Racconto n°

30

NEL BUIO DELLA MENTE Roberta Brintazzoli

NEL BUIO DELLA MENTE

Mi chiamo Luciana, vivo in un paese tranquillo, come la mia vita, tutta casa e ufficio.
La domenica vado a Messa. Gli unici amici che frequento sono i miei vicini di casa, Alba, Dario e il figlio Umberto. Tutti e tre lavorano all’ospedale giù in città, 50 chilometri dal paesino in cui abitiamo. Fanno dei turni stranissimi per cui non sono mai a casa tutti e tre contemporaneamente. Col mio titolare e le colleghe invece ho dei rapporti molto cordiali, ma iniziano e finiscono fra le pareti dell’ufficio.
Starete pensando che ho una vita noiosa e che non può interessare a qualcuno. Come darvi torto? Eppure la mia vita ha una particolarità che non riesco a decifrare: io non ho ricordi!
Non ricordo di avere mai vissuto diversamente da così, non ricordo la mia infanzia, nemmeno il viso di mia madre. Non ricordo la scuola, la mia testa è completamente vuota, non ho un passato. Mi sembra di avere sempre vissuto la stessa vita che sto vivendo ora. Una vita che non ricordo quando abbia avuto inizio.
Ne ho parlato con Alba tante volte di questo mio problema, e anche con Dario. Loro mi ascoltano e sembrano molto dispiaciuti di non potermi aiutare, ma, come mi hanno ripetuto più volte,  quando si sono trasferiti nella nostra piccola palazzina io abitavo già lì e non ho mai raccontato loro niente del mio passato.
Io però non mi ricordo nemmeno del loro arrivo, è come se tutto fosse sempre stato congelato come è ora. Ne ho parlato anche con le mie colleghe, solo una volta però, perché ho capito di avere causato loro dell’imbarazzo con questo discorso; mi hanno comunque detto di avermi conosciuto in ufficio e di non avere mai saputo nient’altro di me, poiché ovviamente anche con loro io non ho mai raccontato niente della mia vita precedente.
Ne ho parlato col mio medico, il quale mi ha fatto fare TAC e altri esami, ma alla fine mi ha detto che non c’è niente che non va in me. Mi ha consigliato di fare dei colloqui con la psicologa, una ragazza molto carina che mi ha seguito per un po’, ma anche con lei non siamo mai arrivati a capo di niente; mi sembrava di perdere tempo, se devo fare delle chiacchiere, tanto vale farle con Alba e Dario, così ho smesso di andarci.
Mi sono abituata a vivere così, cerco di non farmi più domande cui non sono in grado di rispondere. Leggo molto e né nella vita reale né nei miei libri ho mai incontrato qualcun’altro come me.
Quando Alba non ha il turno serale, mi invita spesso a cena da lei. Io ho provato a ricambiare, ma lei ha quasi sempre rifiutato perché comunque deve sempre preparare qualcosa per il figlio o il marito, anche quando non cenano con noi perché di turno. Con Alba parliamo tantissimo, di tutto. Anche con Dario mi piace parlare; lui è molto pragmatico, sembra molto sicuro di sé e mi dà un senso di sicurezza molto piacevole. Umberto ha vent’anni, è un bravo ragazzo, ma con lui non so mai cosa dire, è troppo giovane, mi imbarazza, anche se lui si sforza sempre di scherzare con me.
Per molto tempo, a turno, mi davano un passaggio per andare in ufficio e tornare a casa, ma poi ho cominciato a prendere l’autobus così mi sento più indipendente, anche se loro non me l’hanno mai fatto pesare.
Un paio di mesi fa ho avuto un’idea  che avrebbe potuto cambiarmi la vita: mi sono detta perché non prendo la patente e non mi compro una piccola auto?
Volevo essere libera di andare nel nuovo centro commerciale subito fuori dal paese, volevo potere fare la spesa senza preoccuparmi delle borse da portare a casa a piedi, volevo andare almeno una volta in città. Un’auto, seppure piccolina, può permettermi di fare tante cose.
Alba all’inizio sembrava preoccupata della mia idea, mentre io me ne innamoravo sempre di più.
«Luciana, prendere la patente alla tua età, alla nostra età, può essere pericoloso, non sei mai stata abituata a guidare, i riflessi non sono più quelli di una ragazzina».
Mi sono messa a ridere. «Ma ho quarantotto anni, mica ottanta.  Voglio provarci, e poi non ho intenzione di partecipare a un rally o a un gran premio. Mi basta potermi muovere da sola senza aspettare un autobus o un passaggio. Due soldi per la macchina ce li ho, perché non dovrei provare?»
Così mi sono iscritta alla scuola guida nel palazzo proprio di fianco a dove lavoro. Ho cominciato a seguire le lezioni teoriche due volte alla settimana e a casa studiavo moltissimo. Poi ho cominciato a prendere lezioni di guida. Stranamente mi veniva naturale guidare, come se lo avessi sempre fatto; probabilmente è stato perché ho molto tempo a disposizione per studiare e questo mi ha aiutato, ma alla fine prendere la patente è stato infinitamente più facile di quanto avrei immaginato. Alla sera abbiamo festeggiato con Alba e Dario; spaghetti, gelato e brindisi finale. Ero davvero felice e anche loro erano felici vedendomi così.
Oggi però non sono più così convinta di avere fatto la cosa giusta.

