita futura con un figlio così? Non potevo certo immaginare che sarebbe arrivato quel figlio lì.

Due esseri speciali in un colpo solo rischiavano di farmi andare in frantumi.                    

 Ero disperata.

 

«Sandra devo parlarti.»

 

 Sandra era la mia amica di sempre.

 

«E’ andato via – continuai. - Non sono disperata per l’amore che non ho più. Sono avvilita perché non potevo immaginare che un padre potesse abbandonare un figlio così. Che lui potesse abbandonare me per questo.- Ha solo scritto: “Vado via. Non saprei che fare.»

 

Poi cominciai a piangere come ogni donna sola fa. Perché senza l’amore di un uomo ogni cosa e più difficile. Quel figlio, quel figlio lì, aveva rovinato, fatto svanire il mio rapporto. Ero sola, senza conforto, senza la forza muscolosa di chi ti sostiene quando la tua fragilità viene a galla. «Non pensarci - disse Sandra - Saprai cosa fare, così all’improvviso, come se di colpo diventasse tutto chiaro.»

 

Di Filippo non parlai. Lei non chiese, sapeva più di me.

 

 

 

 “Filippo, Fil, ti prego guardami. Non girare i tuoi splendidi occhi scuri in su. Cosa provi quando ti parlo? E perché grugnisci se ti accarezzo? Chi ti ha reso così? Chi ha deciso questo per te? Per me? – Mmmmmm”. Questo suo suono era il nostro parlare. Questo suono sarebbe diventato la sua richiesta di amore. Ma io ancora non lo capivo.

 

«Dai alzati Franz Schubert, Franz Schubert, Franz Schubert» tre volte ed eccolo è già in piedi. Bravo. Ma senza sorriso, senza sbadiglio, senza capricci. Otto anni così, otto anni… 

 

Cosa ho fatto in questi otto anni? Ti ho portato da tanti dottori, specialisti, studiosi. Perché poi? Se tu sei così? Sei tu. Cosa speravo da loro? Che ti avrebbero cambiato? Che avessero la soluzione? Sì, lo speravo, ma mi hanno detto velocemente e superficialmente, banalmente “accetti la realtà”. “Perché? Cosa ho fatto fino ad ora?” Urlava la mia mente. Cosa era stata la mia vita da lui in poi se non accettare, accettare, accettare?

 

Accettare la mancanza di parole, accettare che non mi chiami mamma, accettare che non mi guardi. Dio non mi guardi! Che non vuoi i miei abbracci, che non mi chiedi di giocare, e di mangiare e di correre, e di cantarti la ninna nanna, e di portarti alle feste di compleanno. Non ho forse vissuto con tutto questo? Ma è ben altro. E’ altro accettare la realtà .

 

 

 

Non potendo affrontare le spese di una assistenza per Filippo non mi rimaneva altro da fare che portarlo con me. Con me ai corsi di musicoterapia, con me mentre facevo la giardiniera nella splendida villa della contessa Iolanda De Cubertis con i suoi 130 esemplari di orchidee e 45 tipi di rose e serra piena di piante rare nei suoi 3000 metri        di giardino.

 

Avevo trovato questo secondo lavoro strepitoso, per caso, mentre trattenevo le lacrime al tavolino di un bar bevendo un caffè. Filippo era a scuola, e spostando il giornale degli annunci per non bagnarlo di qualche lacrima veloce  che mi cadeva precipitosamente, scorsi l’annuncio:“Cercasi persona amante dei fiori che abbia passione per il giardinaggio e sappia sopportare me”.

 

Mi piacque la parte finale, perché per la verità non ero esperta di giardinaggio ma amavo i fiori, forse bastava.   Doveva bastare. La mia disperazione era la spinta sufficiente per farmi avere la sfacciataggine di propormi e spacciarmi da giardiniera con esperienza presso il giardino comunale della mia piccola città lasciata 12 anni prima per motivi familiari. La contessa non credette assolutamente a niente di quello che raccontavo ma forse lesse in me la disperata speranza di essere creduta e in questo capire la motivazione esagerata che mi faceva avere tanta sfacciataggine. Mi assunse per quattro ore a giorni alterni di mattina, sabato e domenica liberi a meno che non fossero previsti ricevimenti. Ero entusiasta   soprattutto di quella donna che sentivo sarebbe stata importante per la nostra vita.

 

La villa era poco fuori città. La difficoltà era minima. Corsi a più non posso col mio scooter per prendere Filippo   a casa di Sandra, non lo avevo mai lasciato a casa di            nessuno. Ero preoccupatissima. Arrivai trafelata ma lo trovai tranquillo seduto al tavolo della cucina mentre metteva in fila le posate e poi le rimetteva nel cassetto  e poi le rimetteva in fila sul tavolo. Non si girò neanche. Guardai Sandra tra sollievo e dispiacere di vederlo tranquillo ma indifferente, - così sembrava. Si alzò col suo sguardo altrove e la testa girata in su, prese il maglioncino e si mise sulla porta ad aspettarmi.

 

Quante volte quella sua immagine chiusa ma bisognosa di me avrei rivisto poi incredula.

 

La musicoterapia era stata la mia grande passione. Sebbene fosse nata negli Stati Uniti già negli anni ’50, da noi - negli anni ‘90 - era solo un esame complementare della    facoltà, ma avevo deciso che sarebbe stata la mia     specializzazione e mi sarei autoproclamata paladina di questa nuova terapia che tutti avevano sentito trattare, ma nessun terapeuta aveva il coraggio di applicare e definirla una terapia sicura. Inoltre non tutti gli studiosi di psicoanalisi e psicologia erano conoscitori della musica anche se bastava in fondo esserne appassionati. Io ero un agglomerato ostinato di queste conoscenze. Pur non essendo una vera musicista mi ero applicata allo studio del pianoforte diplomandomi in pianoforte contemporaneamente alla maturità. Avevo       fatto ore e ore di ascolto durante gli   ultimi quattro anni di studio dello strumento e la musica era per me vitale.

 

L’unico corso di musicoterapia che ero riuscita a seguire era a 200 km dalla mia città ma avevo frequentato ogni lezione spostandomi ogni volta infaticabile senza perderne una e alla fine la mia tesi su “La musicoterapia applicata nelle componenti ritmiche, melodiche e armoniche, volta al recupero della funzionalità potenziale residua nell’individuo con patologie fisiche e psichiche”, trovò  il   consenso ed il riconoscimento del massimo dei voti al mio  esame di specializzazione presso la Scuola Superiore di Musicologia di Assisi, l’unica riconosciuta dal ministero dell’Istruzione.

 

Cominciai ad esercitare gratuitamente la mia arte-terapia,  come era definita la mia professione, presso una scuola privata di tipo sperimentale che mi fece la cortesia di         fare dei corsi pomeridiani con bambini di sei anni, con i quali usavo soprattutto i suoni semplici che avevamo a disposizione: tamburelli, matite, battiti di mani e piedi,       sedie “suonate” con le matite, l’ascolto dei battiti del cuore. Cose così, che entusiasmavano i bambini e   quietavano gli animi più vivaci.

 

A fine anno facemmo un piccolo saggio, i bambini erano   emozionatissimi, ma diedero il massimo. I genitori felici   della novità. Molti mi chiedevano consigli per far continuare gli esercizi a casa durante l’estate.

 

La scuola mi chiamò anche l’anno dopo e quello successivo e cominciò anche a pagare il mio lavoro di poche ore.

