Racconto n°

14

TUTTO PER AMORE ChiaraLuce

TUTTO PER AMORE

Sono una delle tante persone che ha lasciato il proprio paese per poter realizzare i suoi sogni. Nel mio caso, quello di avere una famiglia. In Italia avevo un buon lavoro, ero single e potevo spendere quello che guadagnavo per me stesso. Io, però, ho sempre voluto avere un compagno, dei figli, la classica famiglia della pubblicità, insomma. Tuttavia, le poche relazioni che avevo avuto, mi avevano lasciato con il cuore spezzato. Mi innamoravo di ragazzi per i quali ero il divertimento di una sera, oppure che avevano dei pregiudizi nel farsi vedere con me. Invece, io volevo sentirmi libero di camminare mano nella mano con il mio compagno, allungargli un bacio o una carezza in pubblico senza dover fare i conti con i pregiudizi o con gli sguardi dei passanti. Avevo detto ai miei genitori di essere omosessuale alla fine del liceo. Loro non erano affatto rimasti sorpresi, anzi, avevo avuto l’impressione che lo sapessero da molto più tempo di me. Nel tempo, mi avevano sempre sostenuto nelle mie scelte e questo aveva contribuito a rendermi più sicuro di me. Il pregiudizio, quello vero, però, lo avevo conosciuto fuori di casa. Dopo l’Università e le prime relazioni finite male, spesso per una differenza di obiettivi e prospettive, tuttavia, avevo preso la mia decisione.
“Mamma, papà, voglio continuare gli studi negli Stati Uniti”, avevo detto ai miei genitori.
Sapevo che, oltreoceano, c’era una cultura diversa, una maggiore accettazione delle coppie gay, che in alcuni Stati potevano anche sposarsi. In Italia, invece, non mi sarebbe stato possibile. Chiedevo alla mia famiglia un sacrificio, sia emotivo che economico, ma volevo mettermi alla prova e cercare la mia felicità. Così, avevo sostenuto le prove di selezione per frequentare un master al Baruch College di New York ed avevo ricevuto una piccola borsa di studio destinata agli studenti stranieri. Ero partito lasciando qui un pezzo di cuore. I primi tempi non erano stati facili, ma mi impegnavo nello studio e ottenevo buoni risultati. Poi, una volta finito il master, era arrivata la proposta di un lavoro al College, per tenere alcuni corsi a studenti stranieri. Avevo accettato entusiasta, perché questo nuovo impegno mi consentiva di programmare il mio futuro negli Stati Uniti e di ottenere un visto. L’amore, quello vero, era arrivato dopo due anni. Aveva gli occhi azzurri di Michael, giovane assistente di un professore dell’Università. Era nata prima una bella amicizia, poi, dopo qualche mese di sguardi, di parole non dette, di dubbi e incertezze, mi aveva dichiarato il suo amore, nella maniera più naturale e semplice del mondo. In quel momento, mi ero sentito al culmine della felicità. Lui voleva con me un rapporto serio, credeva in un futuro insieme, un futuro che qui era possibile.

