Racconto n°

26

TUTTA COLPA DI MAURO Sarah Pellizzari Rabolini

TUTTA COLPA DI MAURO
 “Aldo, ripetimi bene come sono andate le cose, ti prego”. La signora Clelia, ora vedova Landini, non si dava pace. Nella camera mortuaria dell’ospedale di Busto Arsizio, Aldo Marchetti era andato con la consorte a porgerle le condoglianze: il dottor Mauro Landini, direttore di banca, da un paio d’anni trasferito alla filiale di piazza Cavour a Como, più di trent’anni di onorato servizio, era morto improvvisamente. A soccorrerlo era stato proprio Aldo. Aveva tentato di prestargli le prime cure e poi gli era stato vicino in ambulanza. “I soccorsi sono arrivati subito, ma non c’è stato nulla da fare” aveva ripetuto Aldo per l’ennesima volta a Clelia Landini con un filo di voce, costernato. “Per fortuna non era da solo, c’eri tu!” aveva detto lei che conosceva Aldo da tempo. “Mauro aveva spesso parole di elogio per te: un grande lavoratore, ma la famiglia sempre al primo posto. Lui invece...Lavoro e lavoro. E guarda come è finito!!” Non gli sembravano vere quelle frasi perché Mauro non era certo uno di complimenti, né tanto meno gli risultava che potesse avere parole buone per qualcuno. Mauro Landini era un uomo in carriera, di quelli spietati, con il pelo sullo stomaco, per intenderci, che non guardava in faccia a nessuno e che avrebbe venduto sua madre per una promozione. Si conoscevano da anni con Aldo; non solo era diventato il suo capo, ma da due anni condivideva con lui la tratta Busto Arsizio-Como, spesso la pausa pranzo sul lago (anche se Aldo tentava di isolarsi in qualche posticino che conosceva solo lui) e il rientro a casa. Non si può dire che fossero amici, erano troppo diversi per definirsi tali. Mauro, infatti, era sempre stato votato alla carriera, aveva passato i primi anni di banca a fare straordinari, a seguire corsi e rendersi disponibile a qualsiasi mansione o trasferimento: la vita semplice, così come la definiva lui, era sinonimo di fallimento, di ozio, di incapacità di emergere. Aldo, invece, era il tipo d’uomo che concepiva il lavoro come necessario per vivere dignitosamente. Non era mai stato interessato a promozioni e aumenti di stipendi, gli bastava quel che aveva ed era felice. La vita semplice era per lui, invece, la ricetta per la tranquillità, la rassicurante serenità data dalle abitudini, dall’ordinario. Il trasferimento alla filiale di piazza Cavour a Como era stato voluto proprio da Mauro: lui era stato promosso lì, ma visto che amava circondarsi di collaboratori fidati, aveva chiesto che anche Aldo Marchetti venisse trasferito. “Con un aumento di stipendio, si intende- gli aveva detto Mauro sperando che il denaro potesse in qualche modo sortire effetto sull’umore di Aldo che, alla parola trasferimento, era sbiancato e per poco non cadeva tramortito- inoltre mantieni il tuo ruolo prestigioso: specialista dell’ufficio crediti alle imprese. Preferisci forse tornare a fare il cassiere? Se rimani a Busto Arsizio non ci sono grandi prospettive in vista della fusione”. Ma stipendio, responsabilità, aumento di livello… erano leve che non muovevano per nulla l’animo pacato di Aldo. Le mani gli sudavano e un tremito aveva invaso il suo corpo. Aveva pensato di darsi malato a vita, da quel momento a quando sarebbe andato in pensione, ma quel senso del dovere che era insito in lui gli impediva di essere disonesto. Eppure, si sentiva davvero così, con un malessere diffuso che gli aveva indebolito i muscoli, reso fragile le ossa e pure un po’ inappetente: la carriera, la fusione con un grosso colosso di credito, ricoprire un ruolo di responsabilità, erano le parole stampate nella sua mente come la descrizione di una diagnosi su una cartella medica. Aldo Marchetti, classe 1951, affetto da galoppante e involontaria carriera improvvisa con trasferimento immediato a quarantacinque chilometri da casa. Effetti collaterali: difficoltà a mantenere la calma, insonnia, stanchezza cronica, nervosismo generalizzato.  