 

Dopo due anni incontrai ad una conferenza una psicologa  desiderosa di ampliare l’applicazione delle terapie creative. Esercitava in uno studio ben avviato con altri due psicologi e un terapista della riabilitazione psicomotoria. Mi propose di far parte dell’équipe, ma solo   tre volte a settimana e per i pazienti che ne facessero richiesta. Accettai con entusiasmo ovviamente anche perché sapevo che non sarebbe stato facile svolgere una professione come la mia poco conosciuta e agli albori, ed era quella che mi  tenevo ancora ben stretta.

 

 

 

“Poco conosciuto in vita, si comprese solo parecchi anni dopo la sua morte che la sua opera poteva eguagliare il genio di Beethoven”. Fu per questo che mi dedicai in modo particolare allo studio di Franz Schubert durante i miei anni di pianoforte. Lo ascoltavo e lo suonavo e lo cantavo e lo sognavo e lo facevo ascoltare…

 

Aspettavo Filippo in quel periodo e lo toccavo attraverso il pancione, gli dicevo “ascolta, non è divino? Senti quello che succede nel mio corpo quando lo ascolto e lo suono”? Grande emozione, flusso sanguigno imponente, battiti del cuore accelerati, una eccitante gioia che attraversava il corpo e il cervello che sembrava inondarsi di felicità che mi faceva sorridere appagata. Volevo che gli arrivasse il bello della vita attraverso la musica. «E’ Franz Schubert» gli dicevo ogni volta che lo suonavo e lo ascoltavo mentre una volta nato, lo allattavo. Enrico mi guardava silenzioso e gli brillavano gli occhi felice della mia felicità e della vita piena che arrivava.

 

 

 

La mia vita era faticosa, ma mi ero organizzata abbastanza bene: Filippo andava a scuola e a otto anni lo avevano fatto passare in seconda elementare; per lui erano state riconosciute due insegnanti di sostegno molto dedite a lui e capaci di fargli apprendere lentamente molte cose: numeri, colori, giochi. Forse doveva andare così ma in effetti si vedevano dei progressi in Filippo da quando andava a scuola. Contava e riconosceva i colori, giocava molto con i numeri e riusciva a scrivere le parole più brevi. Il suo linguaggio si era sviluppato e capiva tutto ciò che sentiva anche se il suo vocabolario rimaneva limitato. Mentre lui era a scuola potevo andare tre volte a settimana a curare il giardino della De Cubertis. Un pomeriggio a settimana andavo nella scuola Sunshine a fare il corso di musicoterapia ai bambini e quando c’erano pazienti andavo allo studio dove il rapporto con i colleghi era sempre più affiatato e complementare. Cercavo di fare tutto entro le 16,30 orario in cui Filippo usciva da scuola, ma capitava, come dicevo, di portarlo con me quando gli orari non coincidevano e così mi trovai a fare i miei corsi di musicoterapia anche per lui. Questo era fantastico perché non avevo pensato che avrei potuto esercitare la mia professione con mio figlio, in genere non è consigliabile, anzi è proprio controindicato fare terapia ai propri cari giacché i sentimenti che legano gli individui condizionano i risultati, ma essendo costretta a portarlo con me lui partecipava e si divertiva molto: suonava chiassosamente tutto ciò che avevamo a disposizione, ma la cosa più bella avvenne la quinta volta che lo portai con me. Eravamo in ritardo quel giorno e lo incitavo a camminare più veloce, lo aspettavo ogni tre passi affinché mi raggiungesse, - non potevo dargli la mano per farlo stare al passo, lui non voleva essere toccato - ma avvicinatici alla scuola la riconobbe dai suoi colori arcobaleno e dal cancello giallo, allora corse verso di me e mi prese la mano per farsi condurre! Stupore, incredulità, gioia infinita la sua mano nella mia! Non era mai stato possibile. Lo accarezzavo a volte di notte quando ero certa che dormisse, piano leggera, perché se si fosse svegliato avrebbe urlato, grugnito, dato colpi.

 

I bambini nella loro ingenua naturale inconsapevolezza lo aspettavano e lo trattavano come uno di loro contenti di aver per amico il figlio della maestra e fare gli esercizi con la musica lo faceva stare bene. Così cominciai a portarlo sempre più con me, a volte prendendolo prima da scuola, a volte posticipando l’orario di arte terapia nella scuola Sunshine.

 

 

 

Torniamo a casa lentamente, venti minuti a piedi, il freddo pungente piacevole dopo l’ora e mezza di percussioni e percorsi ritmati coi bambini chiassosi. Io avanti, Filippo dietro di me, se rallento per farmi raggiungere lui si ferma, ha ben chiara la distanza che corrisponde a tre passi, e tanto deve essere, niente di più niente di meno.

 

Arriviamo. Non ho voglia di parlare, sono stanca e con lui non c’è problema, sta benissimo in silenzio, anche la sua giornata è stata intensa. Entriamo. La casa fredda. Non c’è nessuno a scaldarla. Mi dirigo in cucina per preparare la cena, lui si ferma al centro del salone come ogni volta. Starà lì per cinque minuti a guardare il niente e girando un poco su se stesso, ogni tre secondi un movimento circolare verso sinistra, lo fa molto meno di un tempo. Metto il nono CD da sinistra nello stereo, avvio la musica come ogni sera. So già che è la sonata 960 WMV di Schubert. A Filippo piace molto. Come la sente dice: “sciubezsciubesciubesciubezzz”, tre volte come sempre, riesce a pronunciarlo quasi bene ora, è il suo nome così, quello che lui vuole.                     

 

Muove le mani su una tastiera immaginaria, sorride in estasi. Mi commuovo. Non nascondo le lacrime, con lui non c’è bisogno di fingere o di nascondersi. Non si preoccupa di me. E le emozioni sono normali per lui, non si evitano, non si nascondono, non si reprimono. Non è nelle sue capacità capire gli altri.

 

 

 

Trio op. 100 Schubert. Suonavo con la sordina, non volevo svegliarlo.

 

La tristezza mi attanagliava il cuore. Mi mancava Enrico, le sue attenzioni, il suo corpo, la sua intelligenza spigliata, i suoi innumerevoli argomenti, i suoi occhiali sul naso mentre leggeva i libri di dinamiche aerospaziali. Avrei voluto cercarlo in certi momenti fragili, dargli una opportunità perché sentivo che qualcosa in lui era rimasto in attesa, una ferita aperta da curare. Sapevo anche come e dove cercarlo, ma non dovevo. Il dolore che mi aveva dato era troppo grande.

 

La delusione ancora scottante. Tuttavia lo capivo nel suo rifiuto di una cosa imperfetta capitata al posto della felicità.

 

Suonavo tristemente lentamente e, a un certo punto si aggiunse la sua mano sulla tastiera mentre mi ero fermata per piangere: Filippo! Ripresi con la sinistra mentre lui straordinariamente suonava esattamente la mano destra.

 

Senza dire niente, senza guardarlo, continuai a suonare senza poter dimostrare lo sconvolgimento totale che mi stava invadendo. Suonammo tutto il trio op. 100 di Schubert quasi in apnea per non interrompere quella magia incredibile che stava avvenendo. Avrei voluto continuare all’infinito per prolungare quella inaspettata incredibile felicità che mi stava dando il mio figlio speciale, mio figlio anormale, mio figlio non abile, mio figlio quasi muto, mio figlio che inciampava, che sbatteva contro ogni ostacolo perché non sapeva che si poteva evitarli, mio mio mio adorato figlio senza sguardi, né abbracci, né sorrisi o risate frizzanti, mio figlio che faticosamente viveva in un mondo diverso da lui.