****
Il giorno del nostro matrimonio, i miei genitori sono venuti appositamente dall’Italia per condividere con me questa gioia immensa. Mia madre piangeva emozionata e anche mio padre, quando io e Michael ci siamo scambiate le promesse, aveva gli occhi lucidi. Siamo andati a vivere in un bell’appartamento a Brooklyn, abbiamo amici, vicini, un lavoro che ci appaga, una famiglia stupenda. Io, finalmente, ho accanto un uomo che mi amava e che condivide con me il sogno di una vita insieme. A New York nessuno fa caso a noi se passeggiavamo tenendoci per mano, o ci scappa un bacio al cinema tra una scena e l’altra. Io provo ancora qualche imbarazzo, lo ammetto, ma Michael mi rassicura sul fatto che qui nessuno fa caso a noi.
“Stefano, non hai l’impressione che ci manchi qualcosa?”
Michael mi guarda intensamente. Io smetto di cucinare e mi siedo accanto a lui. So che sta rimuginando qualcosa, perché da qualche giorno è più silenzioso del solito.
“In tutta sincerità, per quello che mi riguarda, la mia vita è perfetta. Tu sei perfetto…”
Michael mi sorride e mi allunga una carezza.
“Anche tu lo sei per me. Però io intendevo qualcos’altro. Non che tu non mi basti, ma….”
Mi irrigidisco. Alcune sere fa, a una cena tra amici, si parlava di fare entrare nelle relazioni altre persone per vivacizzare il rapporto di coppia. Io non mi ero mostrato d’accordo perché, da buon italiano, sono molto geloso e voglio Michael tutto per me.
“Se ti riferisci ai discorsi dell’altra sera…”
“No, ma che stai dicendo?! Io sto pensando che mi piacerebbe avere un figlio nostro”.
Vedo la sua espressione luminosa e mi sento spiazzato. Non ci ho mai pensato, quindi non riesco a dargli una risposta. Nei giorni successivi, Michael prova a tornare sull’argomento. Si vede che ci tiene e che vorrebbe convincermi a fare questo passo. Nello Stato di New York, anche le coppie omosessuali posso adottare bambini o accedere alle tecniche di fecondazione assistita, però, io sono riluttante.
“Non lo so, Mike”, gli confesso una sera, “il matrimonio era una decisione che riguardava solo noi due. Siamo adulti e possiamo decidere delle nostre vite, ma un figlio è una terza persona che non sceglie il proprio destino. Magari potrebbe avere dei problemi ad avere due genitori omosessuali”.
“Sai quante coppie dello stesso sesso hanno dei figli? Non saremmo mica i primi! E, proprio per questo, nostro figlio non si sentirà discriminato. Tra qualche anno ci saranno sempre più famiglie come la nostra”.
Non so che cosa dire. Forse, in me c’è ancora un retaggio delle mie origini e della mia educazione. Però amo profondamente mio marito e non me la sento di negargli un figlio. Da come me ne parla, ci tiene veramente.

****
“Vuoi che ci andiamo a informare…per l’adozione?” – domando a Michael durante la colazione.
Lui alza gli occhi dal quotidiano che sta leggendo e mi sorride.
“Allora è un sì? Vuoi avere questo bambino con me?”
“Certo che lo voglio. Ti amo. Lo sai”.
“Stefano, però io non vorrei ricorrere all’adozione…”
Questa volta, sono io a non capire.
“Vorrei che fosse davvero nostro figlio, anche biologicamente”.
Michael si è già informato su tutto. Mi mostra alcuni depliant e una ricerca che ha fatto su internet.
“Si chiama utero in affitto. Ci sono donne che si offrono di portare avanti la gravidanza per consentire ad altre coppie di avere un figlio. E’ tutto legale”.
“Ma come è possibile che una donna porti in grembo un bambino per nove mesi, lo partorisca e poi acconsenta a darlo a degli estranei?”
Tutto questo è lontano dalla mia mentalità. Ho sempre visto l’arrivo di un bambino come qualcosa di intimo, magico. Affidarmi alla scienza mi sembra innaturale.
“Tecnicamente non è la madre, perché l’embrione che le viene impiantato sarebbe generato, nel nostro caso, dall’ovulo di una donatrice e dal seme di uno di noi due”.
“Quindi uno di noi sarebbe il padre biologico del bambino?”.
“Esatto! Sarebbe meraviglioso, non trovi?”