Cure possibile: contemplazione del lago e cercare di non pensarci troppo.  Questa era la sua diagnosi. Questa era la sua condanna. Tutta colpa di Mauro, si diceva e tentava davvero di allontanare i pensieri, ma non ci riusciva proprio.  Aldo aveva iniziato a lavorare nel lontano 1976 quando ancora l’istituto di credito si chiamava Banco Lariano; si era diplomato in ragioneria e aveva all’attivo una decina di esami a Scienze Politiche che aveva frequentato con scarsa motivazione. Aveva fatto domanda in banca ed aveva accolto l’assunzione come una vincita alla Lotteria, enfatizzata dal fatto che la sede di lavoro sarebbe stata a pochi chilometri da casa.  Nella sede di via Milano a Busto Arsizio aveva anche conosciuto l’amore: cosa poteva desiderare di più dalla vita? Era fortunato. Non si riteneva un mediocre, ma un privilegiato: quella minima carriera a cui aveva avuto accesso negli anni era stata opera di altri. C’era chi gli aveva riconosciuto una particolare attitudine all’insegnamento e gli aveva affiancato i neo assunti, chi la precisione giusta per svolgere un lavoro che prevedeva lo studio della normativa e lo aveva passato di grado, chi la diligenza e l’onestà e gli aveva riconosciuto un aumento di stipendio. Lui ogni volta non faceva altro che questa domanda: non verrò trasferito, vero? Se la risposta era negativa, accettava di buon grado il cambio di mansione e l’aumento di stipendio. Altrimenti rifiutava. Un’opzione che con Mauro non era prevista. Quell’uomo lo intimidiva da sempre, non sapeva ribellarsi. Avevano fatto la ragioneria insieme e in banca erano stati assunti a distanza di qualche mese l’uno dall’altro. Mauro aveva anche proseguito gli studi e si era laureato mentre lavorava. Aldo non era mai stato invidioso di nessuno. Aveva fatto le sue scelte ed era sereno. Fino al 2004 era andata così, come aveva sempre desiderato: una moglie, due figli e il lavoro in banca, in centro, a Busto Arsizio, che raggiungeva a piedi o in bicicletta: era la vita semplice, quella che aveva sempre disprezzato Mauro.  Poi il colpo di scena: Como.  Tutta colpa di Mauro, si ripeteva come un mantra, tutta colpa di Mauro. Quell’uomo aveva completamente cambiato la sua routine, la sua vita tranquilla, la sua serenità, il suo bellissimo sogno casa-bottega.    Quando aveva puntato per la prima volta la sveglia alle 5,30 si era sentito come un condannato a morte. Non sono in grado di fare questa vita, si era detto sdraiandosi a letto e cercando di riposare un po’. E quando era suonata davvero all’alba, si era svegliato di soprassalto! Mi verrà un infarto, aveva pensato mettendosi le mani al petto per calmare i battiti del suo cuore che pulsavano all’impazzata. L’aveva spenta veloce e si era alzato, trascinandosi. Tutta colpa di Mauro: la frasettina era diventata come un tarlo, un pensiero fisso e costante. Si era diretto in cucina, aveva fatto colazione nonostante fosse ancora buio, ed era uscito piano da casa, per non svegliare la famiglia ancora sotto le coperte.  Alla stazione Nord, Mauro Landini lo aspettava puntuale: avevano preso il Malpensa Express, avevano cambiato a Saronno per proseguire per Como.  Quel rituale si era ripetuto per due anni, che per Aldo erano sembrati due secoli. Sentiva di portare la croce come Gesù e non vedeva l’ora che la morte, a cui era destinato, arrivasse in fretta.  