La settimana scorsa ho acquistato la mia prima macchina, una mini rossa, usata, a un prezzo davvero conveniente. Oggi per la prima volta sono andata in ufficio in macchina; l’eccitazione si mescolava all’agitazione. In ufficio ho offerto da bere a tutti. Poi stasera, mentre tornavo a casa, è successa quella cosa e ora sono terrorizzata.
Stavo procedendo nel traffico delle 17, mi guardavo attorno con prudenza e controllavo anche frequentemente lo specchietto; era la mia prima volta al volante e non volevo fare sciocchezze. Improvvisamente l’ho vista. E’ durato un attimo, una frazione di secondo, poi è scomparsa, ma sono sicura di avere visto quella figura nello specchietto. Era una bambina coi capelli lunghi, sciolti. Era bianchissima, pallida, quasi trasparente, ma reale. Almeno a me è sembrata reale, ho l’immagine stampata nitida nella memoria, come se fosse qua davanti. Non capivo se era in piedi nella mia auto o sospesa, la prospettiva era tutta sbagliata. Ho inchiodato la macchina e mi sono girata a guardare piena di angoscia; sui sedili posteriori dell’auto non c’era nessuno e nemmeno nello specchietto si vedeva più niente. Il cuore però continuava a martellare nel mio petto, mi sentivo scossa da brividi e tremori.
Ho chiamato Alba in lacrime e lei mi ha raggiunto subito con Dario; fortunatamente erano a casa entrambi. Io sono andata in auto con Alba, ancora sconvolta, mentre Dario guidava la mia macchina.
A casa mi hanno preparato un the e ci siamo seduti sul divano a parlare. Alba ha cercato di consolarmi dicendo che forse è stata un’allucinazione dovuta alla tensione della mia prima giornata di guida; Dario mi chiedeva se quella figura bianca mi ricordasse qualcuno.
Alla fine sono riuscita a calmarmi; probabilmente Alba ha ragione, mi sono immaginata tutto per via dell’agitazione. Una notte di sonno e domani mi sentirò meglio.