****
Helen, la nostra “mamma surrogata”, è una ragazza di 29 anni che ha già due figli suoi. Quando la conosco, mi colpisce per i suoi occhi buoni e il viso pulito. Si dice felice di aiutarci ad avere il nostro bambino e ci racconta che ha avuto altre due gravidanze per conto di altre coppie.
“Ma non ti dispiace, quando devi lasciare andare i tuoi bambini?” – le chiedo a bruciapelo.
“Io ho già i miei figli. Li amo al di sopra di ogni altra cosa e so che cosa vuol dire non poterne avere, perche prima che nascesse la mia Emily, non sono riuscita a rimanere incinta per ben due anni. Poter aiutare qualcun altro, mi fa sentire realizzata”.
Io e Michael abbiamo deciso insieme che sarà lui il padre biologico di nostro figlio. Lo ha desiderato per primo, ha portato avanti la sua “battaglia” ed è giusto che sia così, anche se gli ho promesso che il bambino che nascerà sarà anche mio figlio, sotto tutti gli aspetti.
E’ una mattina di settembre quando Helen ci chiama e ci annuncia di essere incinta. L’impianto degli embrioni è andato a buon fine: uno ha attecchito. Io e Michael ci abbracciamo e ci baciamo, poi corriamo da Helen. Siamo al suo fianco anche durante le prime ecografie. Quando, per la prima volta, sento il cuoricino di nostro figlio che batte nel suo ventre, mi vengo sopraffatto dall’emozione. Non credevo che la vita mi riservasse questa meravigliosa sorpresa.
Passano i primi tre mesi, quelli più a rischio per qualsiasi gravidanza. Il nostro piccolo cresce forte e sano e anche Helen sembra godere di ottima salute.
“Non so come ringraziarti per quello che stai facendo per noi” – le dico.
Lei mi sorride e si accarezza la pancia, che sta cominciando a crescere.
Tutto procede per il meglio.
“Allora, volete sapere il sesso del bambino?” – ci domanda il ginecologo durante l’ultima vista.
Io guardo Michael. Rimaniamo in silenzio.
“Credo che dovremo prepararci a qualsiasi eventualità, quindi mi piacerebbe sapere di che colore devo dipingere la cameretta”.
Lui mi fa un cenno con il capo e veniamo entrambi invitati davanti all’ecografo.
“E’ una bambina!”, urliamo in coro.
“Ci voleva una ragazza in famiglia!”
Il telefono squilla nel cuore della notte. Helen ha le doglie. Nostra figlia sta per nascere.
Corriamo al suo capezzale. Quando arriviamo, lei è in pieno travaglio, ma dimostra di essere padrona della situazione. La piccola viene al mondo tre ore dopo. La stringo tra le braccia e ancora non ci credo.
“Benvenuta, Helen Louise…”.
Lei è il nostro miracolo, ed è frutto dell’amore, ma anche dell’amicizia che ci lega alla persona che l’ha partorita, della quale porterà il nome, e che ha concesso a me e a Michael di diventare genitori. E, ora che ci penso, anche a mamma e a papà di diventare finalmente nonni.

****
La nostra piccola cresce a vista d’occhio. La prossima settimana compirà due anni. Crescerla non è facile, ma ogni giorno con lei è un’avventura meravigliosa. Ci chiama entrambi “papà”, ma  basta seguire il suo sguardo per capire a chi dei due si rivolge. Abbiamo deciso di fare una sorpresa ai miei genitori e di regalare loro i biglietti aerei per passare due settimane con noi.
“Sono orgogliosa di te, Stefano”, mi dice mia madre , “Sei riuscito a realizzare i tuoi sogni, tra mille difficoltà”.
Ci sediamo tutti attorno al tavolo.
“Abbiamo un annuncio da fare!”, dico ad alta voce, guardando Michael, che arrossisce orgoglioso, “La nostra Helen Louise avrà presto una sorellina e voi sarete di nuovo nonni”. E’ proprio così, la nostra famiglia cresce ancora. Avere una figlia ci ha reso così felici, così completi che abbiamo sentito il desiderio di diventare di nuovo genitori. Helen, la ragazza che ha messo al mondo nostra figlia, ha acconsentito a portare in grembo anche la nostra secondogenita.
“Però, voglio che questa volta sia tu il padre biologico”, mi ha detto Michael con un sorriso. Ho acconsentito e tra quattro mesi diventeremo papà di un’altra bambina. So che, tra qualche anno, verrà anche il tempo delle domande, ma io e mio marito diremo sempre alle nostre piccole la verità: che sono figlie di un grande amore.

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