Incrociare lo sguardo di Mauro era per Aldo come guardare un traditore, Giuda, l’amico fidato che lo aveva venduto alla filiale di Como… per quanto? Era un essere ignobile, una persona sgradevole a cui avrebbe voluto augurare la peggiore delle malattie, una sofferenza, una mancanza, insomma qualcosa che gli facesse percepire la sua infelicità. Aldo voleva che Mauro sentisse quello che provava lui, quella specie di infermità che lo aveva reso quasi invalido da un’improvvisa e degenerativa sindrome che aveva inaspettatamente contratto, nonostante avesse fatto di tutto per evitarla: la carriera.  Odiava Mauro. Quell’uomo nei suoi completi gessati, impeccabilmente pettinato con un leggero strato di brillantina sui capelli brizzolati, gli occhi scuri piccoli dietro gli occhiali spessi, la pelle del viso sempre perfettamente rasata e profumata di dopobarba: gli dava la nausea. Aveva l’abitudine di fumare il sigaro e una volta spento, lo infilava anche in tasca senza riporlo nel pacchetto. Poi lo estraeva e se lo metteva in bocca come un ciuccio. Quante volte Aldo avrebbe voluto infilargli una mano nei capelli e scollarglieli tutti, quante volte avrebbe voluto urtargli gli occhiali per sbaglio e magari calpestarglieli… Ops, scusa, non ho mica fatto apposta, gli avrebbe detto. Quante volte avrebbe voluto sbriciolargli il sigaro, dirgli che puzzava…Ogni giorno meditava delle piccole vendette, ma poi i pensieri volavano via veloci con le immagini che vedeva dal finestrino. Quante volte…  A Saronno saliva Marta Lazzari. Mauro aveva fatto trasferire anche lei. Era una donna sulla quarantina, bella, bionda, con due occhi azzurro ghiaccio che Aldo aveva visto solo sulle bambole di sua figlia. Era sempre ben vestita e profumata: un pantalone con la piega e la giacca coordinata, la camicetta bianca che rimborsava, una serie infinite di collane abbinate agli orecchini e coordinate con gli abiti. Era spostata con un libraio, aveva due figli gemelli di quasi due anni e nessuna voglia di trovarsi su quel treno alle sette del mattino. Forse anche lei nutriva un odio profondo per Mauro o forse no. Aldo non lo aveva ancora capito. A volte gli sembravano complici, altre volte due nemici. Perché Mauro avesse voluto anche lei alla filiale di Como non si era capito: Aldo le avrebbe dovuto insegnare tutto il lavoro. Marta era molto cordiale e stare a contatto con lei gli evitava di relazionarsi con Mauro che davvero non riusciva a sopportare: era gretto, calcolatore, meschino. Sembrava godere se le persone erano in difficoltà. Anche lui era malato, pensava Aldo spesso, l’invidia lo divorava: Aldo era felice nella sua vita semplice e Marta era bella e intelligente, un binomio che Mauro detestava. Appena ne adocchiava una così, tentava di distruggerla. Che cosa animasse tanto livore, nessuno era in grado di spiegarlo. Del resto a Mauro non era mancato nulla, aveva avuto modo di studiare, di sposarsi, di fare carriera, di scegliere la vita che avrebbe voluto vivere. Perché usare il suo potere per dare fastidio? Provava una sadica sensazione di benessere quando vedeva lo smarrimento di Aldo al mattino su quel treno che lo portava lontano dalla sua vita semplice. C’era come un guizzo, un lampo di gioia quando diceva a Marta che non sarebbe uscita alle cinque per essere a casa presto dai suoi figli. Usava il ricatto, la pressione psicologia, insinuava il senso di colpa. E quando trovava le vittime che sottostavano al suo gioco senza ribellarsi, si sentiva come un bambino con in mano il giochino più bello dell’universo!  Aldo era spesso nervoso. Così come Marta, che nonostante la bellezza, aveva uno sguardo triste e malinconico. Aldo si acquetava solo alla vista del lago di Como, come si era prescritto da solo nella cura. Davanti a quella distesa d’acqua si rasserenava.  