 

Mio figlio che mi portava ad essere come lui per poter vivere quello che lui poteva e sapeva fare. Non il mio mondo, non il nostro, ma il mondo fuori di lui!

 

Io, io, io come lui! che imparavo a non parlare, a non giocare, a non abbracciare, a non guardarsi, a non accarezzarsi, a non chiamarsi. Affinché lui assaporasse la felicità dell’esistenza, io diventavo come lui, io madre autistica di un figlio autistico, per dargli davvero la vita. Ora sì!

 

 

 

Fil suonava senza saper leggere uno spartito o così credevo. Suonava come se lo avesse sempre fatto. Era così incredibile e fantastico! Non lo guardai quando finimmo il pezzo, non lo toccai, anche se il desiderio di coprirlo fisicamente del mio amore infinito era sconvolgente. Avevo paura di rompere quello straordinario indicibile momento.

 

Si alzò con la sua testa bassa e lo sguardo in su che lo faceva contorcere, io rimasi ferma seduta al pianoforte, si mise dietro di me e mi abbracciò alle spalle tremando e disse mmmmm…

 

“Mamma” - “lo so che mi stai chiamando mamma” -  ed era  bellissimo sentirselo dire. Solo ora capivo che tante volte mi aveva chiamato come ogni figlio chiama sua madre, ma non ero ancora io come lui, così come avrei dovuto saper fare, per capirlo. Mi abbracciò come non avrebbe saputo fare mai senza la musica. Ci stringemmo finalmente piangendo di emozione e felicità.

 

 

 

 

 

 

 

Passarono così tre anni. Filippo aveva ora 12 anni, i suoi progressi erano stati tutto sommato veloci. Ora faceva quasi tutto come i suoi coetanei, gli era rimasto quello sguardo altrove quando era immerso nel suo mondo o per stanchezza o per contrarietà, ma interagiva ormai con tutti, parlava quasi normalmente ed era autonomo nello svolgere le sue funzioni fisiche. Al centro, mi dicevano i medici, che il recupero era stato strepitoso ed ormai credevano a quello che sostenevo da  quando aveva suonato con me, ossia la validità della musica nel suo veloce recupero ed apprendimento. Le emozioni intrappolate nella sua mente erano venute fuori fluidamente e spontaneamente senza più bisogno di esercizi estenuanti spesso inconcludenti; senza applicare i tentativi standard che spesso non funzionavano perché le diverse forme di autismo richiedevano trattamenti specifici a seconda delle peculiarità individuali.

 

Così Filippo era uscito fuori da quella corazza inespressiva che rendeva tutto molto più difficile in altri casi. Parlavamo di tutto ormai. Dovevo solo stare attenta a non insistere troppo quando qualcosa gli rimaneva difficile da accettare, così in quei casi io facevo come lui chiedeva, eseguivo gli stessi rituali e le stesse litanìe come quando aveva gli incubi che lo terrorizzavano. Allora ci sedevamo per terra in piena notte e cominciavamo a dondolarci emettendo insieme il suo suono universale: “mmmmmmmm”, piano piano le sue braccia cercavano le mie, formavamo un cerchio, dondolavamo insieme e il contatto interrompeva l’incubo.

 

«Grazie mmmmmmmm» mi diceva sorridendomi con il suo sguardo altrove, e si rimetteva a letto.

 

Ero fiera di lui, felice del nostro rapporto speciale.

 

E felice perché Filippo suonava con facilità. Apprendeva  velocemente ogni cosa che ascoltava e suonava quasi bene    ogni brano già a primo colpo. Gli era rimasta la passione per Schubert e voleva ancora essere chiamato così la mattina - tre volte di seguito come sempre - ma aldilà di noi due aveva imparato il suo vero nome e a scuola le sue   bravissime insegnanti di sostegno gli avevano fatto  accettare di essere chiamato Filippo.

 

Fra poco, quando sarebbe riuscito ad accettare di studiare  regole scritte che per ora per lui erano solo esercizi di   lettura, avrebbe potuto cominciare a studiare anche la          musica anziché eseguirla ad orecchio. Ne parlavo spesso col neurologo che lo seguiva. Accettare delle regole che    potevano facilitargli ancor più l’esecuzione della musica, poteva aiutarlo anche nella vita sociale e nell’accettare le regole che ancora lo relegavano a soggetto disabile.           

 

 

 

 

 

D959 in La maggiore

 

La musica era la nostra lingua. Schubert, il pianoforte, la tanta musica ascoltata da sempre alimentava la mente del mio piccolo.

 

                      

 

Dopo cinque anni di vita faticosa e di totale dedizione al lavoro e a Filippo, che nel frattempo aveva raggiunto un grado di autonomia insperato, mi regalai una serata di svago.

 

Sandra mi diceva da tempo di pensare anche un po’ a me che il tempo fuggiva, e che avevo superato i 40 ed era tempo che cominciassi a pensare al mio futuro. Al mio futuro? “Ma cosa voleva dire il mio futuro?” pensavo tra me e me.

 

Mentre andavo al concerto dove mi aspettavano gli altri colleghi dello studio, ripensavo alla contessa De Coubertis che aveva dato in quegli anni varie feste di beneficenza, sempre a favore della ricerca scientifica. Lei era rimasta vedova fin troppo presto e suo marito, Osvaldo Rivoli De Coubertis era stato uno studioso delle scienze applicate per la ricerca in campo spaziale. Che coincidenza, e pensavo ad Enrico.

 

Negli anni che lavoravo con lei il nostro rapporto si approfondiva e ci affezionavamo sempre più, e mi rivelò a poco a poco tutte le attività del marito, gli studi, le scoperte, i riconoscimenti. Portavo sempre con me Filippo, lei sapeva la mia storia ed era affezionata al bambino e Filippo aveva una passione per i fiori e i loro colori, si rilassava quando eravamo nell’immenso giardino e vagava libero portando un tempo con la testa e con la mano sospesa nell’aria, che era nella sua mente sempre attiva.

 

Iolanda, la contessa Iolanda si era rivelata una donna dal cuore grande e un affetto sconfinato per ogni creatura sfortunata, come mi disse nel tempo raccontandomi delle numerose adozioni a distanza di bambini che avevano perso la famiglia per disastri naturali in paesi lontani.

 

Anche Filippo era ormai nel suo cuore. Era per lei come un nipote ed era felice di vederlo, si dedicava a lui con amore e tenerezza mentre con la stessa tenerezza io curavo le sue rose ed orchidee. Con lei mi sentivo protetta. Ormai sapeva tutto di me, di Enrico andato via senza parole, sparito nel nulla.

 

E mi aiutava in tutti i modi. Eravamo diventati quasi una famiglia. Lei rimasta sola e con i due figli lontani si interessava a me e a Filippo come se fossimo parte di lei. Io continuavo ad essere comunque rispettosa e a non oltrepassare il confine del mio rapporto di lavoro con lei anche se ero felice di aver trovato una donna che ci accoglieva e ci aspettava.

 

 

 

Tra le tante tristezze in quegli anni era morta anche mia madre ancor prima che io potessi trovare il coraggio di parlarle di Filippo e chiedere il suo aiuto. Uno stupido camion la travolse di sera mentre tornava a casa dal lavoro, pioveva fitto fitto, era buio, attraversava sulle strisce, ma la pioggia rendeva scivoloso l’asfalto e buia la strada. Non si dovrebbe perdere così stupidamente la vita. Non si dovrebbe perdere così insensatamente una madre.