Ora devo decidere se tornare subito in sella o lasciarmi vincere dalla paura. Decido per la prima ipotesi e riprendo l’auto per recarmi al lavoro anche oggi, anche se è passato un solo giorno da quell’episodio.
Sono molto più rigida di ieri, ma mi sforzo di arrivare in ufficio senza lasciarmi sopraffare da crisi di panico. Non succede niente, arrivo in ufficio e riesco a rilassarmi e a vivere una giornata tranquilla di lavoro. Anche il ritorno è senza problemi.
Arrivata a casa mi infilo sotto alla doccia; probabilmente ieri mi sono davvero immaginata tutto, magari un’ombra o un raggio di luce riflesso sullo specchietto mi hanno fatto credere di vedere ciò che non c’era.
Mi sono appena infilata l’accappatoio, quando suona il campanello. Alba mi chiede come è andata e mi invita a cena; come è premurosa! Mi commuovo sempre di fronte alle sue manifestazioni di amicizia; d’altronde lei ha la sua famiglia, il suo lavoro, ma sembra che non abbia mai problemi, non si lamenta mai. Si prende cura di me più di quanto mostri di fare con suo figlio. Mi chiedo il perché; io non valgo tanto, sono una donna noiosa con una vita noiosa, senza un passato, senza un futuro. Spesso mi sento inutile.
Perché Alba mi ha preso così a cuore? Forse perché loro sono davvero gli unici che compongono il mio mondo. Senza di loro, io sarei completamente sola e invisibile al resto dell’umanità, un fantasma, come se fossi già morta. E forse sarebbe meglio così.

Le mie giornate proseguono come sempre, solo che ora ho la mia macchina e mi sento onnipotente. Non ho però ancora osato spingermi oltre il solito tragitto casa-ufficio. Sabato voglio andare al centro commerciale, quello un po’ fuori dal paese. So che per la maggior parte delle persone è un’azione normale, ma io mi sento agitatissima al pensiero di questa novità.

Ecco, ci ho provato. Stamattina ho preso l’auto e ho cominciato a guidare verso il centro commerciale. Avevo appena imboccato la strada provinciale subito fuori dalla circonvallazione, quando ho guardato nello specchietto e l’ho vista di nuovo.
Mi è mancato il fiato e il cuore è partito talmente veloce che pensavo mi stesse per scoppiare. Mi sono fermata sul lato della strada. Ho paura a girarmi e così continuo a fissare lo specchietto retrovisore. La figura non si muove, non sparisce, mi fissa. Mi sento penetrare dal suo sguardo, mi scava il petto e lo stomaco. È seria e mi sento accusata da quello sguardo. Non tolgo gli occhi dai suoi, finché non sento la colazione risalirmi in gola, apro lo sportello dell’auto e vomito tutto ciò che ho sullo stomaco.
Mi riprendo, guardo il sedile posteriore: non c’è più nessuna bambina, né in auto, né nello specchietto.