Pensava, che, in fondo, era stato fortunato. Poteva finire a Torino o a Milano. Invece Mauro lo aveva graziato: Como era bellissima. Sempre piena di turisti, ovunque si girasse c’erano le montagne che incastonavano l’acqua come a contenerla. Nelle pause pranzo aveva preso l’abitudine di camminare per le vie del centro, quasi senza meta, nelle tantissime stradine che si diramano. Poi aveva scoperto il monte di Brunate e spesso con la funicolare andava lassù. La vista del lago era spettacolare. Non avrebbe fatto cambio neanche con George Clooney che gli era sembrato di aver scorto una sera uscendo dall’ufficio che gironzolava a cavalcioni della sua moto. Aveva notato il crocchio di gente che tentava di seguirlo e aveva pensato che alla fine, la sua bella vita semplice, quella che aveva una volta, era davvero la felicità.  Marta si placcava solo quando sentiva telefonicamente i suoi bambini: spesso la madre che glieli curava la rassicurava. “E’ tutto a posto, hanno mangiato e ora dormono” oppure glieli passava e loro farfugliavano qualcosa o le mandavano i baci.  “Passi troppe ore al telefono con mammina- le aveva rimbrottato Mauro con il sigaro spento in bocca- “non è ora di tagliare il cordone ombelicale?” Era sarcastico e odioso. E quel sigaro che lasciava ovunque insudiciato dalla sua bava lo rendeva anche maleodorante. Poi tornava anche dopo mezz’ora come un Conquistadores con gli schiavi nelle piantagioni, metteva in bocca il suo sigaro e se ne andava di nuovo.  Marta aveva sorriso sforzatamente e appeso il ricevitore. Aveva guardato Aldo cercando la comprensione e la solidarietà che sapeva di trovare. “Non farci caso” aveva detto lui sforzandosi di crederci davvero a quello che diceva. “Guarda il lago, guarda che bello” e le aveva indicato la finestra.  “Lo affogherei nel lago, se ne fossi capace” aveva risposto Marta e aveva spostato lo sguardo al video del pc per evitare che Aldo si soffermasse sulle lacrime che le avevano inumidito il viso dopo l’umiliazione.   Aldo aveva camminato parecchio il giorno in cui Mauro si era sentito male. Poi si era rintanato al Piatto della Salute. Era un ristorantino vegetariano molto carino, pieno di scaffali con prodotti biologici. Mangiava con calma e sentiva che quel panino ricco di verdure lo rigenerava. Si era alzato e aveva gironzolato tra gli scaffali. Aveva preso qualche conserva in mano, interessato a quei prodotti bio. Aveva letto con attenzione gli ingredienti sui barattoli che produceva la signora Carmen, una donna molto gentile, titolare di quel localino, situato in una viuzza in pieno centro storico. Aveva acquistato delle melanzane biologiche sott’olio e si era soffermato a conversare su alcuni tipi di miele. La signora Carmen diceva che quello al tiglio era ottimo, ma Aldo preferiva quello di acacia. “Comunque è tutta mia produzione” aveva ribadito la titolare. Poi Aldo aveva preso anche del burro di arachidi. “Da quando George Clooney ha reso un po’ americano il lago di Como, lo produco anch’io. In molti lo acquistano” aveva detto Carmen ad Aldo che effettivamente l’aveva sempre sentito nei telefilm alla tv. Ne avrebbe portato un vasetto a casa, insieme alle melanzane. Sull’etichetta c’era scritto: crema spalmabile da gustare con marmellata di fragole o mirtilli. L’avrebbe provata a colazione sulle fette di pane del giorno prima, che amava inzuppare nel caffelatte.  ----  “Mauro ha pranzato al self service Top Gourmet con altri colleghi e poi io l’ho raggiunto per il caffè” aveva detto Aldo, per l’ennesima volta, alla signora Clelia sempre in lacrime. “Clelia, non faccia così. I medici hanno fatto il possibile. Un infarto. Non puoi farci nulla. Forza” continuava a ripetere Aldo.  