 

Mi chiamò mio padre che già viveva con un’altra donna da dieci anni ormai. Andai lasciando Filippo con Sandra. I pochi parenti, i conoscenti del paese, le condoglianze, fu tutto come un sogno già sbiadito perché anche il posto della mia infanzia si stava allontanando, non avrei avuto più molti motivi per tornare. Andai dunque via con una sensazione di vuoto profondo con la consapevolezza dolorosa che non avevo davvero più alcuna famiglia.

 

Ero sola, senza madre, senza padre il quale non mi chiese di restare e tanto meno di tornare, senza un padre per mio figlio, senza un compagno. Io e Filippo. Filippo che era “così”.

 

Mi lasciavo abbracciare dalla bontà della contessa con sollievo e consolazione ma non volevo farla sentire obbligata nei nostri confronti per le nostre sfortune. Lei lo capiva e non eccedeva. Avrei potuto smettere di lavorare per lei sapendo che si sarebbe occupata comunque di noi, avrei potuto essere aiutata, ma continuavo a fare tutto come sempre perché tutto questo era ormai la mia vita, che si era pacata via via che affrontavo la situazione difficile dell’inizio e da quando Enrico era andato via.

 

Pensavo tutto questo intanto che arrivavo all’appuntamento.

 

Il concerto fu magnifico. L’esecuzione del concerto per quattro pianoforti e orchestra di Bach BWV 1065 era stato entusiasmante. Da quanto tempo non andavo ad un concerto! E chissà Filippo come sarebbe stato contento… mi dispiaceva non ci fosse anche lui. Volevo farlo vivere di musica il più possibile, ero certa lo avrebbe aiutato a vivere normalmente e pensavo che le sue capacità andavano coltivate. Mi venne in mente così, di suonare con lui. Ricordavo quella sera con lui che si era avvicinato e aveva preso a suonare insieme a me. Il giorno dopo portai a casa lo spartito e il CD di Schubert, cos’altro se non il suo amato Schubert? E la fantasia in FA minore a quattro mani per pianoforte era davvero il pezzo giusto per noi! Lo adoravo. Gliene parlai, lo ascoltammo insieme e lui prese a dondolare nel suo modo speciale e a portare il tempo ad occhi chiusi e la testa girata come era nella sua natura. Una tenerezza mi sconvolse nel vederlo così intrappolato nella sua natura ingrata e allo stesso tempo con le sue emozioni amplificate da quella stessa natura bislacca che lo ingabbiava.

 

Il giorno dopo cominciammo a suonare insieme, la sera, quando tornavamo a casa. Io ritrovai le mie arrugginite capacità modeste, lui era di gran lunga superiore a me nell’interpretazione emotiva che defluiva dalle sue mani e nel tempo.

 

Intanto che suonava un tempo ben definito, i comportamenti suoi problematici si incanalavano in un equilibrio più gestibile. Suonavamo ogni giorno ed ogni giorno meglio. La Fantasia in FA minore era un pezzo abbastanza lungo e questo ci dava modo di studiare costantemente ognuno la sua parte. Dopo due mesi di studio quotidiano il nostro pezzo veniva abbastanza bene. Ci registrammo e riascoltammo e Filippo era felice rideva e batteva le mani contorcendo il collo come faceva sempre quando l’emozione lo vinceva.

 

Mi abbracciò .

 

«Mmmmmm e  Filippo Schuberz» disse e questo già racchiudeva la sua evoluzione: i suoi due nomi, quello da ragazzo e quello da autistico.

 

In quei mesi di musica quotidiana Filippo era già cambiato. Mi abbracciava sempre di più, la notte non si svegliava più così frequentemente e parlava abbastanza bene.

 

Nessuno lo avrebbe pensato un ragazzo autistico. Seguì un lungo periodo di serenità. Tutto si svolgeva senza traumi o problemi ed ero anche felice. Gli prospettai dunque l’idea di frequentare una scuola di musica. Si trattava di studiare spartiti e solfeggiare e applicare la teoria e studiare un po’ di cose diverse, un po’ di regole invece di ciò che lui faceva spontaneamente. Gli dissi che oramai era bravo, studiava senza difficoltà e si sapeva esprimere con abilità, che poteva farcela. Avrebbe studiato ciò che più sapeva fare e che lo aveva aiutato ad uscire fuori dai suoi problemi…

 

«Vuoi provarci?» Era d’accordo con me e così mentre frequentava ormai il secondo anno di scuola d’arte cercammo una scuola di musica adeguata a lui.

 

Scuola che trovammo senza troppe difficoltà anche perché il suo interesse per il pianoforte era grande. Gli piaceva questo nuovo appuntamento, le lezioni erano individuali e il suo insegnante aveva già avuto soggetti particolarmente impegnativi e poi, disse, che il problema in genere era far amare la musica ai bambini e ai ragazzi che andavano a lezione, i quali si scontravano di solito con la difficoltà di dover studiare e fare molto esercizio per poi saper suonare. Molti abbandonavano per questo. Filippo invece era così portato e facilitato nel suonare con la sua capacità di apprendimento speciale per crome e biscrome e tempi lenti o veloci e ritmati e algoritmi musicali e battute e note sul pentagramma che leggeva al primo sguardo! Era soddisfatto di lui e riusciva anche a farlo solfeggiare nonostante le sue capacità innate non richiedessero molto esercizio di lettura degli spartiti.

 

Le regole musicali non destavano affatto preoccupazione come temeva il neurologo e stare seduto per un’ora di seguito era facile per lui trovando molta soddisfazione nel suonare. Era così felice! E mentre suonava emetteva suoni gutturali a volte animaleschi per seguire le emozioni che si scatenavano nel suo animo sensibilissimo quando dalle sue stesse mani sentiva materializzarsi ciò che il contatto con la tastiera provocava creando melodie struggenti o allegre, comunque bellissime.

 

 

 

Un giorno tornò da scuola turbato. Si fermò al centro della stanza e cominciò a girare lentamente su se stesso con la testa girata e lo sguardo nel niente, come tanto tempo fa. Non sapevo che fare, se parlare o tacere, avvicinarmi oppure no. Far finta di niente. Feci finta di niente per non suscitare una reazione violenta.

 

Non suonammo quel giorno. Si era messo in camera sua senza dire niente. Sembrava regredito. Musica in cuffia, era così triste…

 

Il giorno dopo andai a prenderlo a scuola, era da un po’ che veniva a casa da solo o con i compagni poiché il tragitto era breve e tranquillo.

 

Lo vidi uscire con un suo compagno che salì in moto con il padre che era venuto a prenderlo.

 

Si salutarono, sembrava tutto normale.

 

Io restai a guardarlo senza farmi vedere.

 

Rimase lì a guardarli mentre si allontanavano fino a sparire dalla visuale. Aspettai. Rimase lì, si appoggiò al muro e continuò a guardare sempre nello stesso punto.

 

Mi feci coraggio e mi avvicinai in silenzio temendo una sua reazione violenta. Mi appoggiai anche io senza dire niente aspettando che mi guardasse, mi vedesse. Soffrivo per lui, come lui, anche se non capivo cosa lo turbasse.

 

Quando si girò verso di me non disse niente e non feci niente neanche io. Ero come lui. Poi, dopo un bel po’ di tempo venne verso di me e cominciò a camminare verso casa, lo seguii a tre passi di distanza esatti e in silenzio arrivammo a casa.