Sono rimasta seduta al posto di guida fissando il punto dove l’ho vista. Non so quanto sono rimasta qui, ho perso completamente la cognizione del tempo; non credo di avere pensato a niente, almeno non serbo il minimo ricordo. Sono come in trance.
Mi svegliano dei colpi contro il finestrino. Il carabiniere mi sta fissando con aria preoccupata. Dall’altra parte della strada c’è un’auto dei carabinieri parcheggiata con a bordo il suo collega che ci guarda. Apro la portiera chiedendo «Mi scusi, ho fatto qualcosa che non va?»
Faccio fatica a ricordare cosa sia successo e perché mi trovo qui. Mi sento annebbiata.
«Sta bene signora? E’ da un po’ che la osservo, non si muoveva, temevo avesse un malore. Ha assunto qualche sostanza?»
«Cosa?» Non riesco a capire. «Droga? Mi sta chiedendo se mi sono drogata?»
Non so perché, ma quest’idea mi sembra terribilmente ilare e mi metto a ridere istericamente.
Il carabiniere non ride mentre risponde «Forse è meglio che l’accompagni al pronto soccorso e che faccia qualche esame».
L’espressione grave del carabiniere stride col mio accesso di riso. Non voglio andare in ospedale, non voglio fare esami, voglio tornare a casa e mettermi a letto a dormire.
Improvvisamente mi sento stanchissima.
«No la prego, mi lasci tornare a casa. Sono solo un po’ stressata»
«Può venire a prenderla qualcuno signora? Non ritengo di poterla lasciare andare da sola in questo stato»
Mi dispiace così tanto dovere ricorrere di nuovo ad Alba.
Mi sento umiliata da questa situazione; ho voluto la macchina per sentirmi indipendente, ed è già la seconda volta in due settimane che devo chiedere il suo aiuto per tornare a casa.
Il carabiniere non mi lascia comunque alternative, chiamo Alba e lei arriva prontamente, assieme a Dario. Possibile che siano sempre pronti per me?
Lei sale in auto con me, abbracciandomi e chiedendomi cosa sia successo, mentre Dario si è messo a parlare col carabiniere. Si sono spostati verso l’auto da cui è sceso anche il collega. Non sento cosa si dicono, ma i due carabinieri a turno si voltano a fissarmi con aria incuriosita.
Non voglio rinunciare alla mia auto; non capisco cosa mi stia succedendo, ma qualcosa mi spinge stavolta a non raccontare ad Alba della bambina nello specchietto. Le dico che improvvisamente ho avuto la nausea e che mi sono fermata sul bordo della strada per vomitare; forse mi ha fatto male qualcosa, o forse è stato un colpo d’aria.
Lei insiste per saperne di più, ma non ho proprio voglia di parlarne. Finalmente Dario viene a dirci che possiamo andare. Alba si è messa alla guida della mia auto e mi ha riportato a casa, mentre Dario è andato al lavoro.
Vorrei stare da sola, ma Alba ha insistito per fermarsi con me.
Ho fatto una doccia poi, mentre mi mette a letto, Alba mi dà due pastiglie da prendere.
«Sono due blandi calmanti, io li prendo la sera quando sento che fatico a dormire»
La guardo stupita; è la prima volta che mi parla di un suo problema. Non ho la forza e la voglia di rifiutare, così prendo le pastiglie e chiudo gli occhi. Continuo a vedere la bambina nello specchietto, ma per fortuna un sonno senza sogni mi assale immediatamente.

Ora Alba insiste perché io non guidi più da sola per un po’.
«Prenditi una pausa, finché non prendi confidenza con l’auto e sei sicura che non ti accadano più crisi di panico. Potremmo andare al centro commerciale insieme, guidi tu ma io ti sto accanto, così magari sei più tranquilla. Cosa ne dici?»
Questo però mi fa sentire di nuovo dipendente da lei e Dario, come quando mi accompagnavano al lavoro; la situazione mi umilia, ma non riesco a oppormi. Le prometto che per un po’ torno a usare i mezzi pubblici finché non mi sento più sicura.

Mi sento in trappola. È come se la mia vita si stesse chiudendo su di me, togliendomi l’aria. Mi sento inquieta. Ho l’impressione che Alba mi guardi dalla finestra quando esco di casa e controlli che io prenda l’autobus e non la macchina. Un giorno, appena arrivata in ufficio,  dovevo fare delle fotocopie rimaste indietro dal giorno prima; così sono arrivata casualmente alle spalle del mio titolare che era al telefono e non si era accorto della mia vicinanza. L’ho sentito dire «Sì sì è arrivata, tutto bene» poi ha riattaccato.
Parlava di me? Una strana sensazione mi ha pervaso. Non capisco se sono paranoica o se davvero mi stanno controllando. Mi sento in una gabbia e mi sembra che tutto il mondo fuori dalla gabbia stia lì ad osservare come mi sto comportando, in attesa di un mio errore.
Che cosa si aspettano da me? Non sono alla loro altezza; non sono nemmeno degna di vivere questa vita insulsa. Loro mi giudicano, lo leggo nei loro sguardi. E hanno ragione, io sono inutile.
Non so con chi parlarne, non mi fido più nemmeno di Alba e Dario. Non passa giorno che uno di loro non venga a chiedermi se sto bene, come è andata la giornata. Cominciano a infastidirmi con le loro attenzioni. Ma cosa vogliono da me? Rifiuto tutti i loro inviti a cena; ma in realtà mi mancano i miei amici, mi sento sola.