Era strano vederla in quello stato, lei che era sempre stata una donna sergente. Comandare tutti a bacchetta era la sua attività preferita, come per il marito. Clelia era figlia di un noto industriale; non aveva mai lavorato un giorno della sua vita ed era stata allevata come una principessa, in quanto figlia femmina della famiglia. A lei non spettava un ruolo in azienda come i fratelli e il padre l’aveva liquidata con alcuni appartamenti e una casa a Santa Margherita Ligure. Nonostante tutti gli sforzi, Mauro era comunque un poveraccio ai suoi occhi. Si diceva che gli girasse una “paghetta”, così l’avevano definita le malelingue, una sorta di mensile aggiuntivo per le sue spese. Qualcuno diceva che facesse operazioni “strane” in borsa.  La direzione di una filiale non era arrivata presto, come lei sperava, nonostante gli sforzi per fare carriera, il suo carattere crudo e algido, le ore di straordinario e le amicizie con gli industriali per via della moglie, non gli erano serviti a molto. Si diceva che la promozione “grossa” era avvenuta perché il suocero era intervenuto. Fosse stato così, si capiva perché Clelia lo trattasse come un inetto e non lo apprezzava, nonostante gli girasse dei soldi: la facciata contava più della sostanza, evidentemente. Eppure di fronte a quel corpo bianco e gelido Clelia Landini piangeva disperata, quasi a sfogare quel senso di non detto, di malessere, che nutriva per non aver apprezzato quell’uomo.  “Quando si è sentito male, Marta Lazzari ha chiamato subito l’ambulanza, ma non c’è stato nulla da fare” aveva ribadito Aldo, cercando di contenerla con un abbraccio.  Era andata davvero così. Aldo aveva mangiato da solo al Piatto della Salute e poi si era incamminato con i suoi vasetti biologici. Si era perso a contemplare lo spettacolo dell’acqua dal lungo Lario Trieste, seduto su una panchina. Era bellissimo, nonostante la vocina dentro di lui continuava a ripetergli che poteva essere a casa da sua moglie per la pausa pranzo, mangiare una pasta al pomodoro e sorseggiare il caffè della moka che si preannunciava già con quel profumo che lui adorava. Tutta colpa di Mauro, si diceva, nonostante le barche all’orizzonte lo facessero sentire tranquillo, nonostante il via vai dei turisti con il gelato in mano, nonostante la cupola del Duomo in lontananza lo calmava e l’odore di umido gli era diventato quasi familiare. Guardava i san pietrini rimasti ancora un po’ bagnati dalla pioggia di qualche ora prima e le case color salmone incastonate nelle montagne che si specchiavano nel lago. L’aria arrivava fresca e le foglie di palme si muovevano piano. La funicolare per andare a Brunate era aperta e Aldo si era ripromesso che il giorno seguente sarebbe andato lì.  Aveva percorso il lungo Lario Trieste e aveva raggiunto i colleghi per bere con loro il caffè. Mauro se ne stava spocchioso ad attenderlo, quasi a rimproverarlo con lo sguardo perché non aveva pranzato con loro. “Sempre solitario, il nostro Aldo” aveva scherzato lui con quel fare acido “Io invece mi accompagno solo con belle donne che devono anche fare quello che dico io” aveva continuato con un sorriso maledetto alludendo a Marta. Lei si era divincolata dalla presa sotto il braccio di Mauro, che si era fermato per accendere il sigaro. Odiava lui e quell’odore nauseabondo. Di Aldo, invece, apprezzava molto il carattere schivo, la disponibilità e la professionalità perché l’aveva salvata da alcuni cavilli burocratici che l’avrebbero compromessa sul lavoro, più di una volta. “Sono in debito” gli ripeteva, ma Aldo l’aiutava sempre in modo disinteressato. Marta l’aveva preso a braccetto e guidato al chiostro per il caffè; si erano seduti al tavolino e aveva sperato che Mauro non li raggiungesse.  “Lo odio - gli aveva sussurrato Marta all’orecchio- mi ha voluto qui a Como per umiliarmi ulteriormente” aveva continuato lei in preda ad una urgente confessione.  “I soldi, cara Marta, e la carriera imbruttiscono l’uomo” aveva detto Aldo e solo a pronunciare quelle parole si era grattato le braccia, per un improvviso prurito.  “No, caro Aldo, ha voluto fare un dispetto a me. Sì a me. Io lo odio...Posso parlarti in confidenza?”  Marta nutriva grande fiducia in Aldo. In quei due anni di banca a Como era stato come un padre, un fratello, un insegnante, un mentore. L’aveva ascoltata quando si sfogava perché Mauro le faceva fare tardi dandole delle pratiche urgenti- questo lavoro va consegnato domani, il cliente è grosso e non può aspettare- e lei arrivava a casa coi gemelli che urlano, sua madre che la intimava di assumere una babysitter, il marito frustrato perché il lavoro non andava, che non c’erano clienti, la libreria, dove avevano investito i risparmi di una vita, avrebbe presto dovuto chiudere, che così non si poteva andare avanti, che se aveva venduto due libri di ricette della Parodi era tanto, che quello era l’incasso della giornata, che a fine mese doveva pagare l’affitto e che il frigo era vuoto perché in quella frenesia non aveva fatto in tempo a fare la spesa, le pizze ordinate di fretta al telefono giusto per mangiare qualcosa. Alle dieci sveniva nel letto stravolta e spesso la notte si svegliava due o tre volte per placare il pianto di uno o dell’altro figlio. “Non doveva andare così” aveva detto Marta.  “In che senso?” aveva chiesto Aldo che proprio non riusciva a capire che tipo di legame ci potesse essere tra i due.  “Dai, Aldo, hai capito benissimo” aveva detto lei, ma Aldo era lontano anni luce da quanto tentava di comunicargli Marta: “Io e Mauro, no?”  Davvero, il povero bancario, nostalgico di casa, non era in grado di intendere.  Poi un flash.  “Oddio, tu e Mauro?! Marta, una bella donna come te! Ma cosa ci fa con uno come lui?” aveva domandato bianco e incredulo Aldo. Lei aveva fatto una smorfia: “I soldi, Aldo, com’era? La carriera…imbruttiscono l’uomo… Soldi, Aldo, quelli che fanno girare il mondo, ma in alcuni casi, fanno semplicemente arrivare a fine mese ed evitare gli strozzini”. La voce le moriva un po’ in gola. Aldo si era messo in posizione d’ascolto, ma erano stati presto interrotti dall’arrivo di Mauro.  “Cosa hai comprato?” aveva detto Marta cambiando discorso repentinamente e non destare sospetti su quanto aveva intavolato con Aldo un attimo prima. “Melanzane e burro di arachidi” aveva detto lui e aveva tirato fuori i vasi dal sacchetto. Li aveva fatti vedere bene a Marta, le aveva mostrato l’origine e la provenienza della verdura, le aveva parlato del ristorante vegetariano e della signora Carmen.  “Io non mangerei mai quella roba” aveva detto sprezzante Mauro e aveva posato il sigaro acceso sul posacenere, aveva chiesto a Marta di ordinargli il caffè- senza grazie, ti dispiace, per favore- e si era eclissato in bagno. Lei aveva guardato Aldo con la solita richiesta di solidarietà e Aldo si era alzato di scatto in alleanza con Marta. “Prendo io i caffè” aveva detto lui dirigendosi verso il bancone.  Aldo era stato via pochi minuti, al bancone, il tempo che la cameriera preparasse le tre tazzine, posizionasse i cucchiaini e le bustine di zucchero. “Può darmi un vassoio, cortesemente?” aveva detto Aldo in tono dimesso alla ragazza del bar. Anche il cameriere mi tocca fare… tutta colpa di Mauro, si era ripetuto nella mente. E mentre aspettava che la barista gliene prendesse uno, aveva osservato il lago, così come si era ripromesso di fare ogni volta che avesse avuto un pensiero negativo. Gli prudevano le mani. Guardava il lago e guardava Marta da sola al tavolo… Marta… l’amante di Mauro? I soldi? I soldi per cosa?  Certamente Mauro l’aveva ingannata, l’aveva illusa e tradita come aveva fatto con lui. Del resto, non c’era ragione che Marta venisse trasferita a Como se non sapeva fare quel lavoro. E allora perché?  