 

 

 

Si fermò al centro della stanza e cominciò a girare lentamente su se stesso con la testa girata e lo sguardo nel niente… anche questa volta.

 

Neanche quel giorno suonammo.

 

 

 

Continuai ad andare a prenderlo per vari giorni, tutto si svolgeva sempre allo stesso modo: usciva con lo stesso compagno, sembrava normale, camminavano insieme fino a raggiungere il padre del suo amico che montava in moto e andava via. Lo salutavano, il padre lo chiamava per nome: “Ciao Filippo, stammi bene!” –“Ciao Filippo sei un grande!”

 

“Ciao Filippo, buona giornata!” “Ciao Filippo come stai?”.

 

Sorrideva e rispondeva contento. Li guardava sparire, rimaneva qualche minuto a fissare dove non si vedevano più. Poi si avviava verso di me, ci avviavamo, non parlava. E non suonavamo più.

 

Una notte mi chiamò, facemmo il nostro cerchio con le braccia, seduti a terra dondolandoci e pronunciando il suo infinito mondo “mmmmmmmmmmmmmmmm” ad intervalli di cinque secondi…

 

Sapevo che stava tornando da me, nel mondo difficile al quale si adeguava. Dopo un tempo sospeso e delicato, mi disse: “perché io non ho un padre? E un nonno? Perché i miei compagni di scuola andavano via da sempre sia da piccoli che dopo, con i nonni o i papà ed io no?  Dove sono i nostri altri?”

 

Mi sorprese dolorosamente la sua richiesta. Non era mai stato in grado di pensare che ci fosse qualcun altro oltre me nella sua esistenza, non c’era mai stato bisogno di spiegare che se era venuto al mondo non era solo grazie a me. Ma come spiegargli ora, l’egoismo, la vigliaccheria, l’indifferenza e la crudeltà degli umani che erano fuori dal suo mondo speciale? Fortunatamente non aspettò una mia risposta, ci abbracciammo lo riportai a letto gli accennai l’andantino della sonata n. 20 di Schubert con le lacrime che mi stringevano la gola e si addormentò.

 

Piansi tutta la notte, sembrava che qualcuno mi strappasse la carne per la sofferenza sorda che avvertivo.

 

La sofferenza che avevo sempre ignorato nell’ affrontare tutto quanto da sola, senza nessuno che mi stesse a fianco, che mi consolasse, mi incoraggiasse. Ma soprattutto la sofferenza maggiore la sentivo per lui che era privo di qualcosa nonostante me.

 

L’episodio servì a far ritornare la normalità e il giorno dopo riprendemmo a suonare e le giornate tornarono uguali e tranquille.

 

 

 

Capitò che la contessa come ogni anno avrebbe dato una festa di beneficenza come era solita fare. Questa volta, mi disse, sarebbe stata una festa ancora più grande e bella. Avrebbe raccolto i fondi per una ricerca che l’équipe che lavorava col suo defunto marito portava avanti da anni e stava raggiungendo la risoluzione sperata.

 

La sua idea era così pazza che di più non si poteva! Voleva far partecipare tutte le associazioni, tutto ciò che animava la piccola città: la palestra di ginnastica artistica, la libreria del caffè letterario, la scuola di musica, l’associazione di volontariato e tutto ciò che aveva sempre interessato il marito e del quale aveva mantenuto conoscenze e contatti.

 

Ognuno avrebbe avuto il suo spazio e messo in programma una esibizione o esposizione del proprio lavoro.

 

La festa sarebbe durata tre giorni. Mi coinvolse con un entusiasmo al quale era difficile sottrarsi. Aveva bisogno di aiuto per l’organizzazione e contava su di me.

 

Il giardino cominciava a riempirsi di gemme e boccioli, sarebbe stata tra poco un’esplosione di fiori e di colori. Mi dedicavo più che potevo alla cura di quel paradiso. Ogni tanto, come potevo, prendevo dei permessi dallo studio e dalla scuola Sunshine, man mano che si avvicinava la data. Filippo lo portavo con me e sembrava rilassarsi in quei giorni. Non mi aveva chiesto più niente ed io ritenni di non doverlo turbare se lui non parlava.

 

 

 

L’immenso giardino della contessa venne preparato per la festa di primavera, c’era un bel palco per le esibizioni, luci e giochi d’acqua, stand informativi di ogni organizzazione partecipante della città, musica in filodiffusione, buffet ricchi e sfiziosi cui contribuirono tutte le signore che erano state invitate a partecipare come anche ogni esercizio alimentare e dolciario della cittadina.

 

E i miei fiori erano bellissimi, coloratissimi, vivi più che mai!

 

 

 

La prima serata fu aperta dalla presentazione da parte della contessa e il sindaco partecipò ringraziando la nobile iniziativa che oltre a favorire la ricerca, era anche occasione unica e preziosa per l’economia e la creatività del paese. La banda fece il suo primo concerto cui seguirono le esibizioni della scuola di ballo.

 

Durante il giorno la villa era sempre piena di gente che andava e veniva, visitando il giardino nel suo pieno splendore e gli stand. Anche i figli della contessa tornarono per l’occasione e anche per rivedere l’anziana madre. Lei parlò a lungo di me, mi faceva sentire utile e parte di lei. In quei giorni io e Filippo rimanemmo anche a dormire.

 

Le esibizioni artistiche si alternavano ai convegni, intervennero le associazioni di volontariato per il sostegno alle famiglie con soggetti disabili, e i volontari operanti nei paesi più sfortunati, le associazioni per lo studio delle malattie rare, la scuola di cucina e il coro polifonico. Tutti avevano uno spazio ed era straordinario ed entusiasmante vedere e conoscere quante iniziative e attività vi erano nella nostra cittadina e nei vari paesi vicini, collegati dagli interessi culturali.

 

La musica prevalse nell’ultima serata che doveva essere chiaramente la festa finale. Sul palco si alternavano band giovanili e coro parrocchiale, così come anche gli allievi della scuola di musica che anche Filippo frequentava.

 

La contessa era circondata da personalità e gente comune, tutti volevano salutarla, la amavano tutti.

 

Spesso trovavo Filippo vicino a lei, parlavano e stavano molto tempo insieme. Lei lo coinvolgeva e si faceva aiutare nelle cose più varie, dal sistemare i fiori sui tavolini, al riempire i buffet sempre colmi di cibo e cose buone. Filippo si divertiva e non sembrava infastidito dalla confusione e dalla gente che andava e veniva.

 

Nessuno di noi aveva mai partecipato a niente di simile. Io e lui poi!che avevamo la nostra vita ristretta semplice, tranquilla ed abitudinaria, scandita ormai da anni dalle nostre attività ripetitive che lo rendevano tranquillo e sicuro. Sempre insieme io e lui. Uniti e inseparabili. Io con lui, dentro di lui, nel suo mondo per farlo vivere, perché senza di me il mio splendido figlio unico  e speciale non avrebbe avuto una vita possibile. Io ero il suo collegamento con il mondo in cui era capitato, non esattamente suo. Io che stavo bene lì dove stava lui perché era colmo di sensazioni insolite che non avrei altrimenti potuto conoscere e vivere se non mi fossi immersa e adeguata ai suoi riti, ai suoi suoni, ai suoi silenzi, alle sue smorfie e dondolii. E la nostra sintonia era impenetrabile.