E’ notte, non riesco a dormire. I miei occhi scrutano la penombra nel silenzio più assoluto.
Mi sembra di vedere qualcosa nello specchio dell’armadio. Accendo la luce sul comodino.
La bambina è lì, a figura intera, tutta bianca, mi guarda con lo stesso sguardo accusatorio delle altre volte. Anche lei mi sta giudicando, come tutti gli altri.
Non mi fa più paura, sento solo rabbia e tristezza dentro di me. Mi alzo e vado verso lo specchio. Lei non si muove, non sparisce, continua a fissarmi.
«Cosa vuoi?» Sento che sto urlando. «La mia vita fa schifo. Non posso fare niente per te. Perdonami. Perdonami. Perdonami».
Mi sento urlare sempre più forte, ma non capisco nemmeno le mie parole. Comincio a dare pugni contro lo specchio, cerco di colpire quella figura, voglio solo che sparisca.
«Non ti posso dare niente. Smettila di accusarmi. Smettila. Smettila di fissarmi. Non è colpa mia. Io non valgo niente. Portami con te. Portami con te!»
Colpi alla mia porta si uniscono alle mie urla e ai miei colpi contro lo specchio. Colpisco sempre più forte, finalmente lo specchio si rompe e la figura si crepa, mentre le schegge mi tagliano le mani e gli avambracci. C’è tanto sangue, sulle mie braccia e sulla figura che ancora si intravvede nei pezzi di specchio rimasti.
Continuo a colpire, non la voglio più vedere, è coperta di sangue ma mi guarda ancora con quello sguardo accusatorio; non riesco a sopportarlo più.
Sento braccia che mi sollevano. Dario e Umberto mi stanno sollevando da terra mentre Alba mi parla, cerca di calmarmi, non urla, la sua voce è incredibilmente bassa. Mi adagiano sul letto, sento un ago che mi fora il braccio. Alba mi sta accarezzando il viso, sento le forze abbandonarmi, cerco di parlare ma non ci riesco, tutti i loro volti attorno a me sbiadiscono e improvvisamente il buio e il niente.

Mi sveglio in una camera d’ospedale. Non so da quanto tempo sono qui. Non ricordo nemmeno perché sono qui. Sono sola e mi sento incredibilmente tranquilla. Non ricordo niente.  Entrano due medici, un uomo e una donna. La donna mi sorride e parla per prima. «Ciao Luciana, sono Alba, ti ricordi perché sei qui?»
La guardo, ma il suo nome e il suo viso non mi dicono niente.
«Non ricordo niente. Non so nemmeno chi tu sia».
Alba si rivolge all’uomo con uno sguardo deluso. «Siamo da capo».
Lui ha un’aria rassegnata; sembra dispiaciuto mentre risponde «Già, non è servito a niente»
«Ora cosa facciamo Dario?» chiede Alba.
L’uomo è risoluto, sembra molto sicuro di sé. La sua voce mi dà sicurezza. «Cambiamo strategia. Intanto però Luciana deve riprendersi, deve riposare».
Mi sorridono, poi mi salutano. Alba mi sfiora la mano prima di uscire. Sento dell’affetto per quei due medici, anche se non mi sembra di averli mai visti prima. Chiudo gli occhi.
Mi sembra che siano passati pochi istanti che li sento parlare; forse sono nella stanza, forse subito fuori dalla porta. Parlano a bassa voce, ma li sento lo stesso; resto con gli occhi chiusi, sono troppo stanca per aprirli.
«Non voglio arrendermi, dopo tutto quello che abbiamo fatto» sta dicendo la donna.
Dario risponde con tono contrariato. «Tutta la messinscena non è servita a niente, anzi abbiamo rischiato che si facesse del male. Rimetterla in un contesto di vita normale, darle una casa, un lavoro, fingerci suoi vicini per somministrarle le cure e tenerla monitorata: l’unico risultato è stato che ha rischiato di uccidersi. Non riesco a perdonarmelo, avevo proposto io questa prova»
Alba sospira rumorosamente. «Io ho quasi messo in crisi il mio matrimonio per questo progetto; mio marito non ne poteva più delle mie assenze, del mio correre da lei a qualunque ora. Ma io ci ho creduto, speravo potesse davvero tornare a una vita normale e forse un giorno ricordare ciò che ha fatto e affrontarlo consapevolmente. È l’unica possibilità per ritrovare sé stessa, anche se questo potrebbe volere dire carcere per lei».
«E chi ti dice che lei preferisca ricordare e affrontare le conseguenze delle sue azioni?»
«Ma così non sa nemmeno di chi è la vita che sta vivendo»
«Forse è proprio questo che le permette di vivere».
Apro gli occhi spaventata dalle loro parole. La stanza è vuota, la porta è chiusa; è notte, non c’è nessuno lì a parlare. I due medici staranno probabilmente dormendo nelle loro case. Era un sogno. Un brutto sogno. Ma come i brutti sogni, già sta svanendo; sento una sensazione spiacevole, ma non ricordo già più cosa c’era nel sogno che mi abbia infastidito. Ricordo due voci amiche che parlavano, ma le loro parole ora mi sfuggono, non ricordo più cosa stessero dicendo. Sento gli occhi chiudersi di nuovo; mentre la mia mente già si trova tra il sonno e la veglia, penso che è strano che un sogno mi abbia turbato: io non sogno mai.