Sul lago si vedevano già alcune vele per la Regata di Apertura di domenica. Le montagne disegnavano una grande V dai colori del fango e del verdastro. Il lago era solcato da piccole onde leggere e quei triangolini bianchi da lontano gli ricordavano i modellini che aveva provato a costruire con suo figlio minuziosamente, incollando un pezzettino di legno alla volta.  Quando aveva portato i caffè al tavolino, Marta aveva velocemente spostato la borsa coi vasetti bio per fargli spazio. “La metto qui per terra, poi ricordati” aveva detto lei ad Aldo, appoggiando il sacchetto con la spesa vicino ai suoi piedi. In quella Mauro era arrivato e aveva preso subito la tazzina del caffè. “In tutti questi anni non hai ancora capito che bevo il caffè amaro? Perché mai mi fai mettere la bustina di zucchero?!” aveva rimbrottato lui, ma non si era capito se parlasse con Marta o Aldo. Poi aveva aspirato il suo sigaro e buttato tutto il fumo in faccia ai due colleghi. Aveva ispirato ancora e iniziato a tossire. La tosse era diventata sempre più insistente. Poi aveva cominciato ad ansimare, forte, fortissimo, finché si era ribaltato sulla sedia. Un tonfo sordo. Marta aveva fermato Aldo che stava per soccorrerlo e aveva detto: “Aspetta, sta scherzando”, ma Aldo si era alzato di scatto: “Sta male!” aveva urlato. Gli era andato vicino e gli aveva sbottonato il colletto della camicia. “Marta, fai il 118!” le aveva intimato e lei aveva preso dalla borsa il cellulare e chiamato i soccorsi. “Sbrigati!” aveva ordinato ancora lui.  Un crocchio di gente si era fatto intorno, chi solo per curiosare, chi per tentare di dare una mano. L’ambulanza era arrivata di lì a pochi minuti; gli operatori avevano caricato Mauro sulla barella e chiesto velocemente cosa fosse successo. Aldo, che aveva prestato le prime cure, era salito in ambulanza con lui. Marta lo aveva guardato andarsene via con la sirena spiegata.  Qualche ora più tardi ad Aldo era toccato dire a Marta e alla moglie che Mauro Landini era morto. I medici avevano effettuato le manovre di rianimazione cardiocircolatoria. Così era scritto sul referto. Mauro era morto per infarto. ---- “Stava bevendo il caffè e ha cominciato a tossire per il sigaro” aveva ripetuto Aldo per l’ennesima volta alla vedova. Lei diceva che era stressato, era stanco, troppo lavoro. “Eh, sì, lo stress, ha ragione” le aveva fatto di nuovo eco Aldo. Aveva aspettato che chiudessero la bara e con la vedova Landini si erano diretti in chiesa, Aldo e sua moglie.  Al funerale c’erano semplici colleghi, come amava definirsi anche Aldo, funzionari e direttori di filiali. Marta Lazzari era in fondo alla chiesa. Aveva alzato la mano in segno di saluto. Non era andata a fare le condoglianze a Clelia Landini, si era solo avvicinata ad Aldo alla fine della cerimonia e gli aveva detto: “Hai sentito l’omelia? Quando si muore si è sempre tutti bravi. Invece era una persona terribile, Mauro Landini e noi due lo sappiamo bene…Ho chiesto di rientrare in una filiale, a Saronno. Anche tu torni a casa” aveva detto lei, certa. “Il nuovo direttore è mio zio. E’ un uomo buono. Lui ti rimanda a Busto… gliel’ho chiesto io…ho un debito con te, ne ho molti…per tutte le volte che mi hai aiutato…”  Aldo aveva provato una strana felicità. Quella morte improvvisa di Mauro era diventata la fine di un incubo. Tornava a casa. Lo zio di Marta era il nuovo direttore e li rimetteva nei vecchi uffici.  La vita semplice! Aldo era felice! Il suo incubo era durato solo due anni. Poteva godersi, ancora, la famiglia, i suoi pranzi a casa con la moglie, il caffè della moka, i giochi coi figli. A Como sarebbe andato in gita, con loro, ma non era più obbligato a fare quello che non voleva, che non aveva mai voluto.  “Ah, Aldo” aveva detto Marta “ti ricordi il discorso che stavamo facendo prima che Mauro si sentisse male? Era per via di un prestito che Mauro mi aveva fatto avere per la libreria di mio marito… Ecco, Mauro mi teneva in pugno perché mi aveva dato lui dei soldi…”  “Dei soldi?” aveva chiesto Aldo interdetto e aveva aggiunto “ma tu lavori in banca. Avresti potuto accendere un mutuo, perché chiedere a Mauro?”  “Perché mi ha illuso, confuso… e poi le cose non andavano bene con mio marito e la libreria stava per chiudere. Ho già il mutuo sulla casa io, non potevo sostenerne un altro. Mi ha dato dei soldi e poi… e poi era peggio degli strozzini, senza contare che mi teneva in pugno… il lavoro, le umiliazioni…Era spregevole, ha minacciato di licenziarmi. Ha detto che se non facevo la sua serva, così si era espresso, avrebbe raccontato a mio zio, a sua moglie, a mio marito… insomma a tutti, che mi aveva dato dei soldi perché lo ricattavo e che era il mio amante e che volevo che lasciasse la moglie e per farmi stare zitta mi aveva pagato. Ma non era vero nulla!” Metteva continuamente le dita in bocca per strapparsi le pellicine e per grattarsi via lo smalto dalle unghie. “Calmati” aveva sussurrato lui.  “La verità- aveva continuato Marta- è che all’inizio mi sono innamorata davvero, poi quando gli ho detto che mio marito aveva dei debiti, lui mi ha dato dei soldi. Era disinteressato, mi sembrava che davvero mi volesse aiutare perché mi amava. Invece, era tutto pensato e calcolato. Io credevo che avrei potuto stare con Mauro, avremmo vissuto tutti serenamente…mio marito avrebbe capito e inoltre, visto che l’avevamo aiutato economicamente, non avrebbe fatto molte storie e avrebbe accettato la fine del nostro matrimonio. Ma Mauro aveva piani diversi: aveva quel gusto sadico di tenerti in pugno, di manovrarti, di farti fare le cose come voleva lui…”  Marta si era asciugata gli occhi con un fazzoletto di carta, sollevando leggermente gli occhiali da sole. Aldo l’aveva abbracciata. “Non fare così…” l’aveva consolata lui. Poi le aveva accarezzato la schiena mentre lei singhiozzava sulla sua spalle. “Hai fatto una sciocchezza, ma ora è tutto passato” le aveva detto Aldo, che amava sua moglie come il primo giorno e mai l’avrebbe tradita, ma era in grado di comprendere le debolezze altrui.  Poi Marta gli aveva sussurrato: “Tu non devi preoccuparti di nulla…i vasetti…li ho buttati via, in un cassonetto ben lontano dal bar e dalla filiale di piazza Cavour…Quindi nessuno sospetterà né di me, né di te, né la moglie chiederà mai l’autopsia… Infarto… che incompetenti… La moglie… anche lei in fondo sarà felice che lui non ci sia più…Tu comunque non hai fatto nulla…” Aldo l’aveva staccata da sé e ora cercava di guardarla negli occhi, nonostante gli occhiali. Era pallida. Ma lui lo era decisamente di più.  “Sapevi che Mauro era allergico alle arachidi, vero?” si era sollevata gli occhiali da sole e gli aveva schiacciato l’occhio, come si fa con un compagno di squadra, con un complice, con un amico fidato.  Poi si era volatilizzata insieme al corteo.  Aldo era interdetto. Si era appoggiato con la mano al muro della chiesa per reggersi, per non svenire. Gli mancavano le forze e quella sensazione di essere invalido gli era tornata completamente, di colpo, avvolgente e paralizzante. Aveva sentito le gambe che gli venivano meno e un’arsura alla gola che sapeva di acre e nauseabondo.  La moglie di Aldo aveva pensato ad un malore momentaneo e lo aveva accudito come tale. Ma da quel giorno, sebbene Aldo fosse tornato alla sua vita semplice, sentiva quella croce di Gesù che si faceva sempre più pesante sulle sue spalle e una voce che arrivava ogni sera come un mantra: Tutta colpa di Mauro, tutta colpa di Mauro… (il racconto, che originariamente si intitolava "La vita semplice",  ha ottenuto la menzione di merito al concorso Delitti di Lago 2016)  

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