 

 

 

L’ultima serata era dedicata in modo particolare al ricordo del marito della contessa importante ricercatore scientifico che tanto si era prestato per le ricerche sui fari cosmici con emissioni gamma. Era presente la sua équipe, anche tanti collaboratori esterni che erano interessati e studiosi dello stesso argomento. Si sedettero quindi sul palco varie personalità così come anche studiosi meno noti.

 

Fu così che all’improvviso, mentre chiacchieravo con Alessandra una ragazza che frequentava il nostro studio, guardai casualmente verso il palco attratta da una voce che mi ricordava qualcuno…Enrico! Sì, era proprio lui!

 

In fondo era quasi ovvio, anche lui era studioso di eventi e dinamiche aereospaziali… e immediatamente capii che la contessa era al corrente, che conosceva Enrico, che forse quell’invito non era stato casuale!

 

Di colpo in un turbinìo di emozioni mi tornò alla mente tutto ciò che era stato, che avevo accantonato, rimosso, dimenticato per resistere, sopravvivere, vivere per far vivere mio figlio autistico. Dapprima il dolore, poi la rabbia, poi il niente. Non dovevo, non volevo far crollare tutto il mio importante fondamentale lavoro fatto con Filippo per sentimenti che non dovevano più appartenermi. Non dovevo mettere a rischio la mia padronanza assoluta nel gestire l’equilibrio ormai quasi perfetto che ero riuscita a creare con Filippo. Lui era la mia vita e soprattutto io, solo io, la sua. Solo con me ferma controllata e determinata lui riusciva a condurre una vita quasi normale. Ero lui, la parte di lui che lo ancorava al mondo. Se io fossi cambiata lui lo avrebbe avvertito con la sua sensibilità autistica e non sarebbe stato più sicuro di niente. Di niente.

 

Quindi quella sera cercai Filippo e mi appartai con i colleghi dello studio dove lavoravo, lontani dal palco.

 

Avrei voluto andar via, ero tentata di farlo, ma ero così impreparata che non sapevo come gestirmi, e andare via sarebbe stato difficile, avrei dovuto dare spiegazioni a Filippo, a tutti.

 

Così mi abbandonai al non fare niente. Solo evitare un incontro imbarazzante.

 

Alle 21.00 cominciò la musica. La serata sarebbe stata classica. Erano stati invitati vari esecutori e musicisti per iniziativa della scuola di musica.

 

Il pianoforte avrebbe fatto da protagonista. Addirittura ve ne erano due sul palco e Filippo era entusiasta, me lo faceva notare in continuazione.

 

Si susseguirono gli allievi della scuola e gli altri musicisti invitati in un alternarsi di sonate per archi e pianoforte, oppure pianoforte e violino e ancora pianoforte solo. Le musiche eseguite erano stupende mi portavano altrove e riuscii a distaccarmi dal pensiero di Enrico carica e piena delle emozioni che la musica mi dava.

 

 

 

Ero riuscita a stare in disparte, lontana dalla possibilità di vedere e farmi vedere da Enrico. Ero comunque inquieta, cercavo di non pensarci. Mi convincevo di essermi confusa, di non aver visto lui, ma qualcuno che gli somigliava…ma la presentazione era stata chiara: Enrico Solari. Era lui. Filippo intanto si era allontanato, era un po’ che non lo vedevo e cominciavo a cercarlo allungando il collo, cercando di sovrastare le persone che mi precludevano la vista, in punta di piedi. Calma, dovevo stare calma, non poteva essere lontano. Non si sarebbe mai spostato altrove senza di me. Ma l’agitazione cresceva. La mia irrequietezza cresceva e si mischiavano la paura di vedere ancora Enrico con la spiacevole conseguenza di dover affrontare una situazione imprevista ed emotivamente drammatica, e il timore esasperante di non trovare Filippo o che potesse avere una crisi non vedendomi.

 

La contessa Iolanda era in prima fila, forse era con lei visto che ultimamente erano spesso insieme. Non volevo muovermi dal mio angolo nascosto e quella situazione sembrava spaginare la mia vita intensa, fatta di cose conosciute e regolari, ordinate e scandite, con mio figlio speciale, delle cose di cui lui aveva bisogno ed anche io, per poterlo liberare dal suo involucro. Del suo autismo avevo fatto lo scorrere rassicurante piacevole della mia vita un po’ sfortunata e un po’ complicata, e della mia solitudine interiore che mi dava la forza di portare avanti il peso di un futuro senza certezze per la mia creatura indifesa e incomprensibile al mondo intero. Ero diventata come lui per non lasciarlo solo e stavo dimenticando me stessa.

 

Lo vidi alla fine! In piedi appoggiato con le mani ai bordi del palco per veder quanto più da vicino possibile i musicisti che si alternavano.

 

Poi venne presentato l’ultimo pezzo suonato da un maestro di Conservatorio, Chopin: Spring Waltz. Era un finale struggente e romantico con la luna piena che illuminava quell’ultima serata meravigliosa. Il profumo dei “miei” fiori era nell’aria, mi dispiaceva un po’ che quelle tre serate di primavera stessero finendo. Era stato tutto così bello e intenso, mi veniva da piangere, per me era stata una parentesi intensa, profonda, carica di tante cose, il risultato del mio lavoro lì in quella villa stupenda, la dimostrazione confortante dell’affetto e della considerazione per me e mio figlio, da parte della contessa e ora anche dei suoi figli, della gente che avevo conosciuto,...l’amarezza di aver rivisto Enrico e non saperlo ritrovare dentro di me, se non come un pericolo per nostro figlio. Già, nostro figlio. Nostro. Non lo avevo mai pensato che fosse anche suo, quell’essere imperfetto e straordinario che lui, il padre, aveva rifiutato.

 

Poi mi ripresi da questo vortice di emozioni sconclusionate, la musica era finita, c’erano applausi e un palco ormai vuoto, ma sentii forte lo sguardo della contessa su di me.

 

Filippo era salito sul palco. Si era seduto al pianoforte in silenzio con la testa leggermente chinata, sguardo fisso sulla tastiera, nella sua posizione di attesa di quando iniziavamo a suonare, lui mi aspettava così e non si muoveva fino a quando io non andavo. E non farlo sarebbe stato rischioso per una sua reazione critica. O Dio mio! Era lì! Pronto a suonare! E stava aspettando me!

 

Non aveva resistito, quei due pianoforti sul palco erano un forte richiamo per lui! Ed ora!? Che avrei fatto!?

 

Lo avrei voluto chiamare ma certo non potevo, lui aspettava chino sulla tastiera immobile e in silenzio, rischiavo di fargli aver una crisi in un contesto così insolito! Mi muovevo agitandomi e rimanendo al mio posto in preda al panico e alla fretta di risolvere quella situazione imbarazzante. La contessa mi guardava spingendomi con lo sguardo su quel palco!

 

La gente applaudiva pensando che Filippo avrebbe suonato, ed io mi sentivo ormai costretta a salire e fare ciò che era indispensabile per lui! Oh Dio!  Dio mio!

 

Bastò un suo leggero movimento della testa per capire che il suo stato d’animo cominciava a confondersi e quindi mi precipitai. Mi vide e si illuminò. Voleva suonare il nostro pezzo a quattro mani. Quei due pianoforti per lui rappresentavano due persone che suonavano insieme, presi lo sgabello con le gambe che mi tremavano, e mi misi vicino a lui. Io ero nel panico e non dissi nulla imbarazzata e incapace di avere un pubblico.