In ospedale passano i giorni. La maggior parte del tempo dormo. Penso che mi tengano sedata per qualche motivo, ma non ho voglia di oppormi: quando dormo sto bene.
Nei momenti in cui sono sveglia parlo con medici e infermieri del più e del meno. Posso parlare solo dell’attualità, di ciò che leggo sui giornali, dei film che guardo alla tv. Non ricordo nient’altro di me. Non ricordo niente del mio passato, non so chi sono, so solo che mi chiamo Luciana. La mia testa è completamente vuota.

Entrano Alba, Dario e un giovane infermiere di nome Umberto; li segue un’infermiera anziana che non ho mai visto. Dario mi dice che vuole provare una nuova strategia per farmi reagire, per stimolare la mia memoria. Mi dice che potrebbe essere molto doloroso per me, mi chiede se voglio firmare il consenso. Firmo. Vorrei sapere chi sono, vorrei ricordare le carezze di mia madre, i consigli di mio padre; vorrei sapere se ho mai avuto un marito, qualcuno che mi volesse bene. Perché non mi viene mai a trovare nessuno? Perché non mi ricordo di nessuno?
Mi collegano dei fili al petto, alle dita, alla testa; mi collegano a una flebo. L’infermiera anziana prepara una siringa e si siede di fianco al letto, ma fuori dal mio campo visivo, come un angelo custode. Umberto sta in disparte. Alba si siede sul letto alla mia sinistra e mi tiene una mano fra le sue, come a darmi forza. Dario si siede su una sedia alla mia destra e sistema un tavolino vicino a se. Ci sono diverse carpette, ne prende una ed estrae una foto. Me la mostra.
«Sai chi è?» Chiede.
Nella foto c’è una bambina sui dieci anni, molto graziosa, con lunghi capelli castani, lo sguardo serio per una bimba di quell’età. La guardo, non la conosco, ma quello sguardo dopo un po’ mi inquieta.
Scuoto la testa e guardo Dario «No, non la conosco».
Prende un’altra foto e me la mostra. «Cosa provi guardando questa foto?»
È una foto orribile, come quelle che mostrano in quei telefilm TV sull’FBI. C’è una ragazzina sdraiata per terra, in una posizione scomposta, innaturale, coperta di sangue. Mi ricorda la locandina di un film che devo avere visto tanti anni fa, “Carrie lo sguardo di Satana”; anche se nella locandina la ragazzina è in piedi, viva. Questa non sembra per niente viva. Sento il cuore battermi forte.
È la bambina di prima? mi chiedo. Sento una morsa allo stomaco. Perché mi stanno facendo vedere queste foto? Come possono essere legate alla mia memoria?
«E’ una foto orribile. Perché me la mostrate?» Sento un tono stridulo nella mia voce.
Alba mi stringe la mano più forte e mi calmo.
«So che è dura Luciana, dimmi solo cosa provi» risponde Dario. «Mi fa sentire triste»
«Come triste? Spiegati meglio. Come ti fa sentire triste?»
Trovo a fatica le parole per esprimere ciò che sento. «È terribile pensare che cose del genere succedano davvero, non solo nei film»
Faccio una pausa, poi riprendo. «Anche se non la conosco, mi sembra così piccola; non credo che meritasse di morire così».
Dario mi mostra un’altra foto. La bambina dai capelli lunghi sta spingendo sull’altalena un bambino più piccolo; lui sta ridendo, trasmette gioia solo a guardarlo. Sorrido.
«Questa foto è bella, ma non mi dice niente nemmeno questa»
Dario guarda Alba scuotendo la testa; l’ho deluso, mi sento in colpa. Lui dice «Basta, lasciamo stare per oggi». Gli sono grata, mi sento molto stanca.
«Un’ultima cosa» Dario cerca qualcos’altro nella carpetta, poi mi porge una pagina di giornale. C’è la foto della bambina che mi ha mostrato prima, la stessa foto che mi ha mostrato per prima, dove la bambina ha lo sguardo serio.
«Leggi questo articolo Luciana, poi se vuoi ne parliamo».
È una pagina di giornale di cinque anni fa. Non capisco cosa serva, ma leggo l’articolo; a questo punto sono curiosa anch’io.