 

Ma fece tutto lui che si dimostrò assolutamente risoluto: “Franz Schubert, Franz Schubert, Franz Schubert” il suo mantra. Non so come, cominciai a suonare con lui la Fantasia in Fa minore op 103 a quattro mani di Schubert, il nostro pezzo che suonavamo insieme dall’inizio della sua rivelazione eccezionale per la musica. Non avevo mai suonato in pubblico e non ero neanche abbastanza brava da poterlo fare, ma non potevo sottrarmi e mi feci trasportare dall’entusiasmo e dalla felicità che mi dava suonare con  Filippo il mio figlio speciale. Suonammo il lunghissimo pezzo di 4 minuti e 18 secondi in uno stato di estasi. L’emozione era scioccante. E stavamo suonando così’ bene!

 

Finimmo quel pezzo meraviglioso e rimanemmo per pochi secondi chini nella nostra posizione esausti e sorpresi, sfiniti da tanta emozione. Dapprima ci fu un silenzio assoluto come di sorpresa da parte di tutti poi esplose un vorticoso applauso che ci avvolse e sconvolse. Filippo era felice, era così felice! Sorrideva estasiato girando la testa un po’ di lato come quando era troppo emozionato. Mi prese la mano e mettendosi l’altra sul cuore facendo l’inchino disse:” Filippo Schubert”. L’applauso continuò ancora più forte tra cori e richieste di bis.

 

Poi la contessa salì sul palco, abbracciò forte Filippo, lo presentò e sembrava volesse ormai congedare il pubblico salutando e ringraziando.

 

Io piangevo sommessa nascondendomi all’ombra delle luci e della notte, mentre Filippo ricominciava a suonare.

 

Iniziò l’andantino che gli cantavo quando non riusciva a dormire, mi avviai all’altro pianoforte e presi a suonare insieme a lui ormai libera di ogni paura e condizionamento, ebbra di quelle emozioni che la musica e mio figlio mi regalavano. Liberandomi in un pianto misto di tante cose fino ad allora trattenute.

 

Andammo avanti ancora per due brani io e Filippo, avevamo proprio bisogno della nostra terapia musicale per liberare la nostra difficoltà di vivere, la grande fatica di partecipare al mondo che ci aveva ospitati.

 

Finalmente esaurimmo il nostro repertorio. Eravamo esausti, sudati, sconvolti di emozione. Avrei voluto essere subito vicino a mio figlio tanto forte era il bisogno così totale di doverlo abbracciare, per tentare più che mai una unicità di essenze, stringersi immediatamente per sentirsi unico essere. Così finalmente nel decidermi timidamente ad affrontare il pubblico feci per alzarmi.

 

E quando alzai finalmentelo sguardo, vidi Enrico che era alle spalle di Filippo.

 

Filippo era rimasto chino sulla tastiera, dondolando un po’ la testa e le mani penzoloni nell’aria, sorrideva felice. Che bello vedere la sua felicità, la sua capacità, la sua unicità!

 

Enrico forse non sapeva che fare, io temetti il peggio, lui stava allungando la mano sulla spalla del figlio, io mi ero fermata a mezz’aria nell’alzarmi dallo sgabello. Tutto si stava svolgendo al rallentatore. Gli applausi entusiasmavano Filippo, non lo disturbavano anzi, sapeva che erano un rumore amico, che erano per lui, che era stato bravissimo, e si alzò, tenendosi appoggiato con una mano al pianoforte come un vero pianista, facendo un profondo inchino al pubblico che lo chiamava a gran voce. La cosa fermò Enrico che rimase ai bordi del palco, io lo stesso, sorpresa da tutta la scena e con l’intera mia esistenza che mi tremava dentro.

 

La scena alla luce della luna e nelle luci del palco era di noi due agli estremi del palco e Filippo appoggiato al pianoforte che sorrideva e si inchinava e diceva grazie.

 

Quante volte mi sarei inebriata di quella scena in seguito!

 

Guardai Enrico che vinto finalmente dalla realtà con gli occhi lucidi applaudiva e guardava Filippo sorridendo e allungando il braccio verso di lui come a presentarlo, mi guardò, annuendo, come a dire “hai fatto un buon lavoro, questo è nostro figlio”.

 

Poi lasciò il palco. Probabilmente in un impeto liberatorio e di insostenibile emozione era salito per abbracciare Filippo nonostante la sua rigida compostezza e autocontrollo, ma non era stato facile.

 

Filippo era venuto verso di me e mi aveva preso la mano se la portò al viso e quello fu il suo profondo riconoscente ringraziamento universale per averlo liberato dal groviglio della sua difficile esistenza.

 

Quando scendemmo dal palco la contessa mi venne incontro raggiante e a braccia tese per abbracciarmi, mi rifugiai in quell’abbraccio. Mi disse:

 

«Spero di aver fatto bene. Conosco Enrico da quando collaborava con mio marito. Quando ho capito la tua storia ho fatto in modo che sapesse cosa si stava perdendo e il resto lo avrai già capito. Ma io non gli ho detto niente di te e Filippo, volevo solo che vedesse la parte di vita che ha lasciato. Deciderete voi cosa fare ma non era giusto per nessuno dei due e soprattutto per Filippo, che continuaste a nascondervi.»

 

No, non mi dispiaceva quello che aveva deciso di fare.

 

Ma cosa sarebbe successo ora?

 

Mi staccai dal suo abbraccio preoccupata, cercai Filippo con lo sguardo e li vidi. Enrico gli aveva messo un braccio sulle spalle e Filippo lo aveva lasciato fare, non aveva paura. Non lo sentiva ostile. Non doveva essergli sfuggito niente o semplicemente i suoi numerosi sensi estremamente recettivi gli avevano portato il sentimento della presenza di Enrico, perché scendendo dal palco – la gente ormai si era avviata definitivamente a lasciare la villa – andò verso di lui, che era rimasto appartato fumando e guardando con evidente emozione e compiacimento quanto stava accadendo.

 

E lì Enrico lo aveva accolto. Questo avevo capito guardandoli.

 

Ero pietrificata e preoccupata da ciò che il mio indifeso e sensibile figlio potesse provare. Ma niente di tragico accadde. Sembrò la cosa più normale del mondo. Filippo aveva sentito e riconosciuto che quell’uomo era suo padre. Sembrava anche contento e mi guardò, mi ero asciugata le lacrime e ricomposta.

 

Mi avvicinai, ci guardammo, ma io con infinita tristezza.

 

I fotogrammi della mia vita difficile e faticosa si stavano susseguendo… fino ad arrivare alla felicità.

 

La felicità… Cos’era quella sensazione speciale che si espandeva dentro la mia testa?

 

Il petto che straripava di emozione? Quel qualcosa che pungeva gli occhi e il naso? La sensazione indicibile che mi sollevava e spingeva nell’aria?

 

 

 

La felicità durò a lungo. Enrico chiese di tornare e con cautela cominciammo ad essere famiglia. Eravamo preoccupati per Filippo, per le sue abitudini, spazi, rituali. Io e lui non cambiammo le nostre vite. Io volevo continuare come prima e ad Enrico non volevo comunque negare quella possibilità rimasta in sospeso.

 

 

 

Era diventato grande Filippo. Il suo autismo diminuì poco a poco, rimanevano solo delle tracce che aveva imparato a gestire. Si era rivelato un autismo cosiddetto lieve, con buone probabilità di guarigione. In fondo quanti personaggi noti si era scoperto fossero affetti da autismo pur conducendo una vita normale? Era grande la mia felicità. Ma proprio grande grande. Avevo fatto un bel lavoro mi dissero i medici, come mamma e come musicoterapista. Anche loro ce l’avevano messa tutta. La mia gratitudine era immensa.

 

Così Filippo giorno dopo giorno, soprattutto dai 20 anni in poi recuperò velocemente, suonava sempre più, era forse questo l’elemento caratteristico del suo autismo. Suonava senza stancarsi mai. Il suo Schubert prevaleva, riusciva a suonare tutte le opere alla prima lettura e poi non aveva più bisogno degli spartiti.

 

Quanta parte avesse avuto Enrico nella sua ripresa io non lo volli capire. C’era in me un senso di possesso e di gelosia, e dopo tutto quello   che avevo affrontato, non ero in grado di riconoscergli alcun merito. Ma il loro rapporto fu meraviglioso. Filippo crescendo si legò sempre più a lui e lui lo sapeva gestire benissimo come se fosse sempre stato con lui. Insieme facevano cose folli ed esagerate. Arrampicate, rafting, tuffi, viaggi in moto, sempre avvinghiati nella loro spericolatezza. A cercare e sradicare quelle sensazioni e paure che i padri sanno mitigare. Non mi intromisi mai, nonostante le mie paure ed apprensioni, né mi unii a loro: avevano bisogno di unire le loro vite e nutrirsi l’uno dell’altro.

 

 

 

Divenne famoso il mio Filippo Schubert! Si esibiva in ogni parte del mondo, lo accompagnavamo io ed Enrico vivendo delle cose più belle che la vita ci offriva: viaggi, musica, personaggi, nostro figlio, nostro figlio speciale.

 

Aveva 38 anni nostro figlio e i suoi concerti erano sempre sold out.

 

 

 

La contessa, che accudii fino alla fine, si spense al suono dell’Impromptu n. 3 di Schubert che Filippo le suonò ripetutamente quel giorno tristissimo in cui ci lasciò. Era uno dei giorni della sua stupenda   festa della primavera, che avevamo sempre ripetuto in tutti quegli anni.

 

Lei era ormai quasi centenaria, si era svegliata quella mattina dicendoci che ci dovevamo salutare. Chiamai i figli che non erano mai mancati alle sue feste della primavera, c’eravamo tutti, tanta gente che ormai partecipava da anni e che la amava sinceramente. Mi disse che avrei dovuto continuare a prendermi cura del suo giardino, delle sue rose e orchidee. Che voleva ci stabilissimo lì in villa per continuare la sua opera di beneficenza.

 

Poi chiamò Filippo, stettero a lungo in silenzio a guardarsi tenendosi per mano.

 

Chiese una coperta, aveva freddo, chiese a Filippo di suonare quel suo brano preferito che ascoltava col marito tanti anni fa, di suonarlo fino a quando sarebbe durato il suo respiro. La vita la stava lasciando.

 

Era sorridente e serena. Grata alla vita.

 

 

 

Fu difficile non averla più. Aveva fatto così tanto per me, per noi. L’amore che ci aveva dato e quello che mi aveva fatto nascere dentro nei suoi confronti era sconfinato. Come ora era sconfinata la tristezza.

 

Mi presi cura di tutto fino a quando riuscii.

 

 

 

 

 

I bambini di Filippo e Angelica correvano felici, riempiendo la villa di risate e corse nel giardino. Enrico continuò la fondazione del marito della contessa.

 

Era imbiancato precocemente ma era affascinante…

 

Era da un po’ che mi ero di nuovo innamorata di lui e glielo dissi per recuperare il tempo perduto, visto che ne rimaneva anche poco. Lui mi aveva aspettato, sapeva di dover aspettare, ma era pronto e pieno di amore tenuto dentro in attesa della mia liberazione. E tornammo giovani e appassionati, uniti dallo stesso sentimento che ci aveva anche divisi, l’amore di un figlio inaspettato, inaspettata la sua diversità.

 

Furono anni intensi e bellissimi, era bello vivere tutti insieme ed avere tutto ciò che anche gli altri avevano e non avevamo osato sperare per noi, circondati dall’affetto delle persone che avevano frequentato e ancora frequentavano la villa della contessa che ci prodigavamo di tenere sempre aperta a tutti, con manifestazioni sia di beneficenza che di incontri di studio dell’équipe di Enrico e degli ex collaboratori del marito della contessa. 

 

          

 

Non furono molti, no, quegli anni lì, felici cioè, ma ero capace ormai di sostenere le altre avversità che la vita mi aveva riservato. La malattia di Enrico che lo portò via senza riguardo, la regressione di Filippo che smise di suonare e che Angelica, sua moglie, riuscì a recuperare. Io ero esausta, ma quando lo vidi così perso e in balìa del vuoto, misi di nuovo da parte il mio dolore e aiutai Angelica nella lunga faticosa strada della ricostruzione di ciò che a suo tempo io e solo io avevo composto.

 

Una volta ricomposto il suo essere, l’esperienza dolorosa fece di Filippo un uomo ancora più posato e capace di contenere i residui del suo disturbo. Riprese i concerti e girarono insieme il mondo, mentre il più delle volte io rimanevo ormai ad aspettarli. I ragazzi ormai cresciuti andavano e venivano come ogni ragazzo della loro età, tra studi e amicizie in Italia e all’estero.

 

 

 

Ora io cerco un po’ di niente, di niente.

 

Il niente del silenzio, della pace.

 

Della solitudine.

 

Voglio scendere in questo stato ovattato che mi è rimasto intorno, così da non temere il mio andare via, così da poter lasciare questo figlio speciale che mi ha dato la vita.

 

Non so se essere ancora felice, di felicità ne ho avuta abbastanza e così intensa da stordirmi.

 

…Quanto più dolorosa era stata l’esistenza tanto più intensi erano stati gli attimi in cui si aprivano spiragli di luce e in quei momenti mi ero stordita, mi ero riempita di quella immensa felicità che pensavo non fosse stata riservata anche a me.

 

Mi si poteva lasciare lì, tranquillamente da sola, a guardare il cielo e l’orizzonte, in autunno la stagione che più mi si addice, sulla mia sedia antica, con i miei capelli bianchi e le mie rughe spietate, con i ricordi tranquilli a farmi compagnia. Immaginare noi due dispersi e ritrovati, travolti dal dolore e travolti dalla gioia dopo aver superato il difficile della vita, il figlio immaginario perfetto che non era arrivato, e quello eccezionale che ci aveva aperti alla vita.

 

Mi si poteva lasciare così, certo, e mi bastava ascoltarlo.

 

 

 

Ecco lui suona,

 

e riempie il mio poco tempo di bellezza, di note possenti che rischiarano l’aria, di accordi abbracciati che sollevano il cuore, di melodie armoniose che mi portano in alto, e mi riempie, lui mi riempie di emozioni indicibili e di gioia che spinge, di un amore infinito, di gratitudine, di vita, ancora un po’ di vita,

 

che lui il mio “Filippo Schubert” mi dà.

 

 

 

Ogni volta lui suona per me e ogni volta

 

mi commuove la musica che mi invade.

 

Mi commuove l’assenza di parole tra me e lui,

 

così inutili.

 

Mi commuovono le luci dell’inizio del giorno

 

che aumentano lievemente,

 

le sue note maestose che scandiscono i battiti

 

che ancora rimangono del mio cuore,

 

mi commuove quando suonando si gira a guardarmi.

 

E poi sembra pensare a sé.

 

Mi commuovo.

 

La vita, che mi scorre forte addosso

 

mi commuove

 

e se ne va.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Adriana Ferretti
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