ROMA, CASALINGA UCCIDE I DUE FIGLI A COLTELLATE POI TENTA IL SUICIDIO
Un’altra tragedia familiare imprevedibile. Una casalinga di 38 anni ha ucciso la figlia di dieci  e il figlio di tre accanendosi sui loro corpi con almeno un centinaio di colpi. Ha poi cercato di suicidarsi procurandosi profondi tagli ai polsi con lo stesso coltello usato per i figli; infine si è sdraiata per terra di fianco alla figlia aspettando la morte. A trovarli è stato il marito della donna, padre dei bambini. Tornato a casa dal lavoro ha trovato moglie e figlia in una pozza di sangue sul pavimento in cucina;  il maschietto era invece nel suo lettino, anch’esso coperto di sangue. In un primo momento sembravano tutti morti; il coltello per terra di fianco alla moglie. Solo dopo l’arrivo dei sanitari e della polizia, i medici si sono accorti che la donna respirava ancora debolmente e l’hanno portata immediatamente in ospedale; non è in pericolo di vita. Secondo il marito e i vicini di casa, la donna non ha mai mostrati segni di depressione. Era una donna molto apprensiva, maniaca dell’ordine e della puntualità; veniva indicata dalle amiche come un esempio di madre e moglie perfetta, ma lei spesso si lamentava perché ciò che faceva non era mai abbastanza. I vicini dicono che era spesso sola coi figli; il marito era assente per lavoro anche per più giorni. L’uomo ora si chiede come avrebbe potuto evitare la tragedia.

Porgo il foglio a Dario «È davvero terribile».
Dario mi continua a guardare con aria interrogativa, così pure Alba.
«Scusatemi, io non capisco. Non mi dice niente. Conoscevo quella famiglia disgraziata? Io non ricordo, non riesco ad aiutarvi in nessun modo. Mi dispiace».
Forse nella mia memoria cancellata potevano esserci informazioni utili a quell’indagine? Non ricordo proprio niente, non posso essere utile a loro, né quelle foto possono essere utili a me.
«Sono stanca, posso dormire ora?»
Mi lasciano sola, chissà cosa si aspettavano da me?

Io non ho un passato, non ho un futuro. Vivo una vita inutile. Forse dovrebbero lasciarmi morire. Mi addormento con questo pensiero e mi lascio trasportare in un sonno senza sogni.

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Roberta Brintazzoli
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Commenti (1)

  • Laura

    Laura

    24 Luglio 2017 at 22:09 | #

    Senza parole, aiuta a capire l'incomprensibile

    Rispondi

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